FAMMI RARI UN MUZICUNI, CA TI CUNTU UN CUNTU! (parte 4ª)

 


Il morso e il racconto

(Da oggi, a grande richiesta, si prosegue con la pubblicazione sul Blog poichè preferibile da un punto di vista grafico. Le precedenti parti le trovate sulla pagina Facebook “Terrasini in Pagine”)


 

copertina fammi rari un muzzicuni

[Finita la scuola elementare – come ho già detto – l’anno successivo cominciai a viaggiare per Palermo, a scuola di orafo. (L’ultimo rigo della pate 3ª)].

Ma ancor prima? Vorrei che mi parlassi di te, di Terrasini durante la guerra. Di quando, in modo particolare, entrarono gli Americani …

Negli anni, caro Giuseppe, ho potuto constatare che molti sono restii a parlare di quel periodo …

Come mai?

È come se nei vecchi vi fosse una specie di vergogna, di cancellazione di quel periodo veramente triste, di fame. Ma, voglio dire, non è solo un problema di Terrasini o dei Terrasinesi. C’era una miriade di sfollati. Non c’era casa vuota più o meno fatiscente, magazzino, stalla dove non ci fossero sfollati palermitani. Io ne ricordo centinaia. Gli sfollati che arrivavano non avevano le stesse possibilità che avevamo molti di noi. Noi, grazie a mio nonno Lorenzo, grazie a mio padre, avevamo pezzi di terra coltivati. Questo, naturalmente, valeva per tanti altri coltivatori della zona. Tutto quello che produceva la campagna, veniva immagazzinato e chiuso ermeticamente. Mio nonno, ad esempio, era il dispensiere di tutta la nostra famiglia e nessuno aveva la possibilità di avere la chiave del magazzino perché la teneva lui in una tasca del gilet. C’era il ben di dio, dalla manna al frumento, dai ceci ai fagioli, dai ‘ficu passuluna’ e a chiappa a li granati, dalle noci alle mandorle … olio, formaggi … di tutto. Nessuno, dunque, tranne mio nonno, poteva entrarci. Eppure, da due finestrelle con inferriate, io e mio fratello Renzo, cercavamo di sgraffignare qualcosa; si vedevano i tavoloni con le pere d’estate stese per farle maturare durante l’autunno-inverno. Infilavamo una lunga canna dalla finestrella per infilzare le pere, con molta cautela, perché, se ne cadeva solo una per terra, mio nonno se ne sarebbe accorto e, inevitabilmente, io e Renzo non avremmo mai più potuto avvicinarci in quei dintorni. Ora immagina noi che avevamo lì tutto, anche se razionato, e quelli che venivano da Palermo che non avevano niente. Con mia madre, buon’anima, di notte, col coprifuoco, uscivamo ogni settimana per andare a fare il pane (ricordo come fosse ora i riflettori di Mircieni, cu ddi fasci ri luci, caru miu, che fendevano il cielo … uno spettacolo mentre ci incamminavamo nel buio totale). Il forno clandestino râ zza Maria Curcurù la Cràcchia era in via Gesso (ora via Mazzini). Lì molte donne con i figli maschi minorenni andavano a fare il pane.

Perché sottolinei il fatto che erano minorenni?

