La Baia di San Cataldo e i Racconti di Felix Bruckner. “Fatima”

 


Scrive Bruckner: «Tutto nasce da una sentita partecipazione, utilizzando il mezzo della scrittura. Per far pensare, ricordando sempre, che non c’è futuro se si disconosce il proprio passato».

san cataldo

macchina scrivere testoL’Autore ha scelto di non presentarsi col suo vero nome.
Felix Bruckner non da oggi è innamorato della Baia Di San Cataldo e, giusto in coincidenza con la rinata attenzione per quel sito di insolita bellezza, ci ha inviato alcuni dei suoi brevissimi racconti, veri affrechi incastonati fra storia, fantasia e realtà ispirati a quella baia ricca di storia materiale e umana. E così, convinti di far cosa gradita alle nostre lettrici e ai nostri lettori, pubblicheremo uno a settimana i sei racconti da noi prescelti.

Con “Fatima”, dopo “Il tenente”, siamo al secondo.


Fatima

fatimaMohammad Ibn Abbad aveva sognato. Nel sogno era portato in volo verso oriente e veniva depositato, delicatamente, davanti la tenda di Fatima. Come era bella Fatima: occhi infuocati e neri come la pece, allusivi di delizie e di amore eterno, che trafiggevano come dardi il cuore di Mohammad.

Un rumore improvviso lo riportò alla realtà, e aprendo gli occhi vide Semnoen che con un profondo inchino si scusava di averlo forzatamente e bruscamente svegliato. L’esercito di Federico II si stava avvicinando sempre di più a Tell Kalimat  (monte Palmeto), dove si era acquartierato un contingente agguerrito di arabi, ultimo avamposto prima della città di Iato.

Erano anni che Mohammad guidava la rivolta, nella speranza di una rinascita. Ma questa volta il nemico si era fatto più potente e, nel suo profondo, lui sapeva che la fine si avvicinava sempre di più. Ecco perché sognava sempre Fatima. Il legame che li univa era diventato da tempo temprato e indissolubile, e i piccioni e le colombe bianche volavano sempre più spesso verso oriente.

Semnoen, su incarico di Mohammad, organizzò una riunione urgente dei comandanti di Iato e dei presidi della zona. Iato era l’ultimo baluardo che rosone arabonon intendeva cedere all’arroganza imperiale. Loro erano arabi di Sicilia. Per generazioni  avevano costruito, ampliato, bonificato, irrigato, prodotto in quei luoghi che sentivano come la loro patria. La convivenza con persone di altre religioni era stata, dopo un primo periodo di attriti e di atrocità, abbastanza pacifica e in moltissimi casi, i conquistatori arabi avevano concesso di professare altri culti con una notevole tolleranza, che si era vista poco nelle file cattoliche.

Erano altri tempi. L’Imperatore, fra le altre cose, non aveva potuto digerire l’azione del conio di una moneta di argento araba, che Mohammad aveva ordinato di diffondere in contemporanea alla punzonatura distruttiva delle monete federiciane. Era il loro modo di sentirsi parte dei luoghi, la loro affermazione d’indipendenza dal potere imperiale. Federico aveva giurato di cancellarli dalla faccia della terra, e personalmente stava guidando il suo esercito verso le ultime sacche ribelli.

Semnoen attendeva fuori la tenda del suo Qāʾid, con venti cavalieri armati di tutto punto, sarebbe stata la scorta per andare a Iato. Una vedetta avvisò che al largo della Baia Baluk (odierna Baia di San Cataldo) si stava profilando un dispiegamento di navi imperiali. Chiaro il loro scopo. Il cerchio si stava stringendo. Alle prime luce di un’alba tetra, Mohammad diede le ultime istruzioni per resistere all’assedio che era imminente.

La storia non ci parlò del pianto silenzioso di Fatima. Nessuno conobbe le ultime immagini nella mente Mohammad ibn Abbad, mentre penzolava da una forca a Palermo. Solo il boia sentì la parola “Fatima”.

 Felix Bruckner


 

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