ELEZIONI 2016. Attenti: Arriva a Terrasini Il “Consenso Preventivo”

Oggi i politici non vogliono più farsi identificare per quello che sono, almeno quando si candidano. Dalla “discesa in campo” di Berlusconi in poi, tutti quelli che vogliono avere consenso dicono di non essere politici, o a far dimenticare di esserlo stati, almeno nel senso “tradizionale” del termine. Sono tutti imprenditori o cittadini “prestati” alla politica.

social medi ed elezioni comunali a terrasini

Cosa si è rotto nel rapporto tra politica e consenso? Perché “politica”, che prima era sinonimo di impegno, aspirazioni, vittorie, sconfitte, ambizioni è diventata adesso una parola dal significato ingiurioso, da cui tenersi a debita distanza? Uno degli esempi emblematici quello della senatrice del M5S Paola Taverna che circa un anno fa, esclusa in quanto “esponente politico” dall’assemblea dei residenti romani di Tor Sapienza infuriati contro i centri di accoglienza per i rifugiati, sbottò in romanesco: «Io non sò politico e tu nun te poi permette de chiamamme politico, io nun so senatrice, me devi chiamà Paola e non sò venuta qua per fà campagna elettorale».

Eppure la campagna elettorale si deve pur farla, per informare gli elettori dei propri proponimenti, dei propri programmi, per confrontarsi, per farsi conoscere.

Adesso esiste anche un’altra modalità per “scendere in campo”, più felpata e sorniona, quella che dà il titolo a questo post, cioè la ricerca del consenso preventivo. Mi candido o non mi candido? Un dilemma degno di quello morettiano in “Ecce Bombo”: «Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate “Michele vieni di là con noi, dai” ed io “andate, andate, vi raggiungo dopo”. Vengo, ci vediamo là… ».

Prima quindi si parla con gli amici per capire se si può fare, se ci sarebbero persone disposte a spendersi, poi ci si fa vedere al bar…, magari un bar piazzaaltro amico per caso fa una foto e la posta su Facebook per sancire l’alleanza, l’altro la condivide compiaciuto … E poi si costituisce un gruppo su Facebook, che guarda caso ha lo stesso nome della lista che si vuole presentare, nel quale vengono stipate d’imperio persone a più non posso e si chiede con fervore a ‘Michele’: “Dai, vieni con noi, vieni a salvare questo povero paese prostrato dalla presente malamministrazione e dai possibili futuri arrabbiati dei movimenti. C’è bisogno di te, di uno che, come quell’altro, “il sindaco lo sa fare”. E, più o meno evidenti, si vedono i salti della quaglia degli eterni “candidati a tutto” che zompano qua e là in cerca di collocazione per ottenere una carica istituzionale”. 

E Michele poi arriva, fa la parte di quello “caduto dal pero”, ringrazia per l’invito e si mostra stupito per l’importanza assunta dai nuovi (tecnologici) mezzi di comunicazione… Ah sì? E dove era stato Michele negli ultimi anni? Ma niente paura, se non si ha confidenza con questi mezzi ci sono sempre gli amici, “utili rabdomanti del web”, novelli community manager autodidatti che s’arrabattano alla meglio all’interno dei social media senza capirne i meccanismi profondi, che pensano sia sufficiente affastellare le persone, schiaffandole dentro un gruppo Facebook per poi moderarne da subito la discussione con maldestre censure, malamente rattoppate. Questa dovrebbe essere la base per l’ascesa dell’“Obama de noantri”? Ne dubitiamo.

UrnaElettoraleSchedeBluR400_thumb400x275-CopiaDall’altra parte c’è chi tuona contro le autocandidature … Perché? C’è bisogno dell’investitura di un partito per candidarsi? Mica c’è scritto nella Costituzione … Certo l’appoggio di un partito organizzato può aiutare la raccolta delle firme per presentare la propria candidatura e raccogliere fondi, ma non è un requisito essenziale per candidarsi a sindaco.

E poi c’è chi continua a interpretare la politica impegnandosi prevalentemente ad effettuare la pulizia e manutenzione ordinaria e straordinaria di strade malmesse e siti naturalistici. Ottimo impegno, ma non sufficiente per comunicare un’idea ed un programma fattivo sul dove si vuole portare questa maltrattata, bellissima cittadina incastonata su una delle più affascinanti scogliere della Sicilia. E per di più 30 km. da Palermo ed a un tiro di schioppo dall’aeroporto.

Ecco: ancora nessuno ci parla di dove vogliono portare Terrasini, e come la vogliono. Dato per scontato che la vocazione di Terrasini sia quella turistica, e che il minimo denominatore comune dal quale partire per tutti i candidati sarà: pulizia (della terra e del mare), ornamento delle strade con fiori e piante, bonifica del territorio dai detriti pericolosi (amianto in primis), depuratore, raccolta differenziata, qualità dell’offerta dei servizi privati (bed and breakfast, hotel, ristoranti, bar, fast food…) e poi cortesia, prezzi congrui, pianificazione con ampio anticipo di eventi culturali e di spettacolo da poter promuovere tramite i tour operator, in modo da orientare le scelte di chi progetta la propria vacanza, etc …

Dati per scontati i precedenti punti, che appunto sono la base di un corretto sviluppo e di una civile convivenza, non vorremmo quindi vederli elencati nei programmi; al massimo vorremo conoscere come vorrebbero attuarli.

La domanda fondamentale a cui ci piacerebbe ottenere una risposta chiara è: qual è il modello a cui le forze che scendono in campo vogliono ispirarsi: Rimini o le Cinque Terre? Industria del divertimento o turismo d’élite?coda 3

Si vuole mantenere, correggendo il tiro, l’impostazione della presente amministrazione, oppure proporre qualcosa di diverso? Si deve continuare a cementificare e a costruire ville che restano invendute e che sfregiano il territorio oppure mettere uno stop all’ingordigia dei “costruttori” ipotizzando un nuovo modello di sviluppo? E via discorrendo …

Ma ora sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensi tu!

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Coda Di Lupo

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