«I CASSETTI DELL’ANIMA», Un Racconto Di Giovanni Leone

 

 

per racconti 

CON GIOVANNI LEONE APRIAMO DA OGGI UN NUOVO SPAZIO INTITOLATO: “RACCONTI”.
Chi volesse inviarci i propri lavori può scriverci al seguente indirizzo:
redazione@terrasinioggi.it


Un’autentica rivelazione questo “scrittore nascosto”  fra Cinisi e Terrasini di cui abbiamo letto, nel recente passato, altri gustosi lavori. Con “I cassetti dell’anima” l’autore rimette al centro la qualità del rapporto padre-figlio. Pennellate di umana sensibilità in cui l’umorismo, mescolato a una sottile tristezza, si salda col senso della vita, che solo noi “mediterranei” sappiamo rendere. Qui l’ambientazione del quotidiano, spesso caratterizzato da arida superficialità, cede il passo all’antica sapienza di un padre attento e consapevole. Ci si chiede: basta così poco  -come vuole farci intendere l’autore- per rimanere ancorati alla dimensione umana della vita e dei rapporti umani?  Difficile rispondere, ma è certo che nel “poco” c’è sempre il seme del “grande” e Giovanni Leone  -così come molti altri genitori-  questo seme lo cura e lo coltiva con innata sapienza. (gr)


 

giovanni leone

I CASSETTI DELL’ANIMA
di Giovanni Leone

Giornata faticosa oggi. Conosco due tipi di fatiche, quelle faticose e soddisfacenti e quelle faticose non soddisfacenti.
La giornata che ho trascorso nel mio esercizio è stata una di quelle giornate faticose e non soddisfacenti.Ho venduto poco, ho oziato male e non sono successi avvenimenti che mi hanno entusiasmato più di tanto.

Ore 20 chiudo. Ma stasera non sono da solo, a farmi compagnia nel tragitto di quattro km circa c’è mio figlio Giuseppe.Tre anni non compiuti, vivace ma ubbidiente, rispettoso delle regole, ma ha una forte dose di testardaggine. A lui, per farlo tergiversare su un suo concetto, è necessario che ci ragioni oppure non otterrai nulla, tranne che con la forza.

Saliamo sul pick-up 2 posti, che io chiamo “il TATA” per la casa produttrice che lo ha commercializzato. Peppe lo chiama “fungungone”, una forma bistratta e confusionaria  di furgone. Ci sono affezionato al mio Tata, anche se non lo tratto bene bene, con lui ci faccio e ci ho fatto di tutto: ci faccio le consegne di mobili, ci vado a prendere le mie figlie a scuola, vi carico il trattore e tutto quello che un cassone 190 x 160 può contenervi.
Allaccio la cintura al mio Peppe e partiamo.

Al primo km Peppe sente un rumore, un piccolo tonfo dentro l’abitacolo del Tata e prontamente mi chiede:racconto 1
– Papà cos’è stato questo lumole?
– Niente Peppe, è stata una “scaffa” … una buca.
– Papà ma cos’è una scaffa ?!
– Niente, è una buca e noi ci siamo passati di sopra con la ruota ed ha provocato questo rumore.

 20 secondi e Peppe passa all’attacco.
– Papà chi le fa le scaffe?
(ho sempre cercato di essere preciso alle domande che i miei figli mi hanno posto “nell’età dei perché”, anche se devo dire che non è semplicissimo).

– Le scaffe le fanno le persone … possibilmente le stesse che hanno fatto la strada.
– Papà ma perché le persone fanno le scaffe?
– Perché magari devono riparare un tubo o dei fili e allora devono fare una buca nella strada.

Altri 20 secondi di pausa.
– Papà, ma perché poi non l’aggiustano la scaffa? a me non mi piacciono i “lumoli”!
– Peppino mio, neanche a me piacciono i rumori, ma per riparare le scaffe ci vogliono i soldi e sicuramente chi le dovrebbe riparare non ha i soldi per riparare la scaffa.
– Papà, perché non ha i soldi?
– Non lo so il perché, ma penso perché non si è fatto bene i conti.