I màsculi granni un ci iàvanu perché se li trovavano con la farina, li arrestavano perché tutto doveva andare all’ammasso. Ma pî fimmini facevano l’eccezione, e puru pî picciriddi col sacchettino … Noi facevamo dieci chili di pane per tutta la settimana. Io, mio fratello Renzo e mia madre, alle due e mezzo di notte andavamo nnâ zza Maria la Cràcchia. Mia madre si metteva au scanaturi e io e Renzo ntâ sbria. Dopo tutte le operazioni (mpastari ntâ maidda, il tempo della lievitazione) e le attese per il turno (erano diverse famiglie a fare il pane) già si erano fatte quasi le cinque. C’era pure un altro forno clandestino, quello râ zza Sarafina Culu Nìuru, la figlia di u zzu Peppi Cafè, così chiamato perché, tornato dall’America, vendeva per le strade il caffè caldo (dovrebbe esserci una sua fotografia da qualche parte col carrettino e l’asino). Dunque, uscivamo con questo pane fumante e odorante misu ntô cartidduni, coperto, e per una settimana si mangiava. E non potevamo stare davanti casa col pane in mano. Proibito, severamente proibito da mia madre, perché fuori, nella mia strada, c’erano diverse famiglie sfollate di palermitani tra le quali una con qualche sei, sette figli. Se uscivo con in mano un pezzo di pane c’era uno che mi diceva: «Si mi fai rari un muzzicuni, ti cuntu un cuntu!».  La fame era terribile! Non si aveva un vestito tutto d’un colore; non si possedevano scarpe. La marineria, poi, era completamente ridotta alla miseria: non avevano niente di niente, altro che scarpe. C’è una fotografia: il vecchio maestro Ventimiglia con alunni scalzi! È stato il periodo più brutto, terribile. Tu pensa, poi, tutti con i capelli tagliati a zero, a ccuzzuluni, perché i pidocchi erano a tonnellate. Mia madre (come del resto tutte le altre mamme) ci controllava tutti i giorni: a pizzudda col gasolio¸ per uccidere le uova dei pidocchi; si metteva la testa su un foglio di carta bianca per vedere se e quanti ne cadevano passandoci u piettini strittu. Oggi -e dico anche giustamente- se a un bambino trovano un pidocchio in testa, succieri un focuranni. Questo periodo degli sfollati cominciò dal nulla, nessuno si accorse di quello che stava succedendo. Venivano a decine e le strade si andavano riempiendo e la gente che andava in giro senza sapere dove, i disoccupati erano a ttimuogna, chi era vestito da soldato, chi era sfardatu, cu era … Senza fognature, acqua scarsissima, senza spazzini, e poi c’era u vivamaria, chi rubava galline, chi scassava … c’era l’inferno sul vero senso della parola. Non esisteva più niente, qualsiasi cosa era mercato nero; le botteghe avevano picca e nienti. Vicinzinu Aiello aveva una putiedda in via Roma e certe volte, di mattina, andando a scuola, passavo e compravo una cutugnata; aveva una mortadella nìvura di scieccu (allora si tagghiava cû cutieddu), pasta sfusa (c’era il pastificio Bommarito), ma chi la doveva comprare sta pasta se non c’era una lira? C’era il pane di tessera, lo zucchero di tessera, farina di latte di tessera … Per il pane la tessera era di colore nocciola, per lo zucchero era azzurra, per la farina di latte era bianca, tutte numerate con i bollini. Proprio sotto l’attuale biblioteca c’era l‟A.M.G.O.T. dove avveniva la distribuzione razionata. Poi la mattina, quando andavo a scuola e passavo dalla piazza, davanti al monumento dei Caduti (allora si trovava in piazza) vedevo, seduti sui gradini del monumento, a prendersi quel po’ di sole che spuntava, tanti cristiani, mischinieddi, con cappelli militari, avvolti nei cappotti militari e mi facevano pena: stare fuori con quel po’ di sole per loro era forse il paradiso. Gli aerei la notte passavano con quel rombo cupo e guardavamo verso le montagne, in direzione di Palermo, e si vedevano i bagliori lontani dei bombardamenti. Poi ci fu la nostra stazione ferroviaria mitragliata e tutti sotto il treno, quelli che, almeno, ci riuscirono perché le persone sul treno (quando c’era) erano stipate come sardine, pure sul tetto certe volte. E in quel mitragliamento (forse a Carini, lo stesso giorno) fu colpito a morte il padre dell’avvocato Pino Misuraca, morto a sua volta qualche anno fa.

In questo periodo così difficile, quali erano le persone, le autorità che rappresentavano un punto di riferimento?

