MARE IN GABBIA!

 


ACCESSI A MARE

Otto chilometri di costa alta; otto chilometri di misfatti cresciuti indisturbati nei decenni; due ore di riprese video da mare e da terra. Questi i numeri che però, da soli, non spiegano del tutto il nostro reportage. E allora, per meglio chiarire di che stiamo parlando, aggiungiamo la quasi ininterrotta cortina di 8 mila metri di cemento e ferro che impedisce ai più la piena fruizione del mare, favorendo invece i pochi privilegiati possessori di chiavi e cancelli. Oltre alle foto, un raro video risalente ai primissimi Anni Ottanta.

3 bis

Il complesso dell’Arces-Opus Dei che domina Cala Rossa (archivio terrasinioggi)

 

di Giuseppe Ruffino

 

OGGI vi proponiamo la prima parte di un reportage: l’inizio della “storia” parte e termina a Cala Rossa e all”Opus Dei, i luoghi-simbolo dell’inizio dello stravolgimento naturalistico a scapito del vero turismo e della vera economia. Proprio da lì, da Cala Rossa, inizia la storia della speculazione che, in poco più di 50 anni, avrebbe distorto il profilo dell’intera costa e trasformato il vasto territorio fino a Paternella e oltre in vere e proprie kasbe cresciute senza alcun controllo.

Ma c’è ancora molto da impedire e poco tempo per salvare il salvabile. E proprio lungo questa strada accidentata, scandita da depuratori inesistenti (altro che fontanelle!), torrenti inquinati e sorgenti fatiscenti, dovrà fin da subito misurarsi la neo Giunta Maniaci, che tante speranze sta accendendo con i suoi primi atti. E mentre si attendono gli atti conseguenziali, in molti si chiedono dove siano finite le sedicenti “Sentinelle del Territorio”, quelle che, per intenderci, giostravano sui palchi elettorali vistosi “cartelli ammonitori”.

Ma per fortuna nei giorni trascorsi, su iniziativa dell’Associazione “Forum Ambiente Cala Rossa-Peppino Impastato Cinisi e Terrasini”, si sono tenuti degli incontri interlocutori col Sindaco Giosuè Maniaci e il tecnico Capo area del Comune. Oggetto della discussione lo spinoso problema degli accessi al mare (una dozzina in tutto quelli da ripristinare e rendere fruibili col minimo impatto ambientale). A questo si aggiunga che Terrasini Oggi, in collaborazione con quell’Associazione, ha realizzato, nel novembre dello scorso anno, un filmato (due ore di riprese) da mare e da terra, partendo dalla Spiaggia Praiola fino a quella di San Cataldo.

La videocamera ha così fissato un’impressionante cortina di 8 chilometri di muri, recinzioni e cancelli (alcuni dei quali provvisti di catenacci) che sbarrano il passo. Lascia senza fiato quanto, nel tempo, è cresciuto a dismisura sotto gli occhi incuranti di schiere di amministratori, rappresentanti delle più alte istituzioni provinciali e regionali e politici di ogni risma.

Cala Rossa anni '50

Cala Rossa primi anni ’50 (archivio terrasinioggi)


“Cala Rossa” e “Opus Dei”: compiacenze recinti misteri

E, allora, un po’ di storia (ambientale), a iniziare almeno dagli anni Sessanta del Secolo scorso, è necessaria se si vuole comprendere come il filo nero sia sia allungato di ottomila metri per giungere ai giorni nostri (fra l’altro, abbiamo recuperato dal nostro archivio un vecchio breve filmato).

Protagonista della storia è l’Opus Dei (?), la potente organizzazione cattolica economico-finanziaria con ramificazioni in tutta Europa per non dire nel mondo. Ha voluto, dall’alto della sua onnipotenza, superare tutti col suo maniero, che dal centro domina l’intensa bellezza della Cala, impedendo ogni presenza indiscreta. E così che, un susseguirsi di muri in cemento, di reticolati e recinzioni di ogni tipo finiscono col complicare ogni agevole accesso al mare.