Soddisfatto delle mie risposte non replica più e ci zittiamo tutti e due.
Oggi c’è traffico nel nostro percorso, le 20 è un orario di punta, le massaie si ritirano a casa per preparare la cena per i loro uomini, i negozi si accingono a chiudere, i più giovani si vanno a godere un meritato o non meritato aperitivo al bistrot di turno.

Peppe mi chiede:
– Papà accendiamo la musica?  (a quanto pare questo rumoroso silenzio a Peppe non piace).
– Certo che puoi accendere lo stereo!

Accende lo stereo e inizia a cercare nelle frequenze il pezzo che più ci va a genio. Ad ogni pigiata mi guarda negli occhi e aspetta il mio “sta bene” per il pezzo scelto, poi acuisce lo sguardo e mi dice:
– Questo è bello!

racconto 2Una bella ballata italiana di Ron … Non penso l’abbia mai ascoltata, ma forse per stanchezza o per il piacere dei primi accordi ha deciso di fermarsi lì in quella stazione. Il pezzo è veramente bello quasi a tema, allora decido di alzare il volume, è un gesto che lui accetta, forse ha notato che la mia stanchezza sta per essere messa da parte da “Jo Temerario”.
Passato il primo semaforo possiamo  stiracchiare un po’ quei 90 cavalli messi dentro quei 2500 centimetri cubici del nostro Tata.
Con i finestrini abbassati, con il vento che entra veloce e ci accarezza il viso, assaporiamo quella musica a volume ostinatamente alto, effettuiamo pure qualche sorpasso e ogni tanto ci giriamo per guardarci e scambiarci un simpatico sorriso.
Poi becchiamo il passaggio a livello chiuso, allora inizio a rallentare per poi fermarmi. Adagio il volume dello stereo perché da fermo mi accorgo che il volume è veramente alto.
Rifletto che la connessione velocità/musica ad alto volume è un sodalizio che inspiegabilmente rende tutto surreale, è un connubio che dilata i freni inibitori e tira fuori quell’energia che abbiamo dentro che spesso risiede nascosta in fondo ad un cassetto in qualche parte del nostro animo. Non penso sia  felicità, potrebbe essere un attimo di dimenticanza oppure è un surrogato di essa, ma i nostri animi  hanno bisogno di questi momenti. Sicuramente sono solo sensazioni, ma penso che questo cassetto sta troppo chiuso e troppo nascosto per troppo tempo.
È come un vero cassetto, meno lo apri, più duro viene ad aprirlo giorno dopo giorno fino a quando non rimane sigillato per sempre.

Prontamente Peppe mi domanda:

– Perché ci siamo femmati?
– Perché dobbiamo aspettare il treno che passa.

– E perché dobbiamo aspettallo?
– Perché non esiste un sottopassaggio o un cavalcavia.

– Ma perché non esistono i sottopassaggi o i cavalcavia?
– Perché chi ha fatto la ferrovia non aveva i soldi per costruirli
– Perché non aveva i soldi?
– Perché non si è fatto bene i conti.

racconto 3Per distrarlo dai suoi continui e sfiancanti “perché”, approfitto del treno che passa e lo invito a salutarlo. Festante Peppe saluta con la mano alzata il treno che velocemente si allontana. Poi si ripone e mi fa capire che è pronto per la ripartenza. Alzate le sbarre del passaggio a livello adagiatamente ci mettiamo in cammino.
Jo Temerario ci ha lasciato già da un po’ e Peppe cerca un altro pezzo alla radio, subito beccato il pezzo, ormai è autonomo fa tutto lui e a me tutto ciò non fa solo che piacermi.
Questa volta a portarci a spasso è Bennato con la sua fantastica Isola. Adorabile, sublime, è tra i pezzi più fantasiosi che possa conoscere. Con Peppe siamo in perfetta sintonia e vogliamo goderci questo pezzo. Allora l’andatura diventa morbida per niente veloce quasi cullante.
“Seconda stella a destra…questo è il cammino e poi dritto fino al mattino …”.
Peppe ascolta incuriosito il pezzo e mi chiede: «Papà ma cos’è  L’isola che non c’è?».

