I MAESTRI E IL DUCE

di Graziella Catalano

 Presentazione

Oggi vi offriamo in versione integrale una significativa ricerca dell’insegnante Graziella Catalano pubblicata nel 1993 sulla rivista di cultura pedagogica “Nuove Ipotesi” diretta dal Prof. Mario Manno dell’Università di Palermo.
L’attenta ricerca documentale (circoscritta all’analisi dei registri di classe -dal 1920 al 1943- custoditi negli archivi delle scuole elementari di Terrasini) s’intitolava, in modo significativo, “I maestri e il duce”.
Ne raccomandiamo, per la stringente attualità, la lettura innanzitutto ai giovani educatori e alle giovani educatrici che potranno ricavarne non solo un incredibile spaccato del tipo di “cultura” che si inculcava (è il caso di dire)  tra i banchi delle nostre aule scolastiche, ma anche un monito a tener desto lo spirito critico e a reagire contro ogni forma di oppressione.
(giuru)

 
INTRODUZIONE
Da tempo sono privilegiate metodologie di lavoro storiografico la cui appli­cazione risulta ancora rischiosa e difficile.
Qui si tenta di offrire una esemplificazione di come queste metodologie sperimentali (fin qui applicate quasi esclusivamente alla storia medioevale e mo­derna), quelle che si riassumono nella definizione di «microstoria », possano util­mente applicarsi alla storia «locale », entro la più complessa dimensione della storia contemporanea.

