“TRENI” di Felix Bruckner

 


Felix Bruckener torna fra noi con due nuovi racconti. Il primo – pubblicato la scorsa settimana – si intitolava «Freeburdillifero»; oggi è la vota di «Treni». L’enigmatico Bruckner rivela anche in questo secondo brevissimo racconto (quasi un lampo) il suo personale stile narrativo. E sì, perchè è lo stile narrativo che conta e che fa la differenza.
Ci auguriamo che continui ad inviarcene altri, così come ci si augura che altri seguano il suo esempio, tirando fuori dal cassetto le loro composizioni (non necessariamente di narrativa). Terrasini oggi sarebbe felice di riceverli e pubblicarli.

Treni

di Felix Bruckner

Treni. Universi che si sfiorano. Volti che si osservano e ti osservano. Storie non scritte e rapide. Odori di carne in scatola, patatine marca Penny e rumori di parole quasi incomprensibili. Solo un suono percepisci netto. Tum tu tum tum tum tutum. Le ruote sui binari cantano il loro personale concerto in mezzo a una pletora di pensieri altri.

treniStridore di freni. Ci si ferma per far salire altri viaggiatori. Un volto estraneo, ma chiaro, con uno sguardo acquamarina cerca il suo posto prenotato. È quello dove per sbaglio mi sono seduto io. Faccio per alzarmi emettendo incomprensibili scuse, ma lei mi ferma – Può stare lì se vuole, io mi metto al suo posto tanto uno vale l’altro, poi più in là, se vogliamo, possiamo fare cambio. Tranquillo!

Ringrazio come un ragazzino graziato e mi immergo svogliato nei miei pensieri negativi. È da un po’ che sento quello sguardo color acquamarina addosso, ma ogni volta non riesco a trovare la tempistica adatta a fermare la foto. Poi la vedo. Mi sorride e con fare giocoso agita festosamente la mano al mio indirizzo. Rimango fermo, indeciso. Poi mi lascio coinvolgere nel saluto e in lei si palesa in viso un generoso sorriso calmo.
Mi assopisco di nuovo e di nuovo sento il peso leggero del suo sguardo su di me. Apro gli occhi e vedo che mi osserva ancora una volta. Forse vuole intavolare una discussione, così, per passare il tempo. Ma è due file più in là, e il rumore del treno non permette dialoghi.
Decido di rimanere al mio posto e intrattengo con una perfetta sconosciuta un surreale colloquio fatto di gesti e di parole senza suono. Lei, stranamente capisce, e ad un certo punto rattrista il suo volto per me.
Il treno stride un’altra volta e si ferma. Si alza, viene verso di me con la valigia al seguito, mi guarda ancora una volta col suo colore acquamarina, mi cerca la mano e me la stringe. Poi scende dal treno e mi saluta, augurandomi ogni bene del mondo senza profferire parola.
Non conosco il suo nome, ma ho conosciuto il suo colore.


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