La Panchina di Felix Bruckner oggi è “Musica”

 


macchina scrivere testoIl vero nome di Felix Bruckner – per chi non l’avesse ancora scoperto, ma è tempo di rivelarlo – è Felice Internicola, docente di Storia dell’Arte a riposo. Oggi torna a farci riflettere con un nuovo brevissimo racconto che ha al centro la Panchina, di quelle che usualmente troviamo nei giardini pubblici. Ma la Panchina che ci presenta Bruckner non è semplicemente quel che è. Piuttosto è il punto in cui si sosta più con la mente che col corpo, contornato da un universo, luogo per eccellenza dell’ozio (da non confondersi col “non far nulla”), il punto di osservazione del mondo, che riscopri se procedi lentamente. Il passo è lento ma sicuro e scandisce la vita. Il guaio è che, nel momento in cui, leggendo, ce ne rendiamo conto, lasciata la panchina alle nostre spalle veniamo spesso risucchiati dalle umane miserie. Buona lettura e arrivederci al prossimo. (GiuRu)


MUSICA

Tornare a vivere con lentezza. Piccole storie di panchina

Aveva steso una scatola di cartone trovata fortunosamente accanto alla panchina malandata. Una illuminazione fioca e scadente completava la scena. Vi si era, con fatica, adagiato, spossato e senza più forza di continuare a camminare nella neve alta. Erano ore che camminava.

PANCHINA QUATTRO“Non  pensare vecchio, non lasciare che il freddo prenda il sopravvento. Resisti. Qualcuno verrà. Ho visto delle luci nelle case giù, in lontananza. Forse qualcuno farà uscire i cani per la passeggiata serale e così si accorgerà di te. Resisti”.

Già non riusciva a mettere a fuoco, ma non gli importava. Lui sentiva i suoni. Lui vedeva tutto attraverso il suono. La sua vita era stata segnata sempre da colonne sonore magnifiche. La musica aveva accompagnato sempre le sue azioni. Era stata la sua guida interiore, il suo tormento, la sua gioia, la sua calma, il suo stimolo.

La panchina sorreggeva il peso dei suoi pensieri, già finali, ma non si alleava. Non si rivelava. Non partecipava. Non prendeva posizione. Aveva una amorfa, assente attenzione. Una neutrale visione dello scorrere del tempo. Ormai il freddo, ambasciatore di oblio, si stava già insinuando dentro il suo corpo e tentava di togliere l’ultimo calore che ancora vi si annidava. Un velo ombroso già si presentava nei suoi occhi, scivolando perfido e inesorabile.

Pensò di iniziare a salutare il mondo … la musica! … la musica! … non sento più la musica. Vi prego datemi un’ultima volta la musica … vi prego!

Una lingua calda umida lo risvegliò. Due occhi amorevoli  lo scrutavano interrogativi. Un concreto abbaio lo riportò alla realtà. Il cane continuò a leccarlo, scodinzolando a turbo la coda. Ormai molte mani amorose si stavano prendendo cura di lui. La musica stava ritornando, piano piano. Era salvo!


 

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