Poco dopo non è da meno il Sea Club che, avendo recintato l’altra parte di costa e dirottato le acque piovane nell’unico confinante viottolo pubblico di accesso alla cala, lo renderà del tutto inutilizzabile, imponendo  l’esoso pedaggio (allora £. 5000) per coloro che desiderano raggiungere il mare.



ANNI SESSANTA, dunque, quando ancora la strada che portava alla superba Cala odorava di menta. Niente recinzioni e cemento per un sito da tutti riconosciuto come fra i più suggestivi e preziosi del Mediterraneo. E, forse, anche per questo più inerme ed esposto alle fameliche mire speculative.

Oggi, forse, sono i sessantenni gli ultimi a conservarne ben nitida l’immagine. Ai loro figli, invece, rimane soltanto il racconto e, fra qualche lustro, neanche questo. Non resta, allora, che riprendere il filo della memoria in modo che almeno essi, i giovani di oggi, conoscano i passaggi salienti di quelle mani che, in poco più di un ventennio, avrebbero ridotto la Rossa Cala ed il suo circostante patrimonio naturalistico a una sorta di cittadella assediata.

Il primo serio, corposo attacco viene sferrato  − come già anticipato − dall’Opus Dei. Siamo tra il 1962-63 e a Terrasini, sindaco in quel momento l’avvocato Ciccio Bommarito, un galantuomo che fa appena in tempo, diciamo così, a subire il progetto per il rilascio della licenza di costruzione. Ma è a cavallo di questo atto amministrativo che, alla carica di Primo cittadino, subentra l’ancor giovane dott. Giacomo Consiglio cui spetterà il compito di condurre a termine l’opus avviata.

Tuttavia è onesto aggiungere, che la strategia concepita e messa in atto dalla classe politica di allora (soprattutto democristiana) era sinceramente volta al “bene” di un sano  “sviluppo turistico”, anche se in seguito, molti di quei protagonisti, ammisero alcuni errori. Per questo la conoscenza della “storia” – come in questo caso – è utile per evitare che si ripetano.

LORA

Ad iniziare dall’autunno 1964 e fin quasi l’inizio dell’inverno (1965) il prestigioso quotidiano palermitano della sera, L’Ora, non fa passar giorno senza titolare “Opus Dei  e Cala Rossa”. A scrivere, passando per delicate indagini, è un valente e coraggioso collaboratore di quel giornale, Beppe Fazio, coadiuvato da un giovane studente universitario, Giovanni Ruffino.
È opportuno far notare, tuttavia che, a quel tempo, non vi era ancora esatta cognizione della grande influenza di questa organizzazione contigua alla chiesa, della capacità, cioè, di penetrare nei gangli del potere a tutti i livelli. Tant’è che la campagna di stampa scalfisce appena il colosso definito molti anni dopo in una incisiva inchiesta de L’Espresso «la massoneria bianca» per l’evidente contiguità con ben individuati ambienti affaristico-speculativi.

E tuttavia la campagna di stampa de L’Ora qualche preoccupazione non manca di suscitarla tra le alte sfere regionali della organizzazione se è vero come è vero, che il noto giurista Orlando Cascio (padre dell’attuale sindaco di Palermo) più volte, per conto della stessa Opus Dei  ― di cui è autorevole esponente regionale ―, si troverà costretto a rapide incursioni a Terrasini per cercare di controllare de visu la situazione che a qualcuno rischia di sfuggir di mano.

Sono anni bui quelli (anche se i nostri, al confronto, sono tetri), tanto bui che, nel volgere di poco tempo i terrasinesi (e non solo loro) non riusciranno più a scorgere i passaggi che conducono al mare.

