Felix Bruckner e la sua (seconda) Panchina

 


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Felix Bruckner torna a farci riflettere con un nuovo ciclo di racconti che ha come “luogo” eletto di osservazione la Panchina, di quelle che usualmente troviamo nei giardini pubblici. Ma la Panchina che ci presenta Bruckner non è semplicemente quel che è. Piuttosto è il punto in cui si sosta più con la mente che col corpo, contornato da un universo, luogo per eccellenza dell’ozio (da non confondersi col “non far nulla”), il punto di osservazione del mondo, che riscopri se procedi lentamente. Il passo è lento ma sicuro e scandisce la vita. Il guaio è che, nel momento in cui, leggendo, ce ne rendiamo conto, lasciata la panchina alle nostre spalle veniamo spesso risucchiati dalle umane miserie. Buona lettura. (GiuRu)


 

Due

È di ferro. È dura, fredda, un po’ altera e scostante. Ma non può rifiutarsi di raccontarmi le storie che su o attorno ad essa hanno ruotato. Le chiedo la sua.

Inizia dicendomi che comincia da molto lontano dall’attuale luogo di fissa dimora. Uno spazio farraginoso, aspro, rumoroso, metallico, caldo, impregnato di acidi, di fumi tossici e nocivi. Ecco! Nasce proprio lì. Forgiata e assemblata da abili mani di omoni rudi, ma buoni nell’animo. Forse le hanno trasmesso un po’ di qualità buone nascoste e mute.

Appena composta viene trasportata in un capanno molto luminoso e vestita con materiali che la proteggeranno per lunghi anni. Deve stare da sola all’aperto. Mi ha fatto ridere molto come si è presentata. «Sono un posteggio temporaneo di culi!».

panchina 1Ma è la sua maniera di eludersi, il suo scostante protettivo. Non vuole farsi coinvolgere, lei. Se la guardi con attenzione e dolcezza curiosa, si scioglie quel tanto da lasciarsi andare a momenti di vissuto non sempre buoni o sereni. Qualche mancanza, ammaccatura o scrostatura di alcune sue parti, rivelano una furia che non le appartiene, un bagaglio di violenza becera che le è stata rivolta gratuitamente, con truce cattiveria e ignoranza malata.

Avendone la possibilità, mi ha fatto notare con crudezza, di come mani selvagge le hanno inferto anche graffiti, graffianti la sua anima più profonda. Non è tanto per il graffio significante, ma  per il malato significato che lei si ribella e incupisce. Poi tenta con una labile giustificazione di capirli. Sono ragazzi, dice con un lieve e nascosto livore soffuso. Li vede apparire da lontano. Sono senza Dio e senza madre. Il padre è stato sempre assente. Vogliono riempire il loro vuoto facendo ad altrui e a cose, atti inconsulti e gratuiti, per gridare con forza al mondo che non li vede, la loro esistenza, il loro diritto a esserci. Ma è un modo malato, un mondo assente e agonizzante.

Lei, intanto,  resiste. Dialoga col vento, con la pioggia, con gli escrementi degli uccelli, con le foglie che le cadono addosso, con il freddo umido e penetrante, con le bottiglie rotte, con il caldo. Certe volte vede delle persone anziane che le si avvicinano tremolanti e desiderose di sollievo. Allora li vorrebbe omaggiare con un grande sorriso. Diventa serena. Mi dice: «Sono loro che mi danno una pulita gratuita e rivolta solo a me. Sono loro che mi rispettano. Sono loro che pensano a chi verrà a sedersi dopo di loro. E così quel gesto di pulirmi diventa come un caffè sospeso e io sono orgogliosa di servire. Ora sono fatta anziana, ma non mi lamento più di tanto. Per mia fortuna ho la residenza in un posto quasi solitario e schivo. Passata la bufera arriverà il bel tempo».

Non parla più. Sembra di nuovo una panchina fredda, altera, distaccata.

Felix Bruckner


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