Quando nella Chiesa Madre si alzava il gran telo quaresimale

«Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono». Si legge nel Vangelo Secondo Matteo (27,51-52).

ARAZZO QUARESIMA CHIESA TERRASINI

Una delle migliori riproduzione in bianco e nero del nostro archivio.

 


penna-e-calamaio

di Beny Giambona


 

Il gran telo, per rappresentare la drammaticità dell’evento, fu  dipinto su fondo bianco con due colori, il nero e il blu indaco. Osservando dall’alto in basso, nel cielo squarciato delle nubi vediamo Dio; sotto una colomba con le ali aperte che rappresenta lo Spirito Santo che irradia con lame di luce il corpo di Gesù in croce; ai lati, sulle nuvole, due piccoli angeli piangenti. Ai lati di Gesù i due ladroni in croce. Sotto il suo corpo, sul lato sinistro, la Madonna addolorata guarda il figlio; accanto, in ginocchio, San Giovanni piangente e a destra Maria Maddalena, con lunghi capelli, abbraccia inginocchiata i piedi di Gesù. Al centro un centurione romano a cavallo indica col braccio sinistro Gesù pronunciando la frase: “VERE FILIUS DEI ERAT ISTE” (Questo era il vero Figlio di Dio).
Questa frase la vediamo ripetuta con caratteri di colore giallo in fondo al telone. Continuando, in basso a sinistra, vediamo un uomo e una donna che escono dalla tomba. A destra due soldati romani, uno si inginocchia davanti  all’evento prodigioso, tenendo in mano un gruzzolo di denaro ricavato della vendita delle vesti di Gesù, l’altro si ritrae spaventato.

A iniziare dai primi anni ‘60 del Secolo scorso, presente Mons. Finazzo, questo telo, che copriva tutto l’abside, non venne più esposto e fu conservato in uno scantinato dell’Oratorio. Successivamente, con l’Arciprete Raffaele Speciale, dopo varie insistenze, venne finalmente ritrovato, come si è detto, in uno scantinato dell’oratorio.

Subito le condizioni di questo telo apparvero pessime, corroso dall’umidità e mangiato dai topi. Padre Raffaele provvide a farlo trasportare nel salone posto al di sopra della sacrestia e, chi scrive, fu incaricato di poter recuperare quel che rimaneva ancora di salvabile. Riuscii a recuperare delle piccole parti della zona inferiore, che poi furono esposte in sacrestia. Rimasi in quell’ambiente qualche giorno a inalare la polverizzazione del telo così degradato, tanto che mi causò per diversi giorni l’intasamento delle mucose nasali di un colore bluastro.

telo rielaborato terrasini

Rielaborazione cromatica di Beny Giambona del telo quaresimale che veniva esposto durante la Settimana Santa nel Duomo di Terrasini.

I teli quaresimali, molto diffusi fino alla metà del secolo scorso, erano parte integrante delle celebrazioni liturgiche quaresimali. Venivano issati con lo scopo di coprire l’altare e tutte le effigi poste dietro ad esso. Durante la liturgia della Risurrezione, che avveniva nella notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua, il telo era abbassato di colpo, lasciando apparire sul retro l’immagine del Cristo Risorto. Questo genere di effetti speciali è caduto in disuso a seguito delle importanti riforme liturgiche introdotte dal Concilio Vaticano II (1962-1965).

Non è mai stata accertata l’esatta datazione del telo e chi ne fu l’autore. È stata invece trovata una certa somiglianza con quello dipinto dal sacerdote Giovanni Patricolo (*) nel 1827 della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria di Palermo.

telo quaresimale s. caterina

Il telo quaresimale ancora esistente nella Chiesa di S. Caterina in Palermo.

Sono due le tradizioni orali sulle origini del telo che qui si riportano per dovere. In base alla prima pare che le donne di Terrasini abbiano tessuto questo grande telo e il pittore fu pagato con il ricavato della vendita di una parte del pane che le stesse donne portavano ad infornare.

Secondo l’altra – più verosimile –  fu il barone La Grua a finanziare l’intera l’opera, facendo tessere la tela a maestranze allora specializzate in questo tipo di lavori


*Il manufatto di della chiesa di S. Caterina in Palermo costituisce un esempio significativo della vasta e in gran parte oggi perduta produzione di Giovanni Patricolo (Palermo 1789-1861), che venne dispersa con la soppressione degli ordini religiosi dopo l’Unità d’Italia, essendo soprattutto dedicata ad ambienti claustrali.
“Prediletto allievo di Giuseppe Patania dotato di scarsa genialità decorativa ma di una notevole intelligenza eclettica”, come scrive Maria Accascina nel suo fondamentale testo sulla pittura dell’Ottocento siciliano, il pittore sacerdote seppe operare una sintesi sapiente tra il chiaroscuro di Pietro Novelli e gli insegnamenti di Patania e di Vincenzo Riolo.



Ed ora ecco come lo ricorda Faro Lo Piccolo nel suo libro di memorialistica “Fammi rari un muzzicuni, ca ti cuntu un cuntu!” rielaborato da Giuseppe Ruffino nel 2011. Il libro è possibile trovarlo nella Biblioteca comunale di Terrasini e Cinisi.

“Questo telone veniva srotolato durante la Quaresima per occultare l’Altare Maggiore. Era di un blu intenso, con straordinarie immagini bianche. L’enorme telone era fissato a due travi orizzontali: una all’estremità superiore e una a quella inferiore. Il telone, quando non era esposto, veniva avvolto e riposto sul pavimento, sul lato destro in fondo, lungo gli scalini di tutti e quattru l’artarieddi laterali. Doveva essere largo tra gli otto e i dieci metri e alto almeno dodici-quattordici. Nel periodo della Quaresima veniva sollevato in alto a partire dal basso con carrucole e corde (sapiddu si cci su ancuora sti carrucole … rimanevano sempre fissati in alto … sapiddu si arristaru sulu i pirtusa … Erano carrucole ca usavano i marinai, chiddi dduppi che evitavano lo scorrimento di ritorno).

“Copriva l’intera arcata dell’altare e, mentre pian piano si sollevava, si srotolava dal basso, facendo comparire nel suo splendore le sacre immagini bianche raffigurate. Una volta srotolato nella sua massima altezza, le funi si fissavano saldamente a dei ganci situati in basso. Come è intuibile, il peso della trave inferiore, faceva sì che il telone rimanesse ben in tensione verso il basso. Ogni anno, quando questo immenso arazzo si srotolava, per noi ragazzi era sempre come fosse la prima volta, come un’impresa solenne che ti incantava. Quasi sempre facevamo in modo di essere presenti a questa acchianata. Acchianava piano piano, piano piano, perché era pesantissimo. La meraviglia era, almeno per me, il centurione che prendeva forma e, una volta raggiunta la sua interezza, mi lasciava a bocca aperta quel cavallo bianco, impennato, il cimiero di piume e ccu ddà manu che indicava la figura rû Signuri mentre con l’altra tratteneva stu cavaddu. E mi facevano paura le tombe ca si rapièvanu, e dui vicchiarieddi con le barbe fluenti che spingevano ddà bbalata pesantissima per uscire dal sepolcro (per lo meno, calcolavo io, quindici centimetri di spessore di bbalati ncapu i spaddi) (….)”


 

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