Via Salvatore Badalamenti “Oltre i cento passi” di Giovanni Impastato

 


oltre i cento passi

Oltre i cento passi”, la recente pubblicazione di Giovanni Impastato, fratello minore di Peppino, contiene molteplici momenti tratti dalla memoria collettiva oltre che personale e familiare. Un approccio diverso rispetto alle numerose pubblicazioni ispirate da “Casa Memoria” (a parte “La mafia in casa mia”, straordinaria intervista del 1986 di Anna Puglisi a Felicia Bartolotta, madre di Peppino) sulla dilaniante esperienza di 39 anni fa. E tuttavia il libro, che si fa leggere d’un fiato, a un certo punto …

... a un certo punto, nel capitolo intitolato “È o non è nostro figlio?” e, in particolare, fra le pagine 144-148, si infila a forza un “fuori luogo” che lascia a dir poco perplessi. Ci riferiamo alla ripresa in blocco della polemica (senza un minimo di autocritica) relativa alla vicenda di una via di Cinisi intitolata una sessantina d’anni fa a Salvatore Badalamenti, partigiano fin dal giugno ’44, della 5ª Brg Valle Ellero, caduto il 23 aprile 1945, a 25 anni, in uno scontro a fuoco con una squadra fascista a Sant’Albano Stura, piccolo centro in provincia di Cuneo. Un particolare da sottolineare: esaminando le date balza evidente che il Badalamenti non fu un partigiano dell’ultima ora (un opportunista), avendo aderito alla Resistenza fin dal giugno 1944, dunque un anno prima che morisse in battaglia nell’aprile del 1945.

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Giovanni Impastato dinanzi la targa della via (foto tratta da “la Repubblica”

Chi era Salvatore Badalamenti dovrebbe essere ormai a tutti noto anche se, fino a pochi anni fa, in pochissimi conoscevano effettivamente perché gli fosse stata intitolata quella via. Non è morto di morte naturale, dunque, né di morte apparente – come ebbe incautamente a dichiarare l’attuale sindaco – ma da partigiano combattente. Era il fratello maggiore di Tano, colui che, molti anni più tardi, avrebbe assunto la guida suprema della mafia siculo-americana, condannato in contumacia (essendo detenuto in USA) in quanto mandante dell’assassinio di Peppino Impastato.

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L’illustrazione satirica di Vauro inserita nel libro

Queste essenziali notizie (ed altre ancora, comprese le testimonianze trascritte di vecchi partigiani piemontesi che lo ricordano) non ce le siamo inventate noi. Consistono anche in un cippo dell’ANPI eretto nel luogo in memoria di quei caduti, Badalamenti compreso, nello scontro di cui s’è detto; ce lo dice, fra l’altro, il documento dell’ISTORETO-Piemonte (una specie di foglio matricolare) che attesta e conferma in modo inoppugnabile chi era e come morì il Partigiano Badalamenti Salvatore, nome di battaglia Turiddu, nato a Cinisi nel 1920, di Vito e Spitalieri Giuseppa. E infine l’attestato del Gen. Alexander, comandante in Capo delle Forze Alleate in Italia.

Ma torniamo a “Oltre i cento passi”. Il lungo passo contenuto nel libro termina a pag. 149 con una vignetta del sempre arguto Vauro (ignaro delle pieghe e delle sfumature che costellano certa microstoria locale), il quale, in perfetta buonafede, interpreta satiricamente ciò che gli viene “offerto” come verità, che così si può sintetizzare: “Salvatore Badalamenti fu ucciso dagli stessi partigiani perchè ladro o spia dei fascisti”.

Scrive Giovanni Impastato (pag. 145)


  1. Chi passeggia oggi per le vie della città si può trovare a percorrere una “via Badalamenti”. Il pensiero del visitatore può correre a Gaetano Badalamenti, il boss mafioso responsabile dell’uccisione di mio fratello. Ma il nostro amico può subito rassicurarsi: la via è intitolata a Salvatore Badalamenti, fratello del boss, e il motivo è che Salvatore è celebrato come un personaggio ben diverso dal fratello, e cioè come un eroe della Resistenza antifascista. La questione, tuttavia, merita un serio approfondimento.
    [………………….]
  2. Alcuni riscontri storici confermerebbero che Salvatore sia stato effettivamente un partigiano e un martire della libertà: lo avrebbero ucciso i tedeschi durante gli anni della Resistenza, nei pressi di Cuneo. A conferma dell’eroico sacrificio esiste un cippo, che testimonia l’imboscata subita da un gruppo di partigiani da parte dei fascisti in cui Salvatore sarebbe caduto armi in mano.
  3. Ora, in molti si chiedono: che ci faceva nei pressi di Cuneo un siciliano nei mesi in cui la Sicilia era terra liberata dagli Alleati? Se egli si impegnò davvero nella Resistenza, il suo merito sarebbe particolarmente alto, visto che non si mise a combattere per la liberazione della sua terra, ma di tutta la nazione.

Raramente – spiace dirlo – ci era capitato di leggere argomentazioni così fuorvianti e contraddittore. Le parole scritte in un libro non sono mai parole al vento, restando impresse a presente e futura memoria, per cui il non confutarle equivarrebbe ad accreditarle come VERITÀ.

