FAMMI RARI UN MUZZICUNI … (7ª parte) “Come la pellicola della mia vita”


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copertina fammi rari un muzzicuni

Venerdì 9 aprile 2010
Oggi, all’insolito abbassamento della temperatura, si è aggiunta una pioggia sottile, insistente, tipico dell’aprile.
Faro “attacca” senza preamboli. Tento di bloccarlo per avere almeno il tempo di azionare il registratore. Riuscirò ad acciuffarlo prima che – come già accaduto altre volte – perda gli spunti migliori? Non ci riesco! Inesperto tra cavetti, microfono, batterie e pulsanti riesco finalmente a far partire il marchingegno. Ora lo ascolto (e registro) rilassato e, di tanto in tanto, colgo nei suoi occhi un’inconfondibile espressione: mi ripete di averne passate tante nella vita. Mi chiedo, allora, come faccia, alla sua età, a custodire negli occhi quella scintilla da ragazzino.

 Come la pellicola della mia vita

Dicevi all’inizio – ma non ho fatto in tempo a registrare – di essere morto e resuscitato. Lo dicevi in senso figurato, immagino …

No, lo dico in senso fisico. Nella primavera del 1948 (era una giornata meravigliosa, una domenica), stavo giocando con un amico, originario di Palermo. Si chiamava (non so se ancora esiste!) Domenico Ballariano. Eravamo proprio vicini alla fabbrica di mattoni di don Giovannino La Fata Bruccanu. I carrettieri avevano scaricato un gran mucchio di sabbia di mare addossato al muro da cui fuoriusciva una specie di tubo di ferro che sembrava portasse acqua. Nulla di strano. Io e Domenico salivamo su questo cumulo di sabbia per rotolarci giù, risalire ancora e tornare a rotolarci. Per rimanere il più in alto possibile sulla montagnola di sabbia, alzai la mano e afferrai quel tubo che fuoriusciva dal muro e una scossa elettrica
i-m-m-a-n-e mi investì (allora la corrente trifase era a 240 volt). Cercai di liberarmi e, d’istinto, afferrai il tubo anche con l’altra mano. Naturalmente fu peggio poiché restai attaccato con entrambe. E sentivo che morivo …
Tutto questo in pochi secondi, perché credo si sia trattato di secondi; e mentre morivo, mi scorreva davanti una pellicola, fotogramma per fotogramma, una cosa impressionante. In quegli attimi, in quei secondi, vidi tutta la mia vita di ragazzino di dieci anni.

I momenti più belli scorrevano fotogramma dopo fotogramma, proprio a scatti click click click mentre mi andavo spegnendo, lo sentivo … Nell’ultimo fotogramma, mi vidi sul letto di morte, vestito con l’abitino di prima comunione che avevo fatto l’anno prima, a giugno, e i miei genitori, i miei fratelli che piangevano. Ma a questo punto mi ritrovai improvvisamente a terra con questo mio amico abbracciato a me e non sapevo se ero morto, se ero vivo, non capivo niente. Mi alzai imbambolato … Domenico mi guardava e mi disse: «Cuomu ti sienti?». Io francamente stavo bene, ero impaurito, per avere visto tutti quei fotogrammi che mi scorrevano davanti e risposi: «Ma io ero morto; mi sono visto morto sul letto di morte ed i miei che mi piangevano». Lo salutai, forse non lo ringraziai neppure. Non sapevo capacitarmi di come fosse riuscito a staccarmi. Nei giorni seguenti fu lui stesso a spiegarmi che, intuendo quel che mi stava succedendo (era più grande di me), fece uno scatto di corsa, mi afferrò (lui disse: ti agguantai) e si catapultò assieme a me giù per la montagnola.

Ora … ero morto, sono risuscitato, non sono morto.

Ho rivisto Domenico Ballariano forse dopo 40 anni (lui aveva lasciato i parenti a Terrasini, i Ristuccia); l’ho rivisto in piazza e l’ho riconosciuto subito. Gli andai incontro e, prima che potessi parlare, mi anticipò: «Ma tu non sei Faro!?». Ci abbracciammo.
«Ti ricordi?» mi disse. Come avrei potuto dimenticare chi mi aveva salvato da morte certa? E così, facendo questo libro, voglio immortalare pure il suo nome. Era il 1948. Mio padre e mia madre l’hanno saputo quando ormai ero grande. Questa è la vita!