Spiego che è solo una canzone che parla della fantasia.
«Papà ma cos’è la fantasia?».
Gli spiego che la fantasia è la “cosa” più bella che una persona possa avere. La fantasia è un continuo viaggiare stando fermi. Tramite la fantasia una persona mette le basi ai suoi desideri per poi crederci e possibilmente può anche esaudirli.
– Papa ma la fantasia dove sta?
– La fantasia è dentro di noi, sta in un altro cassetto del nostro animo che i bambini lasciano sempre aperto e poi piano piano con gli anni lo vanno chiudendo sempre di più, fino a quando non lo chiuderanno per sempre fino a dimenticarlo. Solo i “folli” sono capaci di tenerlo aperto e sono giudicati per questo, ma meglio essere folli per proprio conto che saggi con le opinioni altrui (Cit.).

Continuiamo il nostro percorso e siamo quasi arrivati a casa, ma la radio incalza con un altro pezzo che stuzzica una mia voglia. Voglio continuare a passeggiare con il mio Peppe e il nostro “fungungone”. Oltrepassiamo a velocità moderata il cancello d’ingresso e Peppe si gira per osservarlo ma non apre bocca, mi guarda negli occhi e mi chiede di voler guidare lui.

Perché no?! Accosto, slaccio la cintura e lo metto sulle mie gambe. Sorridenti, andiamo senza una meta per la strada, sono le 20 e 15 e il sole è ancora alto, il crepuscolo, stasera, sembra volerci aspettare. Lentamente ci allontaniamo sulle note di “Iruben me”. Spiego a Peppe che è una canzone che incute tristezza, ma è divinamente piacevole all’ascolto.

Pronta la domanda. «Papà cos’è la tristezza?»
Spiegare la tristezza ad un bambino di 3 anni non è una cosa semplice, ma è mio dovere provarci avvicinandomi il più possibile alla verità.

viviano copertina

di Giuseppe Viviano (Asadin)

La tristezza, caro Peppino, sta in un altro cassetto del nostro animo. È tra i più emotivi che possiamo avere. La tristezza è una forza della natura, dentro il cassetto della tristezza ci sta una forza che noi stessi sconosciamo. Quando lasciamo aperto questo cassetto, la mente gode della sua infinita produttività, è tutto automatico è una difesa immunitaria, un istinto primordiale. Quando sei triste le prospettive di osservazione cambiano radicalmente, si è più realisti e diventa più semplice trovare le soluzioni. Spesso la tristezza arriva senza un motivo ben preciso, ci si convive, impari a starci accanto e ne approfitti per farti suggerire le soluzioni che hanno portato all’apertura del cassetto, perché non esiste tristezza più assoluta di quella di avere consapevolezza di non potervi uscire.

A Peppe forse  frega poco delle mie prolisse risposte alle sue domande, lui si gode la sua passeggiata tra le mie gambe e io mi godo la passeggiata tra le sue piccole mani incrociate con le mie sul volante.
Ormai siamo arrivati al vicino mare, su un piccolo poggio ci fermiamo ad osservare l’inesorabile tramonto, manca poco all’appuntamento quotidiano che da millenni il fuoco e  l’acqua si danno, sempre allo stesso posto, sempre loro due da soli. È uno spettacolo vedere come lui penetra delicatamente su di essa e ancora più incantevole è vedere lei come lo accoglie facendoselo suo fino a farlo sparire del tutto, lasciando solo la sua essenza per qualche altra ora.