La copertina dell’estratto della rivista di pedagogia “Nuove Ipotesi”  che ospitò la ricerca di G.Catalano
Nel quadro di tale metodologia storiografica, e con l’intento di offrire una prima ricostruzione di un «microprocesso» interno alla storia della cultura at­traverso la scuola, si sono recuperati e consultati i registri di classe della scuola elementare di Terrasini (prov. di Palermo), di un periodo storico compreso nel ventennio fascista 1920-40, con l’intento di cogliere gli aspetti più minuti della vicenda educativa di un piccolo paese in una fase fondamentale di transizione della storia italiana, quale fu, certamente, quella successiva agli anni venti.
Nella scuola elementare, presa come campione, si conservano registri che datano dal 1903. Per caso, si ebbe l’opportunità di leggerne alcuni che riporta­vano puntate di cronaca sbalorditive e nel contempo interessanti.
Si iniziò così una lettura, dapprima curiosa e febbrile, in seguito sistematica e finalizzata.
L’interesse primario era caratterizzato dal desiderio di conoscere le differenze sostanziali tra la scuola che ci ha preceduto, in un tempo relativamen­te breve, e la scuola di oggi; di sapere, cioè, intorno alla didattica e al metodo; di conoscere quali fossero stati i rapporti con i superiori, con gli alunni ed i genitori e, attraverso questi, avere una conoscenza dell’ambiente umano, del paese, all’interno dei fenomeni politici generali e ovviamente in rapporto alle situazioni reali della società e dell’economia del paese in quel tempo.
In sostanza la rilettura delle cronache, scritte da maestri che non hanno più un nome e un volto, ma che ebbero un ruolo primario e che vissero ardente­mente la «rivoluzione fascista», è stata un’occasione per ripercorrere a ritroso la storia del paese e della sua gente: attraverso l’analisi di minuti particolari atti­nenti ad uno «spazio» specifico di vita in un piccolo territorio, si è tentato di pervenire anche alla delineazione di aspetti generali della società del tempo.
In quella che era, allora, la vita quotidiana si potranno forse cogliere sfu­mature che non sempre la Storia registra. E comunque il contatto diretto con i tratti documentabili di quella quotidianità consentirà di verificare in concreto gli effetti, dilatati e capillari, della «macchina del consenso » messa in moto dallo Stato totalitario.
Al fine, dunque, di dare più credibilità a quanto si è ipotizzato, si è iniziata la consultazione di tutti quei registri che vanno dall’anno scolastico 1920-21 all’anno scolastico 1942-43. In più di un anno di lavoro, si sono letti circa 150 registri e di 40 si sono trascritte le puntate di cronaca che riportavano i fatti più clamorosi e più circostanziati del periodo che attraversava il Paese.
Si sono pure riportati i prospetti statistici di 329 registri, per potere sta­bilire, nel modo più corretto possibile, quale fosse il grado di alfabetizzazione della cittadinanza, e quali variazioni fossero registrabili (in positivo o in negati­vo) nel prosieguo degli anni, fino alla seconda guerra mondiale.
Affinché, poi, le tabelle statistiche avessero un valido riferimento si consul­tarono i registri anagrafici del Comune, sempre in relazione al ventennio ’20-’40, per verificare il rapporto tra la popolazione in età scolare realmente esistente nel territorio e la popolazione scolastica.
L’analisi dei dati statistici avrebbe potuto essere molto più accurata e ap­profondita di quella che i lettori troveranno nelle pagine seguenti: ma, a parte le nostre personali insufficienze, si è preferito in questa sede, e come primo avvio di una ricerca, della cui complessità si è consapevoli, concentrare, prevalente­mente, l’attenzione sulla vicenda «interna» della scuola, vagliando gli aspetti ideologici del processo di fascistizzazione che i registri scolastici consultati con­sentono chiaramente di rilevare.
Per questa operazione si è adottato come metodo generale, quello di «lasciar parlare» sopratutto i documenti, isolando i nuclei più significativi di essi e ag­gregandoli in base ad un ordine «tematico» percorso tuttavia da un sottile filo interno costituito dallo sviluppo cronologico degli avvenimenti del tempo: qual­cosa di molto simile ad una ricostruzione della «vicenda scuola», attraverso un’assemblage di squarci di vita e ritratti di costume.
CAP. I – SOCIETÀ E SCUOLA A TERRASINI
1. Terrasini-Favarotta: le origini, il nome, la storia
Sul paese e sulle sue origini possiamo trarre notizie ufficiali (esiti di faticose e pazienti ricerche) dal testo di Mons. F. P. Evola che nel 1949 pubblicava una monografia storica dal titolo La Parrocchia di Maria SS. delle Grazie. Ricordo storico. Terrasini 1749-1949.
Il Monsignore, nella sua «fresca vecchiaia»(1) (aveva circa 92 anni quando si dedicò all’elaborazione del testo), volle ricostruire il profilo storico di Terrasini, suo paese natale, attorno alle vicende che accompagnarono il sorgere della Par­rocchia.
Forse la storia del paese non avrebbe meritato tale attenzione se non fosse stata caratterizzata da controversie e dispute che si protrassero per 200 anni (1676-1878), coinvolgendo gli abitanti, al fine di poter erigere una Parrocchia nel proprio territorio e sottrarsi, così, alla giurisdizione spirituale, quasi dispoti­ca, dei PP. Benedettini, signori del Casale di    Cinisi (2) , confinante con Terrasini.
Del Casale, i PP. Benedettini, prendono, subito, possesso; lo popolano di coloni elargendo terre in enfiteusi, costruendo una Torre (dell’Ursa) a presidio della tonnara, un monastero, gioiello architettonico, ed una Chiesa dedicata a S. Rosalia nel borgo di Favarotta dove si erano insediate alcune famiglie di pesca­tori. E su Favarotta(3), da una memoria storica dei PP. Benedettini (Archivio Arci­vescovile – Monreale) riportata nel testo citato, leggiamo: «All’estremo lembo del territorio di Cinisi la comodità di uno scalo atto a ricevere le barche e il be­neficio di alcune acque sorgenti attirarono, probabilmente nella prima metà del secolo XVII, alcune famiglie di pescatori. Il borgo con parola passata dall’arabo nel nostro dialetto, dalle vicine sorgenti si chiamò Favarotta. Pare che nell’epoca stessa in cui cominciava a crearsi il villaggio di Favarotta, epoca che coincideva col decadimento della potenza navale dei Turchi […], altre famiglie di pescatori si aggiunsero nel suolo del prossimo feudo di Terrasini».
I due insediamenti erano separati soltanto, ma non è poco, dalle acque del torrente Furi -oggi incanalato sotto una strada- che scendendo dalle monta­gne di Cinisi, si riversava nel porticciolo, a mare, e solo dei ponticelli permette­vano il passaggio da «un paese all’altro». Questa la configurazione del territorio ancora alla fine degli anni ’40, anche se già dal 1836 il villaggio di Favarotta era stato aggregato al Comune di Terrasini e si era ufficializzata la toponomastica Terrasini-Favarotta(4).