Se non fosse stato per lui, oggi non staresti qui a raccontarlo. Ma un fatto ne tira un altro, magari meno drammatico …

 Vediamo … Sì, il “Giro Automobilistico di Sicilia”, che era chiamato pure il giro delle diecimila curve. Partiva a mezzanotte da Piazza Politeama (Palermo) e percorreva la SS.113 fino ad Alcamo, passando da Partinico; si inerpicava, arrivava ad Agrigento e ritornava di nuovo a Palermo.

Siamo nel 1955-56, l’ultimo giro, e fu quando morì il barone La Motta a Tommaso Natale, quando si schiantò con la sua auto e c’erano tutti i migliori, Maglioli, Taruffi. Anche Nuvolari era passato in una precedente edizione, grossi nomi di allora. E noi giovani partivamo in bicicletta e andavamo a San Cataldo.

Perché San Cataldo?

 Perché quando arrivavano le macchine si sentiva il rombo dal rettilineo dove andavano a velocità pazzesca e, prima di arrivare nella grande curva del vallone di San Cataldo, incominciavano a scalare le marce con un rombo terribile. E si vedevano spuntare questi fari che fendevano il buio a grande velocità in quelle curve saettanti.

Noi tutti ci ritrovavamo in una casupola, credo ci sia ancora, quella di Petrantoni, vicino al Nocella, andando verso la collina. E c’era un tifo che non finiva mai … finché erano le piccole macchine … A “Scorna Vuoi”, una curva pericolosissima prima di arrivare alla sorgente di “Chianu û Re”, molti piloti, che non conoscevano bene il percorso, arrivando ad altissima velocità finivano fuori strada, nella leggera scarpata di “Scorna Vuoi” e noi aiutavamo il pilota, spingendo la macchina fino alla 113: facevamo i samaritani. Il pilota ringraziava e ripartiva. Credo sia stato l’ultimo giro, ma noi, passata l’ultima macchina, Taruffi o Maglioli, uno dei due (con le oltre 2000 di cilindrata), velocemente tornavamo a casa con le biciclette, ci mettevamo in ordine, ben ripuliti e via a prendere il treno per Palermo per assistere, al Foro Italico, all’arrivo delle macchine che avevamo visto passare da San Cataldo. Non tutti facevamo questo viaggio a Palermo, ma solo in pochi, quelli più appassionati.

La compagnia di amici abituali, in queste occasioni?

Intanto c’era sempre mio fratello Renzo. I miei amici abituali erano Turiddu Favazza, Pino Delia, Nicola Bommarito, Nicola Palazzolo, Ninello Di Maria, Ugo Impastato, Gigi Moretti, Totò Cascio, Tonio Zerilli, Gabriele Lancia, Vito Bommarito, Turiddu Di Ranno … Le macchine che arrivavano e che si vedevano dall’alto creavano una serpentina luminosa spettacolare. Ma quando arrivavano le oltre 2000 di cilindrata, che per noi erano il massimo, il rombo si sentiva fin dalla Bedda Matri i Trapani. Ma quelle arrivavano alle due di notte. E lì c’era un divertimento che non finiva mai perché partivamo da Terrasini prima che chiudessero la SS.113 altrimenti non avresti potuto più circolare neanche a piedi. Pertanto, nell’attesa del passaggio delle auto, qualcosa si doveva fare: chitarra, fisarmonica e poi si “esaminava” qualche terreno per vedere se c’era qualcosa da mangiare: fave e altro. Poveri coltivatori!

Si suonava la chitarra ed era veramente … Totò Cascio (che poi, negli anni, diventò direttore della biblioteca comunale) suonava anche la mia fisarmonica. Ce l’ho ancora.

C’era pure Maurino Misuraca con noi il quale era morto di sonno e, nell’attesa delle macchine, entrò in questa specie di casa e si addormentò profondamente. Russava come un toro. Idea di Turiddu Favazza ed altri ancora: “U faciemu arruspigghiari”. C’erano lì vicino dei conci di tufo; ne presero uno e lo poggiarono piano piano piano, lentissimamente sullo stomaco di Maurino e Maurino cominciò ad avere il respiro pesante, a non poter più respirare e si alzò di botto: «Cucini cucini chi facìstivu, chi facìstivu, chi facìstivu?». «Nienti, nienti cucinu» gli risposero loro. Queste storie anche per ricordare gli amici che non ci sono più! Tonio Zerilli, mio fratello Renzo, Turiddu Diranno … Turiddu Favazza …


ALLA PROSSIMA PUNTATA
Con  Teatro, che passione!”


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