FESTA DI MARIA SS. DELLE GRAZIE. 1952, QUANDO “A BBIEDDA MATRI” APRÌ IL CIELO

 


Venerdì 8 settembre la solenne processione in onore della Patrona di Terrasini Maria Santissima delle Grazie. Vi riproponiamo, con l’occasione, la rievocazione di un episodio di 65 anni fa accaduto nel giorno della Festa in onore della Patrona di Terrasini. È tratto dal libro “Fammi rari un muzzicuni, ca ti cuntu un cuntu!” di Faro Lo Piccolo e Giuseppe Ruffino pubblicato nel 2011.

maria testo

Terrasini, la Chiesa, i fedeli come ogni anno si preparano per il momento più alto di devozione, di incontro e di preghiera. E sicuramente domani udremo, durante la solenne processione, la recita dell’antico Rosario in dialetto cantato dai fedeli.

Riggina di li cieli e Ddivina Maistà
sta grazia v’addumannu facitimilla pi carità
fammilla tu Maria, fammilla pi pietà
pi li doni ca arricivisti di la Santissima Trinità.

Al suo passaggio si accenderanno, come da tradizione, le luci dei balconi da cui molti devoti lanceranno petali e rivolgeranno preghiere, riflessioni o una semplice richiesta di grazia.

Fino ai primimissimi Anni Sessanta del Secolo scorso la Festa si svolgeva alla fine di settembre. È lecito ritenere che fu anticipata alla prima settimana dello stesso mese in quanto, a iniziare dalla sua metà, si entrava nel pieno della vendemmia. In quegli anni, infatti, anche Terrasini era massicciamente coinvolta nella raccolta e i braccianti a centinaia si trasferivano per il periodo necessario nelle più o meno lontane grandi proprietà coltivate a vigneto. Fu così che, nei primissimi anni Sessanta, fu deciso di anticipare la festa in modo da consentire alle famiglie di essere untite e in buona parte presenti ai festeggiamenti.
I ragazzi di ieri – oggi avanti negli anni – ricorderanno bene come la scuola, dopo le lunghe vacanze estive, riapriva pochi giorni dopo (il 1° ottobre) la conclusione della festa.


1952, QUANDO LA MADONNA APRÌ IL CIELO
(Da “Fammi rari un muzzicuni, ca ti cuntu un cuntu!)

Siamo nel 1952, “Festa di Settembre” in onore di Maria Santissima delle Grazie. Dal fatto che racconto discende il seguente detto dei cinisara: Ma cuomu finìu? Cuomu a fiesta râ Favaruotta. [Ma com’è finita? Come la festa di Favarotta (originario nome di Terrasini)].

Era un fine settembre favoloso, l’aria bella, calma. Nessuno poteva prevedere che, di lì a poco, potesse scatenarsi quel finimondo. Erano circa le dieci di sera di domenica e quell’anno mi ricordo che avevano deciso, per mancanza di fondi, di non effettuare i giochi di artificio. Infatti qualcuno, dopo il “finimondo”, disse: «Vabbè’, u fici a Maruonna u iuocu i fuocu». [Va bene, lo fece la Madonna il gioco di fuoco].

VILLA

Anni Cinquanta del secolo scorso


Io avevo 13 anni e dalla piazza a casa mia camminavo con l’acqua che mi arrivava alle caviglie, cioè un fiume d’acqua che scendeva da tutte le strade in una maniera paurosa. Fulmini e tuoni …! In poche parole, da quel che poi si è capito, era passata una tromba d’aria chiamata “cura r’addau”, coda di drago.

Quando vedi le trombe d’aria che arrivano da Capo San Vito a due, a tre, con questo tourbillon, a volte capita (molto raramente per la verità) che si incanalino in questo nostro corridoio di territorio e, quando toccano terra, sono disastri. Per fortuna capita ogni secolo, forse. L’acqua che rilasciano, col danno che procurano, è incredibile oltre ai fulmini a ripetizione.

Infatti molte case furono trapassate. Padre Bertolino aprì le porte del Duomo per dare ricovero a tutti gli estranei che occasionalmente si trovavano a Terrasini, compresi quei poveri disgraziati delle bancarelle. Infatti queste ultime andarono a finire tutte allo scaro, a mare. I festoni illuminati si sfasciarono del tutto, attorcigliati, sbatacchiati … L’inferno. La corrente elettrica saltò e mancò per due giorni, ma durante la tempesta i fulmini erano talmente frequenti che tu vedevi a giorno. Ed io che correvo verso casa dove trovai mia madre ovviamente allarmatissima. Il mio primo rifugio, pensando che si trattasse di un temporale passeggero, era stato la casa di Nino Balsamo, un lontano cugino di mio padre, in piazza, dove aveva un negozio di abbigliamenti. Ma vedendo che la tempesta perdurava ed anzi aumentava di intensità, e pensando che mia madre impazziva non vedendomi ritornare, decisi di avventurarmi verso casa. Quando arrivai vi trovai un gran numero di cinisara, tutti gli amici dei miei cugini che erano venuti a seguire la festa con le biciclette, lasciandole in custodia a casa mia […….].

Durò per lo meno due ore. Una cosa veramente paurosa: non ci furono morti per un vero miracolo con tutti quei fulmini. Poi si contarono i danni: molte case sfondate, tegole volate vie, finestre divelte e quei poveri disgraziati delle bancarelle che piansero i danni picchì ci appizzaru a càlia a simienza u turruni … tuttu insomma.
Era acqua torrenziale, credo proprio che fosse soprattutto acqua di mare sollevata dâ cura r’addau e riversata sul paese. Molti rimasero in chiesa fino a giorno perché era tutta gente, come detto, che proveniva da altri paesi. Se fosse successo oggi, se ne sarebbero andati tutti dopo un po’ con le auto ed altri mezzi. Allora c’erano il treno, i carretti e i bbiciclietti. Per seguire la festa, infatti, arrivavano soprattutto col treno o a piedi.

Le corse dei cavalli erano l’attrattiva principale. Tu vedevi scendere tutte queste famiglie dalla stazione, gli uomini con la giacca ben piegata e poggiata sulla spalla (a settembre c’era ancora piuttosto caldo), e dirigersi a frotte in paese. Il tifo per le corse era incredibile: ogni paese aveva il suo cavallo. Noi, a Terrasini, avevamo due cavalli importanti (lasciamo la tempesta e parliamo di cavalli), uno di Pagghiazzu e n’àutru di Ciccu [….].

madonna articolo

Processione del 2015


 

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