LA STRAGE DI SAN CATALDO DEL 1946

 


Dopo il bel ciclo di racconti del sempre più misterioso Felix Bruckner ispirati alla Baia di San Cataldo (tornerà fra non molto con altri di diversa ambientazione e significato), concludiamo oggi con quanto vi avevamo preannunciato all’inizio del ciclo. Si tratta di un efferato episodio di cronaca nera avvenuto nel 1946, che pochi a Terrasini ricordano o conoscono, accaduto proprio a San Cataldo. Una vera e propria strage ad opera  – si disse allora – di due o tre fratelli banditi di Trappeto in qualche modo collegati al bandito Salvatore Giuliano. Sta di fatto che un bel giorno – si dice per la loro spietatezza – furono fatti fuori in una imboscata su ordine dello stesso Giuliano, essendo divenuti troppo ingombranti.

cop_muzzicuniL’episodio è rievocato da Faro Lo Piccolo nel libro di memorie terrasinesi (e in parte cinisensi) intitolato “Fammi rari un muzzicuni, ca ti cuntu un cuntu!”. I ricordi personali di Lo Piccolo spaziano in un arco temporale che va dal 1943 (con l’entrata degli Alleati) agli Anni Novanta del Secolo scorso. La narrazione si avvale della tecnica dell’intervista condotta da Giuseppe Ruffino. Il volume (458 pagine) si può chiedere in prestito presso le biblioteche comunali di Terrasini e Cinisi oltre che in quelle scolastiche di entrambi i Comuni.

La trascrizione che vi proponiamo  presenta diversi passi in dialetto (come del resto altre contenute nel volume). Abbiamo voluto mantenere il registro linguistico dialettale per rispettarne la spontanea genuinità orale.
Tuttavia per i lettori che non hanno dimestichezza col dialetto siciliano
abbiamo eccezionalmente trascritto fra parentesi la traduzione in lingua dei passi non a tutti comprensibili. (GiuRu)


Antonio Mancuso, fuoco, opere

Illustrazione di Antonio Mancuso “Fuoco”, Opere


Lorenzo Bbrasiddu e i banditi


 

[…] la festa dell’Ascièusa [Ascensione] era già bell’e dimenticata da diversi anni, o sbaglio?
[…] Noi invece l’avevamo tenuta grosso modo fino al 1950. Consisteva, dunque, nell’andare in molti a San Cataldo, almeno coloro i quali avevano la possibilità di spostarsi con mezzi vari, ma anche a piedi e poi, magari, ritornare in paese sui carretti, a ggritta cuomu egghié [in piedi come capitava], o con biciclette. Lungo quella meravigliosa spiaggia, dinanzi l’antica cappelletta, si benedivano i cavalli, gli animali in genere e la gente si portava di tutto; c’erano quelli che erano della zona di Milioti, la parte alta del Nocella, della pianura che, grosso modo, si trova oggi quasi di fronte a Città del Mare. Scendevano da tutto questo pianoro, dove c’erano allora delle mandrie con relative mànnari [ovili]; inoltre venivano da Trappeto … veniva un sacco di gente, era una festa grande. C’era la messa nella chiesetta di San Cataldo, praticamente sulla spiaggia, oggi ridotta un rudere se non addirittura scomparsa.

Ritorniamo alla festa. Dicevamo che si andava a San Cataldo (Padre Mercurio prima, Padre Bertolino dopo) per una ricorrenza che era molto sentita dalla popolazione: lì c’era un incontro fra persone non solo locali, ma anche di altri paesi vicini. Dopo la messa e la benedizione degli animali, cu cantava, cu ballava, cu mettieva a rustiri [chi cantava, chi ballava, chi si metteva ad arrostire]; c’era ron Turiddu Matarazzu ca vinnìa càlia e simienza; l’antinna cu Vicienzu Pigghiantinni [c’era don Salvatore Matarazzu (NdR: materasso, soprannome) che vendeva ceci abbrustoliti e semi di zucca salati e abbrustoliti; l’antenna con Vincenzo Pigghiantinni, (piglia antenne)].
[………………..]
Prima mi dicevi di ricordarti di una vicenda legata a un certo Bbrasiddu …
Sì … ecco. Si tratta di Lorenzo Bbrasiddu, amicu mìu, zio di Salvatore Russo che fa l’infermiere a Palermo. Se è vivo, in America, dovrebbe avere oggi … un 78 anni, cinque più di me.