La prima persona che mi viene subito in mente è don Onofrio Valenti. Don Nofriu fu un importante personaggio, padrino di mio padre poiché lo aveva battezzato. Egli fu il primo sindaco di Terrasini nominato direttamente da Charles Poletti (a sua volta mio padre, su sua nomina, fu infatti a capo dell’AMGOT, lo spaccio messo in piedi quando arrivarono gli aiuti americani). Don Nofriu era un grosso ed autorevole proprietario terriero, figlio di un altrettanto proprietario, di nome anche lui Onofrio. L’altro punto di riferimento fu Padre Bertolino che era arrivato a Terrasini nel 1938 come cappellano nella chiesa della Provvidenza, alla marina (sostituiva Padre Evola che, sorpreso dalla guerra mentre si trovava in America, poté tornare solo nel 1951). Pertanto, con mio padre, che aveva molti legami alla marina, ci fu un’ottima collaborazione. I marinara, a quel tempo, erano zero totale di tutto; al novantanove per cento analfabeti. I conti se li facevano con le sarde: una sarda = una parte; due sarde = due parti; mezza sarda = mezza parte e così via. Poi dividevano i soldi dei pesci venduti. I pesci li mettevano tutti a munzieddu¹¹ e li salivano allo scaro cu i cartidduna, con le pale, poi, li mettevano sui carretti e i carretti li portavano nei magazzini del salato dove le donne si mettevano a scapuzziari¹´ tutti sti pisci e buttavano tutte le teste giù nella Praiola.

La marineria, che mons. Bertolino prese in mano, era veramente disastrata. Da lui le persone andavano a piangere per qualsiasi bisogno e lui si interessava per tutti e sempre pronto, a disposizione di tutti. Nel dopoguerra gli imputavano il fatto di fare politica, di sciarriarisi con i comunisti, ma questa è un’altra cosa. Erano i tempi.

Ma su quest’ultimo punto sarà interessante tornare, non credi?

Sì, sì … certamente.

E poi, nel luglio del 1943, arrivarono gli americani. Dove ti trovavi quel giorno? cosa ricordi anche dei giorni successivi?

Io e mio fratello Renzo stavamo mangiando latte di capra e gallette abbagnate, non perché non avessimo il pane, ma perché per noi era come mangiare biscotti. Fu in quel preciso momento che sentimmo provenire dalla strada un gran frastuono di motori, un vociare confuso, persone che cantavano… Da dove abitavamo noi (Via Saladino, ora De Gasperi) alla via Palermo c’erano sì e no dieci metri, perciò ci affacciammo: frati mìu …! Aprivano questa specie di corteo tutti i prigionieri italiani che andavano ridendo, iàvanu critiniannu¹µ; gli americani di latu e latu con i fucili rivolti a canna in giù, una jeep e dietro c’erano camion, carri armati, veramente un esercito e venivano tutti dalla via Partinico. Ci ritrovammo io e mio fratello con un americano che saltò dal camion che stava in coda alla colonna, ci passò la mano sulla testa, su quei capelli che avevamo cortissimi, e ci fece il gesto di apparare le mani: ci dette due pani ciascuno soffici come una spugna e bianchissimi che mai ne avevamo visto, scatolette varie e stecche di cioccolato. Chissà che simpatia gli facemmo. E c’era tutto questo ben di dio e mia madre, allarmatissima, che ci chiamava di l’àstracu: «Attìa, viniti ccà!». Avevano tutti paura râ trasuta r’americani perché si temevano scontri con i fascisti … ma immagina tu, nuddu sparau un cuorpu. Arrivo dentro, apro una scatola di carne (aveva una chiavetta incorporata mai vista prima): indimenticabile l’odore e il sapore! Una scatola di formaggio olandese fuso in-di-men-ti-ca-bi-le! Un pacchetto di uova liofilizzate che, con un po’ di acqua, venivano frittate che erano la fine del mondo. Qui cominciò a vedersi un barlume: cominciarono le sigarette, la disinfestazione col DDT per ogni casa perché non si riusciva ad eliminare cimici, pulci e zecche; le mosche erano a miliardi: appena aprivi la bocca ti assalivano e non ti davano pace, una cosa insopportabile. Fu lenta e difficile la ripresa … il lavoro ancora scarso. Tutti quei reduci … che dovevano fare? Ho il ricordo chiarissimo di un episodio. Un giorno s’arricugghìu Titta Ruffino, buon’anima, a piedi, dalla Grecia. Prima sbarcò non so dove e poi se la fece a piedi fino a Terrasini. Senza scarpe, i piedi fasciati con pezze, uno zaino e delle cose lì per lì misteriose ca ci pinnulìavanu da tutte le parti: tegamini, gavette, paridduzzi¸ e inoltre aveva una barba lunga fino a qua. Spuntò a distanza. «Ma cu è chiddu?» disse don Totò, suo padre, lo spedizioniere della stazione di Terrasini. E a zza Betta, sua matrigna: «Cu è chiddu? ma … nun è me fìgghiu?». E tutta a strata spincìu i vuci per la contentezza. Altri ricordi mi riportano invece al Mulinazzo dove sin da piccolo andavo con i miei a trascorrere l’estate. Al Mulinazzo avevamo una piccola proprietà (dei miei nonni materni) con una casetta. Quel luogo è rimasto nel mio cuore come il ricordo più bello della mia infanzia e adolescenza.

