FAMMI RARI UN MUZZICUNI … (5ª parte). “Le vastunache”

 


copertina fammi rari un muzzicuniLe precedenti parti 1ª,2ª,3ª le trovate pubblicate sulla pagina Facebook “Terrasini in Pagine” (clicca QUI).

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la perdita del passato


Le vastunache

FARO: Tu sai cos’erano le vastunache? 

No, mai sentito …

E lo credo bene, sono scomparse, quasi un mistero. Le portarono loro, sempre gli americani. Chissà in inglese come si chiamano o si chiamavano. Vastunachi, probabilmente, potrebbe essere uno dei tanti americanismi, parole trasformatesi nel nostro dialetto … chi lo sa … Allora tu vedevi spesso le persone che mangiavano un intero mazzu i lattuca, u lavàvanu e sû manciàvanu così, senza nienti. U pitittu …! Lattughe nostrane che dissetavano oltre a riempire un po’ lo stomaco. E ti debbo dire che a me piacevano un mondo, proprio mangiarle così, soprattutto quando erano cugghiuti frischi. Quando arrivano gli americani, chisti nun ti va puòrtanu na simienza sconosciuta, che mai nessuno aveva visto prima d’allora? Questo … chiamiamolo tubero, una specie di carota, lunghissima, una quarantina di centimetri, di un violaceo che tendeva allo scuro, era zzùccaru, ma di una dolcezza …! Si lavava e ti li manciavi ddi vastunachi a morsi con piacere perché erano dolci e poi all’ùrtimu t’arristava u mussu tinciutu; … e tutti avìamu u mussu tinciutu. Circolarono all’incirca per cinque o sei anni e poi, così come erano arrivati, scomparvero all’improvviso. Io le ho cercate ovunque, ma nuddu cchiù avi a simienza. Perfino quando sono andato in America ho chiesto ai conoscenti, agli amici, ma niente di niente. E chi non comprava vastunachi? Tutti … tutti. Era sicuramente molto energetica, proprio adatta per quei tempi di magra e credo che gli americani l’avessero portato apposta.

entrano gli americaniPuò darsi che, in realtà, non siano mai esistite. Voglio dire che, considerata la fame di allora, sia stato il frutto di un sogno, di una allucinazione collettiva, di un desiderio non appagato degno di un racconto di Gianni Rodari o di un film di De Sica.

Potrebbe anche essere, non lo escludo … (Faro si diverte con la mia ipotesi). Ma ti assicuro che li ho mangiati. E, a parte la tua ipotesi surreale, mi piacerebbe ritrovarle.

Può darsi che abbiano fatto la stessa fine ri i zuorbi. I zuorbi … a proposito, come si chiamano in italiano?

Non lo escludo che abbiano seguito lo stesso destino… I zuorbi si chiamano “sorbe” in italiano. Ma ci sono pure l’azzaruola che sono scomparse.

E come si chiamano in siciliano?

Azzaluora. Sono … erano di una dolcezza incredibile. Erano di due tipi: bianche e rossicce. È ormai veramente difficile trovarle, così come pure i zuorbi.

Appunto, rassegnati, come le vastunache “americane”. (Faro ride ancora). Quando si cominciarono a ricevere i pacchi di aiuto dai parenti americani?

Ah …! quello fu un periodo favoloso. Chi aveva parenti in America (praticamente quasi tutti) cominciò a ricevere i famosi pacchi, mi pare, poco dopo l’entrata dei soldati americani, verso il 1945-‟46, ma il massimo afflusso si ebbe dal 1947 in poi. Tu non te li ricordi i pacchi râ Mièrica?

No, ero troppo piccolo e poi sono forse uno dei pochissimi a non avere alcun parente negli USA.

