“Le Panchine” di Felix Bruckner

 


macchina scrivere testo
Felix Bruckner torna a farci compagnia per alcune settimane con un nuovo ciclo di racconti che ha come “luogo” eletto di osservazione la Panchina, di quelle che usualmente troviamo nei giardini pubblici. Ma la Panchina che ci presenta Bruckner non è semplicemente quel che è. Piuttosto è il punto in cui si sosta più con la mente che col corpo, contornato da un universo, luogo per eccellenza dell’ozio (da non confondersi col “non far nulla”), il punto di osservazione del mondo, che riscopri se procedi lentamente. Il passo è lento ma sicuro e scandisce la vita.
Il guaio è che, nel momento in cui, leggendo, ce ne rendiamo conto, lasciata la panchina alle nostre spalle veniamo spesso risucchiati dalle umane miserie. Buona lettura. (GiuRu)


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Tornare a vivere con lentezza. Piccole storie di panchina

di Felix Bruckner


Giorni addietro ho incontrato il mio amico Bastiano, che mi metteva al corrente delle sue scelte e di come oramai non criri cchiù all’umano. Nello ntruppiamento della discorritudine mi risse, tra le altre cose più o meno serie, che alla commentatio di un suo post, qualche lettrice facebookiana avissi stinnicchiata l’idea di solleticarlo a scrivere storie di ordinario minimalismo, seduto su di una panchina in un loco dunnejjie. Sempre fra una rinfriscatina analcolica e l’autra, sapendo il perfido che io non faccio storie, ma li scrivo, mi propose di fare jo il panchinaro, cosi da portare alla luce le storie.
Seduto, attendo fiducioso. Esse si appalesano in un modo zen. Sono minute, timide, non invadenti, educate e rispettose. Vengono, vanno, arrivengono, si presentano, si quartiano,  si ammucciano, si entusiasmano, diventano joculane e ridanciere. Però bisogna scegliere la panchina giusta! Deve essere innanzitutto friscanzia. Ovvero si deve trovare sotto una coltre di verde. Poi deve essere prospiciente un vasto panorama naturale da rimirare, per potersi arricriare l’arma. Infine non ci deve passare nessun scassaminchia di motorino, motore, rumore tumptutump tumptutump, parlativacanti e teste irrispettose. Il rumore innaturale è bandito! Solo suoni e odori accordati con i timbri dell’anima. Se non si verifica questa  concomitanza di eventi, nessuna storia si presenterà. Convinto da Bastiano ho trovato il posto adatto e sto aspettando, senza limiti temporali, il loro apparire, il loro manifestarsi, il permesso di parlare di loro. Ecco … arriva la prima!


Uno

Sto seduto con gli occhi chiusi e cerco ingenuamente di fermare invano quei cerchietti luminescenti che girano nel semibuio della mia pupilla. Sono in attesa di essere subissato di stimoli per coni e bastoncelli. Nessun suono straniero si sente. Il vento accarezza ruvidamente il fogliame e lo invita a liberare nell’aria sonorità antiche. È un concerto sonoro, ma anche odoroso. I neuroni specializzati inviano segnali a tinchitè verso il bulbo olfattivo, così il cirivello interpreta le segnalazioni e va a prendere nello scaffale infinito delle nostre esperienze quello che corrisponde preciso preciso a quello che ora, stante, sento seduto sotto le fronde fresche e verdi.

foglie-autunnali 1Mi sento beato nel paradiso terricolo. Ora apro gli occhi. No, ancora un momento. Vediamo di indovinare quale foglia firria più veloce nell’aria. La pelle. Può essere che la frescura che sento a intervalli regolari sulla guancia destra sia dovuta a quei passaggi di sponda del movimento dell’aria dalle foglie più grandi fino ad arrivare a quelle più piccole della parte inferiore dell’albero di roverella? Può essere. Ma io non sono un matematico. Troppe combinazioni, troppi frattali, troppe trigonometrie. Non conosco il codice. So solo che sento una certa umidanza frescurosa sulla guancia destra.

Ora apro gli occhi e controllo. Cribbio! Non mi ero reso conto di quante foglie si siano staccate dai rami. Volteggiano e veleggiano indipendenti verso l’ultimo approdo. Il volo dell’oblio. Mi soffermo a seguire l’arrivo di una particolarmente grande e accartocciata. Sembra una navicella spaziale, un veliero rukiliano reduce da mille battaglie extragalattiche. Ecco, ora si è fermata davanti ai miei piedi. Il venticello si è calmato, ma lei ha sussulti impercettibili di vitalità. Devo guardare meglio da vicino. Un minuscolo ragno si sporge furtivo dal bordo seghettato e mi attenziona. Mi scruta. Mostra i suoi molteplici occhi con fare garbato e per niente intimorito. Anzi, sembra quasi volermi chiedere le indicazioni per raggiungere il suo nido. Lo guardo curioso. Lui cerca di mettersi in contatto, ma io non capisco. Seccato volge gli sguardi lontano da me e con malcelato disappunto scende dalla foglia lentamente e si allontana nel sottobosco, lasciandomi ai miei interrogativi sospesi…

Il venticello ha ripreso a soffiare lieve e delicato. Mi metto comodo e richiudo gli occhi …


 

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