«IL TROLLEY È SEMPRE PRONTO!»

 


Il trolley, la moderna valigia con le ruote, diviene per un momento il simbolo dell’instabilita, del provvisorio, ma anche  – al contrario –  l’assennatezza della donna. Maurizio Castellano, un romano che da anni vive a Terrasini, conosce bene quei borghi medievali quanto mai belli, cancellati con un soffio di morte dal sisma dell’altro ieri. Ce ne dà testimonianza con una personale riflessione “dal di dentro”, richiamando alla mente il Belice del 1968. Fra l’altro, il 1° settembre, cade a Terrasini la tradizionale ricorrenza dello scampanio e dei lumini accesi posti sull’uscio di casa in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo del terremoto del 1700. E ci accorgiamo, così, come tutto si salda in un abbraccio di dolore e di speranza.

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Belice, terremoto del 1968

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di Maurizio Castellano
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Chi abita a  Roma,  almeno una volta è andato ad Amatrice. Non è lontanissima da Roma, si segue la via Salaria, e poi ci si inerpica per monti. Vicino c’è il  Terminillo, la  montagna dei romani. Là si va a sciare, d’inverno, e a respirare d’estate. Insomma, località che da sempre fanno parte del repertorio turistico dei romani e per chi, durante l’anno, vuole fare una gita fuori porta.

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Amatrice

 

Molti abitanti di Amatrice e paesi limitrofi, stabilitisi a Roma per lavoro, ritornano d’estate nei loro paesi di origine per rivedere amici e parenti. E poi, a fine agosto, c’è la sagra degli spaghetti alla matriciana, piatto famosissimo nel mondo, subito dopo la pizza.

Di questa tragedia, che ha colpito Amatrice e diversi borghi, si è detto tutto e si continuerà a dire di tutto. Fino a quando? Vedremo. Mai, come in questo frangente, le istituzioni statali sono state all’altezza della situazione. I soccorsi sono stati rapidissimi. In questo breve periodo siamo stati sommersi di notizie di tutti i generi, in diretta. Vari “giovani giornalisti” di ogni testata e tv, sono stati inviati  in questi paesi a domandare a chi, avendo perso tutto, “cosa prova in questo momento”  (inutile domanda).

Anche noti anchorman nostrani hanno rivolto le solite e scontate domande a sismologi, geologi, ingegneri. Qualcuno in particolare, usando un eufemismo, ha fatto  una figura a dir poco discutibile. Non mi stupirei se una sera o l’altra  invitasse tutti i telespettatori ad affacciarsi alla finestra, ed a urlare, come nel film “Quinto Potere”, io sono incazzato nero e tutto questo non l’accetterò più.

I social network non sono stati da meno. Si vedano  i post che invocavano “meno mani giunte e più mani per scavare”, addirittura qualcuno proponeva, a chi volesse farsi carico delle anime di chi era morto prematuramente, di prendersi carico di un’anima chiedendo per Essa indulgenze.  Qualcuno dirà che lo spirito di abnegazione e l’immediata solidarietà di chi  è immediatamente accorso in aiuto a questa gente è molto superiore a queste facezie scritte e dette.  E, a tal proposito, cito un altro intervento fatto sui social network, quello di Alesandro Catalfio «…in una minoranza di italiani, forse per qualche malformazione, il cuore non irrora il sangue verso il cervello ma verso qualche altro organo, diciamo così, meno nobile». Come dargli torto?!

Sì, vabbè, ma quel trolley da me evocato che c’entra?  «Tutte le volte che sento una scossa, ho già tutto pronto, ho quello che mi serve, perché non c’è tempo, bisogna scappare subito». Così mi ha sempre risposto Anna Maria quando le chiedevo perché tenesse un trolley sempre pieno  di indumenti, medicine, acqua, cibo secco, coperta, posizionato sempre nell’ingresso di casa. E Anna Maria mi spiegava ancora, osservando la mia incredulità: «Ogni volta che c’è una tragedia dovuta al terremoto, non posso fare a meno di pensare a quello che ci ha colpiti nella Sicilia occidentale nel 1968. Ricordo ogni attimo, il terrore delle prime scosse e quelle successive (durarono a lungo), la gente che scappava per le strade in camicia da notte, le urla, le notti passate in auto, la precarietà in cui si viveva. Era inverno. Ma la notte del terremoto c’era lo scirocco. Non avevamo portato nulla e, durante la prima notte passata in auto, oltre alla paura, avemmo freddo e fame. E, ricordo, quando, dopo pochi giorni, mi sono recata con le nostre ambulanze (in quel tempo noi abitavamo dentro l’Ospedale dove mio Padre lavorava) nella Valle del Belice per cercare di portare soccorso a chi si era accampato nelle campagne. Vecchi, bambini ammalati … e il freddo e il puzzo proveniente da Montevago, paese raso al suolo. Le tendopoli alzate sul fango da militari venuti prontamente da vari Stati (Inglesi, francesi). E tante altre cose! Difficile dimenticare! E adesso questo terremoto! Penso a chi si trova sotto le macerie, ancora vivo! A chi ha perduto parenti, amici. A questi bei paesi rasi al suolo. Le città si ricostruiscono, ma alcune cose muoiono per sempre».

dolci copertina

Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Lì i soccorsi non furono immediati, e non fu immediata neanche la loro ricostruzione. Anche i successivi e tardivi stanziamenti economici per la ricostruzione diedero luogo ad opere faraoniche spesso inutili. come quelle di Gibellina. Opere fuori dal contesto della città, e cioè senza prendere in considerazione l’occupazione lavorativa degli  abitanti e i luoghi di socializzazione e di appartenenza.

E Danilo Dolci sui muri dei ruderi scrisse contro il malaffare politico-mafioso: «La burocrazia uccide più del terremoto». Oppure: «Qui la gente è stata uccisa nelle fragili case e da chi le ha impedito di riappropriarsi della vita col lavoro». E ancora: «Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti». Così scriveva Danilo Dolci per sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale.

Purtroppo come questa catastrofe nazionale ve ne sono state altre prima e dopo a cui si sono accompagnati i ritardi nei soccorsi, gli errori nella ricostruzione. Le popolazioni costrette all’emigrazione o allo squallore eterno delle baracche.

Ad Amatrice, e a tutti i paesi devastati dal terremoto, ora rimane la speranza di un futuro approssimativo scandito dal dolore dei morti e, per i sopravvissuti, dall’oblio della memoria dei luoghi.


 

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