OPUS DEI A CONFRONTO

La privatizzazione della costa e nella sostanza della Cala è ormai una realtà. Ci si metterà pure soft-soft  la «Società Cala Rossa » (poi Sea Club) guidata dal più volte sindaco Vittorio Orlando che non esiterà a spianare la strada alle recinzioni e alle discutibili concessioni demaniali della cala,senza tralasciare, inoltre, il fantomatico “Complesso Turistico Alberghiero” (oggi complesso residenziale “Cala Rossa 1”). Un espediente grazie al quale si giustifica il rilascio delle licenze di costruire su quel costone all’estremità del quale si staglia la Torre di Capo Rama. In realtà solo dopo si capirà (i cittadini capiranno) che non si tratta di un’iniziativa turistico-alberghiera,  ma di una speculazione edilizia per vendere villette alla facoltosa borghesia palermitana.

Tra il 1970 ed il 1975 Cala Rossa è ormai stravolta. Si continua imperterriti ad estendere recinzioni e muri: sul ciglio della degradante costa d’oriente (proprietà Opus Dei) sorgono attrezzati campi da tennis e di calcio con conseguente elevazione di enormi ed obbrobriose reti metalliche per impedire la caduta in mare di palle e palline; inoltre una orribile “muraglia cinese” cinge a est tutto il profilo costiero. L’Opus Dei  ha così messo radici. E che radici se è vero che la tipica vegetazione mediterranea viene sacrificata a vantaggio di enormi eucaliptus estranei alla nostra flora, ma alti e frondosi a sufficienza a garanzia della privacy di chierici e prelati, di nobili decaduti, di eminenti giuristi, chirurghi e architetti di fama nazionale ed internazionale come la principessa Mirto, Orlando Cascio, Cortesini, Urbani; o dell’alta finanza come l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli).
Ma, a parte l’alta e profana miscela, conviene ricordare che in quella fase sono ancora in pochi, pochissimi coloro i quali in paese avvertono per intero il pericolo che si va profilando per l’assetto paesaggistico e naturalistico.

CALA ROSSA ANNI 50 2

In fondo l’isolotto di Cala Rossa (archivio terrasinioggi)

Iniziano anche da qui, senza freno, le devastanti lottizzazioni sulla costa, fra Grotta delle Nasse e la Torre Capo Rama per mano di società spregiudicate come la Vitale-Ingrassia da una parte e la Semilia dall’altra (più a ridosso, verso “Stella del Golfo”, poi “Perla del Golfo).

A iniziare dai primi anni Ottanta viene impressa un accelerazione al processo invasivo. Per tutto un torrido mese di agosto, in paese esplodono i contrasti. Un nutrito gruppo di giovani terrasinesi, assidui frequentatori di quella cala, con rabbia e determinazione cercano di organizzarsi spiegando, in un cartellone esposto in Piazza Duomo, le ragioni del malcontento. Reclamano la riapertura degli accessi (il viottolo situato sulla odierna Panoramica, a fianco dell’ex abitazione di Mons. Bommarito e quello posto fra il Sea Club e la stessa Arces-Opus Dei).
(N.B.: si tratta  dello stesso accesso ripulito da volontari poche settimane fa).
Poi inscenano una manifestazione di protesta davanti alla cancellata dell’Opus Dei tra l’indifferenza degli amministratori locali e la bonaria tolleranza delle guardie private.

Mortificati ma non domati, inviano un esposto-denuncia alle autorità competenti; in calce una raccolta di firme che, in poche ore, cresce a dismisura. Gli esposti vengono inviati al Sindaco, ai Vigili urbani, al Comando della Delegazione di Spiaggia e, tramite la Stazione dei carabinieri, alla Procura della Repubblica. Il comandante della Delegazione di Spiaggia, facendo seguito ad una richiesta della Capitaneria di Porto di Palermo, invia un fonogramma alle autorità competenti ed ingiunge all’allora Sindaco Vittorio Orlando di far riaprire uno dei due accessi (quello accanto all’ex casa di Mons. Bommarito).