Lorenzo Bbrasiddu (era allora un picciuttieddu [ragazzino]) guardava a racina nn’iddi, dduocu ncapu u Chianu u Re [sorvegliava l’uva (la vigna) di loro proprietà, qua, sopra il Piano del Re (contrada partinicese dove si trova l’antica sorgente idrica di Terrasini)].

a cavalloPassano a cavallo uomini che facevano parte della banda Giuliano, erano di Trappeto, quelli più spietati (NdR: i fratelli Labruzzo?). U picciuttieddu vitti ca cugghièvanu racina e ci ittau vuci, riciènnuci puru paruoli  [Il ragazzino vide che raccoglievano uva e gridò al loro indirizzo anche con parolacce]. Naturalmente non sapeva chi fossero. Allura uno di chisti isa a scupietta e suona na scupittata. Chiddi ammazzavanu cristiani pi nienti, ne parla la storia della loro spietatezza. [Allora uno di questi alza il fucile e spara una fucilata. Quelli ammazzavano persone per niente]. A questo punto u picciuttieddu [il ragazzino] (se io nel 1944 avevo sei anni, lui ne aveva 11-12), capìu che era muortu e dduna a curriri viersu San Catauru e chisti cû imienti ntê frienzi, mura, strati, cannitu. U picciuttieddu arriva a u mulinu di San Cataldo di cui, forse, ho già accennato. [capì che era morto e comincia a correre verso San Cataldo e quelli con le giumente fra il filo spinato, muri, strade, canneto. Il ragazzino arriva al mulino di Sa Cataldo]. Tu u sapievi ca a San Catauru c’era u mulinu? [Tu (rivolto a Ruffino) lo sapevi che a San Cataldo cera il mulino?]

No, non lo sapevo.
Veramente erano due: uno a ponente e uno a levante (lato Trappeto); quello di ponente era già dismesso, quello di levante rimase in piedi fino al dopoguerra avanzato.
mulino
Oggi non c’è più niente, si vedono forse i ruderi. C’era una saia per attingere l’acqua dal Nocella. Quando ero ragazzo e andavo a San Cataldo e segavano i pioppi, u ciumi [il fiume] era pieno di granchi, mulietti e anguille; li prendevano con una facilità enorme … certi granci tanti [granchi grandei così], buoni come quelli di mare. Incanalarono l’acqua del fiume perché, rispetto alla foce, c’è un bel dislivello; arrivava per caduta di almeno dieci metri sulla ruota, e macinavano il frumento.

Bbrasiddu arrivò dduocu curriennu cuomu un pazzu, trasìu rintra u mulinu [Biagio arrivo qui correndo come un pazzo, entrò nel mulino], c’era un mucchio di sacchi vuoti e s’infilò sutta i sacchi senza essere visto da nessuno. Ddà ffuora [là fuori] c’erano cinque o sei cristiani cu i muli, cu i cavaddi, cu i carrietti c’aspittàvanu u macinatu [c’erano cinque o sei persone con i muli con i cavalli con i carretti, che aspettavano il macinato]. I banditi arrivanu, ricinu [dicono]: «Unn’é?» [Dov’è?]
«Ma unn’é cui?», rìcinu. [Ma dov’è chi, rispondono]
«U picciuttieddu».
«Ma quali picciuttieddu? ccà nun aviemu vistu a nuddu» [qua non abbiamo visto nessuno].

I banditi lo avevano visto dall’alto ca chistu avia arrivatu dda [che questo era arrivato là].
Fìciru u firriuni, si firmaru e ci rissiru a tutti [Fecero un giro, si fermarono e (gli) dissero a tutti]:
«O nnû riciti o v’ammazzamu» [O ce lo dite o vi ammazziamo].
«Ma sunn’amu vistu a nuddu …!!! cuomu vi l’amu a ddiri?» [Ma se non abbiamo visto a nessuno!!! Come ve lo dobbiamo dire?].

L’ammazzaru a  t – u – t – t – i ! E prima ri irisinni spararu puru ai cavaddi, ai sciecchi e si nni ieru [Li ammazzarono tutti! E prima di andarsene spararono pure ai cavalli, agli asini e se ne andarono].
È storia … è storia!

Bbrasiddu che, come dicevo, oggi è in America e spero che sia ancora vivo, se l’è fatta franca. Questo è un altro capitolo di drammatica storia terrasinese. (PAG. 273)


 

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