I Racconti Di Felix Bruckner e La Baia Di San Cataldo. “Nicandro di Ikaria”

 


Scrive Bruckner: «Tutto nasce da una sentita partecipazione, utilizzando il mezzo della scrittura. Per far pensare, ricordando sempre, che non c’è futuro se si disconosce il passato». La pubblicazione dei racconti sta suscitando e suscita un crescente interesse fra i nostri lettori.
Con “Nicandro di Ikaria” siamo dunque all’ultimo racconto fra quelli da noi prescelti. I quattro precedenti
Il tenenteFatima” “Dopoguerra”  “L’eremita“ e “Cassio Metello” . Col racconto di oggi si conclude il breve ciclo dedicato a Bruckner (ma non è detto che non possano essercene altri di diversa ambientazione). Presto la cronaca di un fatto realmente accaduto proprio a San Cataldo alla fine degli anni Quaranta dello scorso Secolo tratto da “Fammi rari un muzzicuni, ca ti cuntu un cuntu!”, memorie di Faro Lo Piccolo.

san cataldo

Uno scorcio della spiaggia di San Cataldo com’era fino a qualche decennio fa


 

Nicandro di Ikaria

 

Avevano navigato per giorni costeggiato il litorale in direzione ovest, attenti a non far innervosire gli Elimi. Nessuno di loro aveva pensieri bellicosi; erano mercanti loro, e come tali esploravano nuove vie per proporre le loro mercanzie.

Si erano tenuti al largo da Drepanon  e di notte avevano visto i fuochi di Eryx. Meglio passare inosservati. Il loro nocchiero era Nicandro da Ikaria, un grande omone con una voce baritonale che incuteva timore e riverenza. I marinai della pentecontera fondavano molta fiducia nelle doti marinare del loro nocchiero e lui ricambiava con una notevole capacità di cabotaggio in acque sconosciute. Altra dote di Nicandro era la preziosa maestria di mediazione. Si potrebbe dire oggi che era un perfetto diplomatico.

Navi Romane di luca tarlizzi

Disegno di nave romana in mare tempestoso di Luca Tarlizzi

Con i Focei aveva attraversato il Mediterraneo e mercanteggiato argento e stagno presso l’estremo occidente simboleggiato da Tartesso, regione a sud ovest dell’attuale penisola iberica. All’alba avevano traversato un capo con un alto costone innestato in un declivio che sfumava nel mare limpido e cristallino. Si osservava una spiaggia dorata e dolce. Avevano chiamato il posto Egitarso, in onore di chi l’aveva notato per primo. Ai loro occhi si dischiudeva un ampio golfo foriero di utili traffici commerciali. Infatti notarono numerosi fumi che si alzavano al cielo, indicativi di possibili presenze umane.

Dopo aver costeggiato scoscese rive e incantevoli angoli di paradiso, decisero di non fermarsi nel primo approdo sicuro che intravidero. Era quello che secoli dopo si sarebbe chiamato Castellammare del Golfo. Una serie di costruzioni difensive segnalavano un probabile pericolo. Meglio andare avanti.

Dune altissime e una spiaggia ininterrotta disegnavano la linea costiera. In lontananza intravidero un altro approdo relativamente sicuro. Appariva favorevole all’attracco, quindi precorritore di un possibile luogo per mercanteggiare. Una serie di fiumi poteva permettere una facile navigazione verso l’interno. Nessun segno di presenza umana appariva ai loro sguardi tesi e allo stesso tempo curiosi.

Nicandro aspettò alla fonda per diversi giorni, per dare tempo agli eventuali abitanti di quei luoghi sconosciuti di avvicinarsi. Nel pomeriggio del terzo giorno una figura esile, evanescente e apparentemente timorosa si intravide nel declivio che scendeva fino alla spiaggia di ciottoli che si distendevano davanti a loro. Nicandro ne rimase colpito a tal punto da illudersi di vedere in essa la dea Artemide. Sogni premonitori popolarono le successive notti di Nicandro.

L’immagine della dea si affollava nella sua mente. Con alcuni compagni decise di risalire il fiume nella speranza di incontrare la figura femminile che aveva intravisto. Non riuscirono nel loro intento, ma presero contatti con un gruppo di uomini e donne che avevano costruito un accampamento a tre miglia dalla costa. Tutto si svolse in silenzio e in pace. Iniziarono i baratti e gli scambi.

Anni dopo Nicandro, ormai stanziale nella piana, fu eletto capo del piccolo contingente umano e fondò una città a cui diede il nome di Parthenos in ricordo della vergine che aveva intravisto il giorno del loro arrivo nella baia di San Cataldo.

Foto di Roamano Battaglia Una Rosa dal mare

Foto di Romano Battaglia, “Una rosa dal mare”

[Una volta mi dissero che l’amore dei gabbiani, come quello degli alcioni, dura a lungo, spesso per tutta una vita.
Infatti i pescatori a volte trovano sulla sabbia i loro corpi senza vita, a due alla volta mai soli.
Volano per l’ultima volta sulla riva solitaria per morire insieme.  (Romano Battaglia, Una rosa dal mare)]


            

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