Nella stessa data i Vigili urbani, a seguito dell’esposto, eseguono invece una verifica dell’accesso al mare situato tra lo stabilimento balneare Sea Club e l’Opus Dei (in pratica l’attuale). Rilevano che quest’altro accesso è del tutto impercorribile e pericoloso in quanto fortemente sconnesso e profondamente solcato. Inoltre, dalla misurazione effettuata, si rileva che esso è largo appena m. 2,50 anziché 3 come prescrive la legge.

Alla fine il movimento di protesta la spunterà dopo lunghi, tortuosi e accesi scontri.
Ma tutti sono consapevoli che si è vinta la battaglia, non la guerra!

(fine 1ᵃ parte. La seconda e ultima parte riguarderà la COSTA OGGI, con filmati terra-mare).

ECCO IL BREVE FILMATO (estratto da una pellicola Super 8) RISALENTE ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA


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3 comments on “MARE IN GABBIA!
  1. Bravo Giuseppe. E’ giusto ricordare e fare sapere ai più giovani. La più grande speculazione operata a terrasini, quella che, con la scusa di procacciare turismo, ha cambiato il territorio di Terrasini. Devo dire che i complessi Calarossa1, 2,……, non sono stati una tragedia, in quanto hanno permesso ad un buon turismo, sia pure locale (professionisti palermitani), di venire a fare la villeggiatura a Terrasini. E non hanno deturpato la zona. Invece i due complessi Opus Dei e Sea club, hanno veramente cambiato la costa, facendola diventare proprietà privata e impedendo a chi ne avrebbe diritto, di usufruire della bellezza della costa e di poterci arrivare. Chi, oggi vuole fare un bagno a Calarossa, può agevolmente arrivarci solo via mare. Ma non tutti hanno la barca !! Mio Padre, negli anni 60, aveva prospettato di fare il porto proprio a Calarossa in quanto già, per la sua forma, porto naturale. Ho immaginato tante volte questa ipotesi, ed ho visto un bel porticciolo, molto bello, che ricorderebbe quello di Portofino. Ma all’epoca, nessuno di coloro che in quel momento amministravano Terrasini ne volle parlare, per i motivi così bene spiegati da Giuseppe. Ma oggi che il problema “Porto” si ripropone, perché non ripensarci? Bravo, bravo, bravo Giuseppe.

  2. Bravo Giuseppe! Continua così… Adesso ci vorrebbe un reportage sulla costa che va dalla Ciucca fino alla Pietra Vila. Auspicando un ritorno ai vecchi nomi, quelli che noi tutti usavamo correntemente prima del terremoto del 1968, gli stessi che avevano dato a questi luoghi i nostri padri pescatori, i PRIMI a frequentarli per le loro esigenze legate alla pesca. Oggi si chiama spiaggia Magaggiari tutta la zona, ma prima del 1968 i nomi erano altri: (partendo da Terrasini) Ciucca e Scialé, Mezza Praia, Pietra Vila; mentre la zona Magaggiari era solo dalla strada (un tempo una trazzera) verso monte. Il litorale vero e proprio era usato solo dai terrasinesi; mentre i cinisara andavano all’Ursa (fondo Orsa), a scalidda e o’ Puzziddu (torre Pozzillo). Spero approfondirai l’argomento… Ti saluto con affetto. Giuseppe Purpura

    • Caro Peppe, ti ringrazio per le dritte che mi dai e per le parole di incoraggiamento a proseguire. Infatti in questi giorni pubblicheremo la seconda parte del reportage, ma di taglio attuale con video. Per quanto riguarda i vecchi nomi dei luoghi marinareschi, oltre a te c’è anche un altro grande esperto, Andre Bartolotta. Prima di lui c’era il fratello Ciccio, ma purtroppo ci ha lasciato anzitempo.

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