– Papà ma dove va il sole?
– Il sole sta andando a fare quello che ha fatto oggi qua da noi da un’altra parte del mondo
– E perché se ne deve andare? 

viviano 2

Giuseppe Viviano (Asadin)

Un poeta diceva che il sole dopo il tramonto va a violentare altre notti … Non penso sia così, il sole va a dare spettacolo di sé in altri posti. Dà il cambio alle tenebre stanche.
Mi soffermo un po’ cambiando musica e allo stereo becco il pezzo giusto. Siamo seduti col finestrino abbassato lui sulle mie gambe, la sua schiena sul mio petto i gomiti sinistri appoggiati sul finestrino e la mia mano destra che tiene la sua destra, ambedue rivolti verso quel letto appena consumato ancora caldo dipinto da una mano divina che mescola i colori più  disparati. L’arancio, il più evidente, è incalzato dall’azzurro e tra di loro una sconfinata marea di colori dove trovi il rosa, il giallo, il rosso, il bianco, il viola che sfumano tra di loro trovando pace solo nell’azzurro che piano piano si perderà nel  blu scuro buio della notte.
E tutto ciò nelle note di “Carolina in my mind”

Peppe attende la sua risposta acchiappandomi dal mento mi gira il volto per guardarmi negli occhi.

Peppino mio … l’alternarsi che il  sole e le tenebre si danno da milioni di anni è l’esempio più concreto che la natura ci mette davanti e che spesso neanche vediamo. Il cambiamento  è l’unico modo per rendere interessante la propria esistenza, il cambiamento di idee, di pensiero, di modi essere è l’unico fattore che riesce a sedare la curiosità.

– Papà ma la curiosità cos’è?

La curiosità sta in un altro cassetto del nostro animo, rappresenta il motore di ricerca della propria esistenza. Senza questo cassetto aperto l’essere umano non potrebbe mai crescere ed evolversi. La curiosità è la palestra del sapere e del pensiero; i grandi uomini sono diventati tali grazie a questo cassetto che non ha età, curiosi si nasce e si invecchia quando non lo si è più.

Appagati dello spettacolo che la natura ci ha regalato, metto a posto Peppe per il riallaccio della cintura, metto in moto e all’imbrunire ci avviamo verso casa. Tragitto corto di un paio di chilometri in silenzio.
Qualche stella inizia a spiarci con una timida luce, anche l’azzurro sta per lasciarci per dare spazio al blu-nero della notte.
La domanda di Peppe comunque è scontata:
– Dove andiamo?
-Dove vuoi andare?

Alza gli occhi facendomi notare la sua perplessità, con la gambetta che non sta mai ferma ripetendo un moto perpetuo a mo’ di dondolio fra l’alto e il basso mi risponde.
– Andiamo a casa.

racconti 5I suoi occhi sono soddisfatti della piccola escursione. Non siamo andati al luna park, nè ad una festa, nè abbiamo comprato giocattoli, siamo stati solamente ad ascoltare un po’ di musica, a guardare il cielo e a passeggiare. Basta veramente poco a volte per stare bene, non abbiamo speso un centesimo, non abbiamo preso l’aereo e non abbiamo neanche giocato con dei giocattoli, siamo stati solamente in pace con noi stessi.
Ma ora voglio giocare: nel tragitto vedo una bella buca per la strada e non ci penso neanche due volte, la prendo in pieno. Il tonfo è forte, ma non intacca la robustezza del possente Tata e spetto che Peppe dica qualcosa.
– Papà un altro lumole, c’era un’altra scaffa?
– No, Peppino mio, questa volta non è stata la scaffa, ma sono stato io.
– E perché hai fatto questo lumole”?
– Così … volevo vedere se eri attento alle mie spiegazioni.

– Ma … a me non piacciono i lumoli, tu non devi fare questi lumoli.
– Va bene … non li faccio più!! – Perdonami.

– Perché perdonami? che significa?

“Caspita che domanda  –penso-.
Perdonare’ significa comprendere o giustificare un errore o una cattiveria fatta da una persona spesso a te molto vicina. Ma perdonare significa anche stare in pace con se stesso; per alcune persone perdonare è anche far capire agli altri e a se stesso  quanto si è meravigliosamente migliori di quello che appariamo, stando nella blanda speranza che imparino dalla cattiveria commessa.
Il perdono non nasce con noi, esso è figlio di un’educazione rara e meticolosa. Chi ha la capacità di possedere questo dono, spesso non lo sa ma ha un’armatura invulnerabile che anche un dio ne sarebbe invidioso. La vendetta non ha il potere di curare l’anima affranta, ma ha un effetto placebo su di essa dunque posticipa il dolore, il perdono invece ha un potere devastante, ristora l’anima annientando rabbia e paure denudandola dalle negatività”.