E allora andiamo con ordine.
Nel secondo capoverso si legge: «[…] Alcuni riscontri storici confermerebbero che Salvatore sia effettivamente un partigiano … lo avrebbero ucciso i tedeschi … sarebbe caduto armi in mano …». Dunque, una serie di condizionali, che adombrano dubbi sull’effettivo ruolo del Badalamenti nella Resistenza; “condizionali” tesi a smentire i riscontri storici e documentali che Impastato stesso più avanti cita:«A conferma dell’eroico sacrificio esiste un cippo, che testimonia l’imboscata subita».

Nel terzo capoverso si resta disorientati. Scrive infatti Impastato: «Ora, in molti si chiedono: che ci faceva nei pressi di Cuneo un siciliano nei mesi in cui la Sicilia era terra liberata dagli Alleati?». Risposta: faceva quello che altre migliaia di siciliani chiamati in guerra avevano scelto di fare, essendo stati bloccati nel centro-nord dopo l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 (Mussolini ormai defenestrato) fra il governo Badoglio e gli anglo-americani. A luglio dello stesso anno questi ultimi erano sbarcati in Sicilia liberandola dal giogo nazifascista. Ecco cosa ci faceva Salvatore Badalamenti sui monti di Cuneo: combatteva e moriva anche per noi che ancora non eravamo nati; combatteva allo stesso modo di Pompeo Colajanni, il leggendario comandante Partigiano liberatore di Torino. Che ci faceva il siciliano Colajanni in Piemonte?

E ancora a pag. 146 scrive:

Purtroppo, però, esiste un’altra possibilità, un caso verificatosi già in altre circostanze: Salvatore Badalamenti potrebbe essere stato ucciso dagli stessi partigiani, perché approfittava della lotta e dell’azione clandestina per rubare, e quindi dava molto fastidio. Qualcuno potrebbe persino averlo sospettato di essere una spia al servizio dei nazifascisti. Insomma: potrebbe essersi trattato di un regolamento di conti per reati molto comuni, e non certamente di un sacrificio per motivi politici. In quel periodo a volte i partigiani si liberavano così, magari durante le loro stesse azioni, di sospette spie: uccisioni fatte poi passare per delitti commessi dai tedeschi o dai fascisti, per evitare processi contro gli stessi partigiani. Uno dei casi di questo genere, tra i più eclatanti, oggi ben chiarito dalle ricostruzioni storiche, fu l’omicidio del fratello di Pier Paolo Pasolini, che si tentò di far passare per un delitto fascista e invece, in base a testimonianze precise, si dimostrò essere responsabilità dei partigiani comunisti filotitini.


Incredibile! Ma come si fa ad arzigogolare simili cose?

Il fratello del boss, dunque, non poteva né doveva mai essere un partigiano caduto in uno scontro con i fascisti. Un eroe? un martire? Impossibile, era il fratello di uno che sarebbe diventato un potente mafioso, e quindi giù con i furti, le delazioni e i regolamenti di conti.

Elementare, meccanica la logica conclusione: non lasciava e non lascia spazio a possibili articolazioni esistenziali all’interno di determinati nuclei familiari, come se l’esistenza degli individui fosse cristallizata in eterno. Sarebbe troppo facile citare il caso del padre di Peppino e Giovanni, mafioso conclamato a detta dello stesso Giovanni. Eppure la storia dei fratelli, soprattutto di Peppino, pur nella sconvolgente drammaticità, si colloca su fronti irriducibilmente opposti alla sub-cultura mafiosa del padre in virtù di irripetibili personalissime esperienze culturali e umane vissute in primis da Peppino e drammaticamente di riflesso da Giovanni.

Fin dall’inizio (maggio 2015) a “Terrasini oggi” apparve chiaro che più di qualcosa non quadrava in quella proposta del sindaco di strappare la lapide di intitolazione al falso partigiano morto (genericamente) in guerra (arrivò ad affermare che fosse deceduto per cuse naturali).

Alla fine la via è rimasta lì.

Sull’intera vicenda e la conseguente polemica esplosa fin dal maggio 2015 fra numerosissimi cittadini di varia estrazione politica e culturale da una parte, e il sindaco di Cinisi dall’altra, “Terrasini oggi” pubblicò una serie di articoli di approfondimento compendiati da ricerche documentali, immagini e puntuali riscontri storici. Chi volesse approfondire o leggerli per la prima volta o rileggerli, ecco di seguito i LINK in ordine di pubblicazione:

1. VIA SALVATORE BADALAMENTI, PARTIGIANO
2. Cinisi, Via Salvatore Badalamenti? «La lascerei quella via. Felicia merita ben altro!»
3. CINISI. L’ANPI-SICILIA DICE NO ALLA CANCELLAZIONE DI VIA SALVATORE BADALAMENTI, PARTIGIANO
4. Salvatore Badalamenti, Partigiano, cadde «combattendo nell’ultima battaglia» con altri tre compagni
5. Via Badalamenti: si dimostri in modo inoppugnabile la “causa naturale” della morte del Partigiano “Turiddu”
6. VIA SALVATORE BADALAMENTI RESTA DOV’È


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