LA “SAPIENZA DELLA MANO”: la Cinisi del passato riaffiora nella mostra fotografica di Paolo Chirco

 


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RITENIAMO CHE LA INTERESSANTISSIMA (diremmo splendida) MOSTRA DI PAOLO CHIRCO MERITI DI ESSERE VISITATA ANCHE E NON SOLO PER IL RARO SPESSORE CULTURALE E ANTROPOLOGICO CHE RIVESTE.
(La Redazione)

Presso il Salone Comunale di Cinisi dal 18 Dicembre 2016 al 6 Gennaio 2017,
MASTRI & CUMMERCI. Questo il titolo della Mostra  con un sottotitolo significativo: “Fotografie, pretesto per guardare al passato come parte essenziale del nostro presente e della nostra cultura”.

La mostra è patrocinata dal Comune di Cinisi, Assessorato allo Sport e Turismo e Pro Loco e sponsorizzata da Edison Store e Tele Ottica Carla.


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Paolo Chirco

Scrive Paolo Chirco: «L’uomo è l’unica specie che per sopravvivere deve, avendone anche la capacità, trasformare l’ambiente per adattarlo alle proprie necessità. Per far ciò, nel corso dei millenni, ha affinato quello che chiamo “la sapienza della mano”, cioè quell’insieme di tecniche, sempre più specializzate e afferenti alla manipolazione di elementi e materie. Contemporaneamente ha strizzato l’occhio anche all’estetica del manufatto, oscillando tra i due poli dell’unicità dell’arte e della serialità dell’artigianato. Ed è di artigiani e di piccoli commerci che tratta questa mostra: lavori, svolti molte volte per tradizione familiare, oggi improponibili e completamente scomparsi o trasformati nell’assimilazione industriale di massa. Questi uomini e donne, parte di una cultura omogenea, compatta ed autosufficiente, legata a cicli stagionali, partecipata in un insieme di regole e ritmi che li accompagnavano lungo tutto il percorso della loro vita. Una vita, non dimentichiamolo, fatta di precariato, di stenti, di fame e povertà. Una povertà che imponeva il massimo rispetto per gli oggetti (rompere accidentalmente la bottiglia di vetro che si usava per andare a comprare il petrolio per il lume era un dramma vista la difficoltà a trovarne altre). Una povertà che prevedeva il riciclaggio degli oggetti (il conzalemmi, artigiano ambulante, cuciva e rattoppava i “lemmi”, contenitori di ceramica per uso alimentare). […]
«
Queste foto sono solo un pretesto per tornare a guardare al passato come parte essenziale del nostro presente e quindi della nostra cultura. Sono foto da me fatte, con particolare riferimento al nostro territorio, tra il 1970 ed i primi anni dell’80 quando ancora resistevano, seppur in forma minore, queste attività. Mancano, perché già scomparse, delle forme che appartengono ancora alla memoria e di alcune ne voglio qui ricordare i tratti. Persone come “Nardu”: abitava poco distante dalla chiesa Ecce Homo. Teneva sempre le porte aperte a causa dei vapori di benzina che gli inondavano la casa dato che la vendeva nelle bottiglie ad un prezzo minore della pompa, era un mercato nero a tutti gli effetti. Per la cronaca, un mozzicone di sigaretta buttato distrattamente per terra mandò a fuoco la casa. O le vecchiette (tra cui le mie nonne) che al mattino scioglievano il “tuppo” che raccoglieva i lunghi capelli sulla testa, e dopo averli pettinati, lisciati e riannodati, con estrema puntigliosità raccoglievano e conservavano i lunghi capelli bianchi rimasti nel pettine. paolo-chirco-3Sarebbero stati barattati in seguito da parte di qualche ambulante che ogni tanto passava strada per strada con qualche fiammifero o qualche ago per cucire. Una povera economia fondata anche sul baratto. E come scordare quel personaggio così mirabilmente rappresentato da Tornatore nel suo “Baharìa”: “io m’accattu i dollariiiiiii”. Oppure “Jacuzzu Rannazzu” che all’imbrunire, armato di scala, accendeva i lampioni ad acetilene dell’illuminazione pubblica. Oppure, avuto l’appalto di vetraio delle Ferrovie dello Stato, con vetri e cassettina in spalla, un passo dopo l’altro sul viottolo che costeggiava la linea ferrata, raggiungeva le stazioni ferroviarie vicine per sostituire i vetri rotti. Artigiani, e sicuramente anche commercianti, di cui mi piace qui ricordarne un altro aspetto, sicuramente non secondario della loro indole. E come poteva essere diversamente, immersi ancora in una musicalità del territorio. Alcuni di loro suonavano uno strumento per passione. Ed a questo devono l’aver avuta salva la vita durante la Grande Guerra. Invece di essere spediti a morire nei vari fronti, come tutti i loro commilitoni, prestarono servizio nelle varie orchestre militari. E dopo la guerra questa passione per la musica li portava a volte a lasciare quel poco lavoro che avevano da fare per prendere il primo treno per Palermo per assistere a qualche rappresentazione operistica. Immagino un ritorno col primo treno dell’indomani».


Paolo Chirco è nato a Cinisi (Pa). Ha conseguito la maturità artistica nel 1972 ed ha poi continuato la sua ricerca ed il suo fare arte in maniera ciclica e discontinua, con una autoformazione, in pratica, da autodidatta. Tra la prima produzione artistica, volta ad un approfondimento sia tecnico che stilistico e la produzione odierna, si sono inframmezzati anni dedicati con fervore alla fotografia, alla tessitura, all’incisione calcografica, intercalando lavori vari (dal tipografo al restauratore). Tutte esperienze che oggi mescola insieme nella composizione delle sue opere.


 

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