Magari a questo particolare aspetto dedicheremo maggiore spazio più avanti, se lo credi.

Certo, volentieri. Al Mulinazzo -dicevo- il mare restituiva giornalmente, in quel triste periodo, e per diverso tempo, i corpi morti di tedeschi, inglesi. Arrivavano sugli scogli bidoni di benzina, travi, assi, corde, salvagente e pezzi di rottami vari. Mi è rimasto impresso un particolare episodio che, in un certo senso, ruppe la cupa atmosfera di quelle lunghe settimane, di quei mesi. Mi riferisco a quando un bel giorno arrivò, galleggiando, perfino una damigiana. Come fa una damigiana a galleggiare e ad arrivare fin quasi sugli scogli? Eppure vi arrivò. Si vedeva solamente il collo che dondolava: sembrava un’anatra. Era protetta nel cesto di vimini con dentro whiskey scozzese. Il vecchio dei vecchi degli Agrusa, il nonno Rosolino (che era papà di mio zio Rosolino, coetaneo di mio nonno, ma mio nonno non c’era più, non visse quel periodo), con la barca recuperò questa damigiana … Tutti messi attorno a lui e alla damigiana … con una scritta in inglese, ma si capiva che era whiskey; si leva la cera lacca, tutti cuosi … e infine si leva stu tappu: u nannu ciara e dici: «Comunque, picciuotti, i tiempi sunnu chiddi chi sunnu: prima mû vivu iu, si muoru, sugnu viecchiu e nun ci fa nienti; dopu viviti vuàutri a sazietà». Pìgghia un bellu bicchierinu di stu whiskey e schiocca la lingua e dici: «È bellu atturrunatu… bieddu …!». Tutti talìavanu a u nuonnu Rusulinu pi bìriri chi succirìa, ma nonno Rusulinu già desiderava berne un altro perché ci piaceva u vinuzzu au nuonnu Rusulinu. Dopo due o tre ore disse: «Picciuotti, s’avissi statu nvilinatu, già avissi ntustatu». E così ci si spartì questo whiskey. Invece con i bidoni del regio esercito che arrivavano a terra, con le travi, con le corde, il sartiame … fanno una zattera con quattro bidoni, travi a cruci e nuci, legati con le corde; su ogni bidone potevano stare due persone, pertanto realizzarono una zattera che poteva tenere otto persone, ma ce ne potevi mette anche il doppio. Con quella zattera si faceva la qualsiasi. Dice: ma non avevate la barca? Sì, ma con la zattera si poteva fare u palàngaro, cioè, nella zattera si legavano i fili con ami molto grossi chiamati lenzotte, quelli per pigliare cernie, sarachi, manciaracina, purpi; allora mettevamo come esca a ranfa d’un purpu, un pisci: la mattina c’era sempre qualcosa che abboccava. Ogni paraturi era pieno. Si mangiava al momento perché non c’era frigorifero, non c’era neppure la corrente elettrica e quello che si pigliava si consumava subito, tanto, l’indomani, avremmo trovato dell’altro.


ALLA PROSSIMA PUNTATA
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