Peppe, quello che arrivava a Terrasini era una cosa … Tu pensa che mastru Carru Bommarito, che era il postino per eccellenza, il primo postino, il primo di tutti, prima di Vicienzu Bommarito, prima di Filippu Siragusa. Mastru Carru Bommarito era collega di mastru Vicienzu Ruffino il quale, poi, s’arritirau e arristò mastru Carru. Noi ragazzini seguivamo u carriettu appena niscieva râ puosta, carricatu di pacchi e dumannàvamu tutti a mastru Carru si c’iera un paccu pi nnuâutri, e ddu cristianu putieva mai lièggiri l’elenco … cu tuttu chiddu c’avìa? «Ma c’è quocchi paccu …?». «Ma tu cu sì? Nca fuorsi, fuorsi c’è un paccu». E tutti r’appriessu a ddu carriettu, na processione, m’a crìriri. E taliàvamu ddà muntagna di pacchi tutti attaccati cû spagu … Carrittati! Finalmente arrivava stu paccu …

Ma allora aveva proprio un carretto col cavallo?

Sì, carretto e cavallo … Ma allora non mi sono spiegato: arrivavano ogni giorno montagne di pacchi di tutte le dimensioni. Cierti vuoti facieva rui viaggia. Nnâ zza Tina a Mericana – ci ricìamu nuatri – ci nni purtava pacchi 6-7-8, cioè, a tinchitè, perché aveva i fìgghi tutti â Mièrica e i fìgghi mannàvanu a so matri c’avièvanu ccà. Vedi le cose della vita: un solo figlio era rimasto, quello che poi morì, cadendo dall‟impalcatura del Duomo. Ma questo te lo racconterò dopo. Peppe, quannu arrivava ddu paccu, ma chi c’iera rintra nni mia! Quasi sempre ne arrivavano due assieme e allora tutti misi ammunziddati picchì ognuno avìa a bbìriri suoccu c’iera. C’erano le cose che interessavano e quelle che non interessavano. Il primo pacco in assoluto chi n’arriva, dieci ciliecchi …

Ciliecchi …?

… sì, ciliecchi, così venivano chiamati i gilet… E quìnnici cravatti cu disigni di cavaddi e cowboy, ciuri… E allora, per quanto riguarda i gilet ne abbiamo fatto largo uso vestendoci per carnevale da cowboy; cu i cravatti, nessun uso perché erano larghe così, quanto un lenzuolo, a parte tutti ddi cuosi stampati.

Poi c’erano tagli di abito per mia madre. Mia madre, ddà cristiana, ricieva ca cu chiddi ci putieva fari belle tendine. Poi c’erano i primi giornaletti di Topolino con testo in inglese che i cugini mandavano ai cugini di qua, ma noi, ovviamente, ci limitavano a guardare i soli disegni. E poi caffè, cioccolato, cacao … the, russu ri uova liofilizzate e ogni strata (ca fuorsi ddà, â Mièrica, si mìsiru a fari a ggara a cu nni mannava cchiù assai) rivugghìa di pacchi e pacchitieddi. E c’era stu tutù ca nnâ zza  Tina a Mericana chiddu scarricava siempri pacchi. E a zza Tina a Mericana era vistuta cu scarpi americani, cu viesti americani, tutti i so niputi pistuoli, cinturoni … era una cosa …!
Poi c’era un picciuttieddu, Turidduzzu Curcurù la Cràcchia vistutu cuomu un miricanu, c’avieva u patri â Mièrica. Questo ragazzino, quando io ebbi il mio primo piccolo laboratorio di orefice, si veniva a sedere da me e stava ore e ore a osservarmi mentre lavoravo. Grazie a me gli venne la passione per l’oreficeria e quando pure lui emigrò in America, volle imparare a fare l’orafo e con grandi risultati continua a farlo a Detroit. Vedi la vita!
Quando vedevo il carretto cu mastru Carru, sempre a piedi, era tanta la frenesia del pacco ca ci iava r’appriessu e ci ricìa: «Mastru Carru, c’è nienti pi mmìa?!». E iddu: «Bieddu, nca un tu purtai aieri?».
Fino all’ultimo giorno prima della pensione, mastru Carru Bommarito andò sempre a piedi, si girava u paìsi cu dda biedda faccia russa … mpustatu …!


Alla prossima parte, la 5ª, intitolata “Buio per Turiddu Giuliano e l’innamorata”


 

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