Papà, ma il perdono sta in un altro cassetto?
Ridendo, rispondo al perspicace moccioso …

Sì, esso sta in un cassetto che tutti hanno ma non tutti sanno di avere, spesso è ben nascosto dietro ad altri inutili cassetti, ma il rispolverarlo e aprirlo è una grazia divina.

Arriviamo davanti al cancello di casa ed aziono il telecomando che lo apre e in quei 15 secondi ci diamo un “batticinque”, un “ok” con i pollici che si toccano e ci scambiamo due sorrisi che mettono in risalto le fossette sulle guance che abbiamo in dote.
La radio continua a fare il suo lavoro, cioè mette musica e questa volta mi stupisce con un pezzo meraviglioso che solo il pensiero di volerlo mettere a tacere mi dà l’impressione di attuare una violenza. Infatti … posteggio il più vicino possibile all’uscio di casa alzo il volume a palla ed imbrago tra braccia e spalle il mio Peppino. Scendiamo dal Tata e sculettando a passo di musica  ci avviamo verso il patio.

racconto 4Prima che il vento ci porti via tutto
e che settembre ci porti una strana felicità
pensando a cieli infuocati
ai brevi amori infiniti …
Respira questa libertà …

Chi mi guarda starà pensando che la giornata è stata faticosa e soddisfacente. Dall’umore penseranno che avrò venduto l’arredamento completo a qualche sceicco saudita.
Non sapranno mai che ho venduto solamente cinque “cassetti” non intascando un euro, ma ho venduto l’anima a mio figlio.
E questo non ha prezzo.

 

 

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5 comments on “«I CASSETTI DELL’ANIMA», Un Racconto Di Giovanni Leone
  1. Questo racconto e' struggente, semplice e allo stesso complicato…e' un viaggio nella'anima spiegato ad un bambino…che riscopre che la felicità delle piccole cose e il rapporto umano sono la ricchezza che ogni genitore può dare al proprio figlio…più' di qualsiasi giocattolo o qualcosa che il denaro possa comprare…attendo con trepidazione il prossimo racconto…e grazie di questa perla…mi ha cambiato la visuale di una giornata cominciata in maniera, come dirla con l'inizio del testo…"non soddisfacente"…

  2. Caro ragazzo,ti devo dire Che non conoscendoti personalmente non pensavo avessi sentimenti cosi profondi e mirati,e non posso far altro che ricredermi,e farti I complimenti.Mi rispecchio perfettamente in tutto cio Che hai scritto.Ti auguro il meglio e in Bocca al lupo,e buona vita.

  3. Quante volte ci lamentiamo, percorrendo le nostre strade dissestate, arrabiandoci non poco, e spesso inveendo contro chi, disattende alle richieste di noi cittadini per una normale manutenzione delle stesse. Eppure, per il nostro amico Giovanni, una "scaffa" si può trasformare in un cassetto,anzi in tanti cassetti dell'anima,che lui con l'amore di un padre apre a suo figlio. C'è di tutto in questi cassetti, fantasia,e anche la tristezza.L'anima si apre. Amico Giovanni, alza il volume del tuo stereo, e fatti riconoscere, quando passi da queste parti, perchè tu solo lo puoi fare e sei autorizzato a farlo !

  4. Semplice come l'animo di un bambino. Non è facile comunicare con semplicità emozioni complesse, ma questo padre e questo figlio ci riescono perchè hanno stabilito una sintonia semplice. In bocca al lupo per il lungo viaggio che vi attende e per le migliaia di cassetti che vi restano da aprire.

  5. Giova', solo adesso ho avuto la fortuna di leggere questo pezzo di poesia; che bello, ho un'altra fortuna che è quella di avere anche io bimbi piccoli ed è incredibile constatare come con !oro il tempo si ferma e la giornata non è più grigia! Grazie per questo regalo

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