Il feudo di Terrasini, invece, apparteneva ai principi di Carini, avendolo comprato Tommaso La Grua dal Barone Donato Gazzara (sembra, il vero fonda­tore del paese) nel secolo XVIII.
E sono i La Grua che, forti del prestigio che godono a corte, si fanno inter­preti e garanti del legittimo desiderio dei loro coloni nel voler edificare un centro spirituale attorno a cui aggregarsi. Pertanto non risparmiano spese e colpi bassi all’indirizzo dei PP. Benedettini, perché stanchi dei veti e delle lungaggini cu­riali. Poiché la querelle non si placa, si rivolgono al Viceré di Sicilia, Duca di Laviefuille, il quale senza indugi sollecita energicamente il Vescovo a ricomporre la questione e mettere fine ai cavilli giuridici a cui i Benedettini continuano a ricorrere.
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1. Mons. Vito Lo Duca, Prefazione al testo, p. 7, in Mons. F.P. Evola, La Parrocchia di Maria SS. delle Grazie, Ricordo Storico, Terrasini 1749-1949, Tip. Greco, Palermo, 1949. 
2. Il feudo di Cinisi (ultima fortezza degli Arabi), nel 1263, era stato rega­lato da Manfredi, Re degli Svevi, al suo fedele vassallo, tal Matteo Pipitone. Violante di Fazio pronipote del Pipitone e ultima erede, essendo rimasta senza prole, fa donazione del feudo di Cinisi e della tonnara dell’Ursa al Monastero Gregoriano di S. Martino delle Scale con testamento del 13 gennaio 1401. In Mons. F. P. EvOLA, op. cit., p. 23.
3 Favarotta è il diminuitivo di Favara, cosìdetto dall’arabo fawwarah (polla, sorgente). Il nome venne dato dai Musulmani che avevano occupato la spiaggia e la vicina terra di Cinisi.
4 Cfr. C. CAMrisi, (Istituto di Geografia — Facoltà di Lettere — Palermo) Terrasini,Genesi di un centro turistico balneare, a cura del Centro Studi Pro-Loco, Terrasini, 1972.
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Quanto al nome, Terrasini non poteva venire dal sinus aegestanus come indica l’erudita nota del Di Marzo nel Dizionario Topografico della Sicilia di Vito Amico, tradotto dal latino per Gioacchino Di Marzo (Vol. I – Palermo, Salva­tore Di Marzo editore – 1858), perché il paese rimane al di qua del Golfo di Castellammare: da Capo Rama alla Torre del Molinazzo ci sono tante sinuosità, e da queste si ebbe il Terraesinus(5). Di qua, dunque, Terrasini; di là Cinisi e nel mezzo Favarotta territorio di Cinisi ma aggregato all’abitato di Terrasini.
Ed è per questo che Favarotta rimane quel tratto di terra che condanna i due paesi ad una congiunzione territoriale tale da configurarne la genesi storico-sociale. Pertanto le storie dei tre borghi, si intrecciano per secoli, vivificandosi di continue dispute, prima per la Parrocchia, poi per il porto e la spiaggia comu­ne, per i viottoli che li congiungono, per la stazione ferroviaria titolata Cinisi­Terrasini, e in ultimo per la Direzione Didattica.
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5.  Mons. F. P. EVOLA, op. cit., p. 210
2. Sulle origini delle istituzioni scolastiche
La scuola elementare di Terrasini fin dalla sua istituzione faceva parte del Circolo Didattico di Cinisi, paese situato come si è detto, a qualche chilometro di distanza. E mentre la scuola di Cinisi, fin dalle origini (i primi documenti ri­salgono al 1896), era ospitata e aggregata con le sue aule nel vecchio Monastero, poi diventato sede comunale, e poneva le basi per adeguate strutture, quali i servizi di segreteria ed archivio, guidati da un Direttore Didattico, Terrasini fino al 1980 non poté contare su « strutture » e servizi amministrativi e didattici autonomi.
Quando fu costruito l’edificio scolastico (1950-53), si costituì un nucleo consistente che accorpò le aule sparse nell’abitato, restando, tuttavia, plesso staccato dal circolo originario. A Cinisi, infatti si andava per le riunioni, per gli auguri al direttore; a Cinisi si depositavano i registri dell’anno in corso e degli anni passati, i documenti scolastici più importanti e i fascicoli personali de­gli insegnanti.
Solo dal 1979-80, Terrasini è sede di Direzione Didattica e segreteria, nonostante che, già da parecchi anni, l’organico delle classi fosse raddoppiato rispet­to a quello di Cinisi.
A metà degli anni ’70, entrati in vigore i Decreti Delegati, che per la loro impostazione democratica permettevano un rapporto più chiaro e autorevole an­che con il Comune, gli insegnanti del plesso di Terrasini appoggiarono la richiesta degli organi competenti, affinché la scuola avesse una gestione autonoma, e questo non per spirito campanilistico ma per ovviare a certi aspetti negativi. Per primo era necessario snellire l’iter burocratico che un organico così complesso presentava; in secondo luogo, si sentiva pressante il desiderio di formare un’unità di gruppo che potesse programmare e sperimentare senza dover attendere i consensi o i dissensi che inevitabilmente si venivano a delineare nei due terri­tori. In tal modo si pose fine alle rivalità che caratterizzarono prima la storia dei due paesi, poi delle due scuole.
Nel periodo da noi considerato, come abbiamo già accennato, Terrasini mancava di edifici scolastici e le 11 classi del 1920/21 e degli anni appresso venivano reperite presso i due Collegi delle Suore, e presso i privati che affittavano delle stanze abbandonate perché inabitabili per mancanza di aria, di luce e di servizi igienici.
Le porte delle classi che davano direttamente sulla strada, erano tenute sempre aperte, appunto per illuminare e areare, anche nella brutta stagione. Nelle aule messe a disposizione dalle suore, di solito, erano alloggiate le classi femmi­nili per il rispetto del comune senso del pudore.
A quei tempi l’orario scolastico era interrotto, dalle 8,30 alle 11,30 e dalle 13 alle 15; le lezioni avevano la durata di sei ore e il giovedì era vacanza. Nell’intervallo i ragazzi andavano a casa e spesso non ritornavano.
I direttori si facevano sostituire da un insegnante del luogo che si deno­minava «direttore fiduciario» e raramente visitavano le classi. Dai registri si apprende che il direttore teneva una riunione collegiale a principio d’anno, e che visitava le classi per provare le capacità raggiunte dagli allievi a fine anno.
3. Sul territorio e la situazione socio-economica in età fascista
La popolazione terrasinese è stata sempre accentrata in un unico nucleo abi­tativo e oggi ammonta a più di 10.000 abitanti. Il censimento del 1931, voluto da Mussolini, rilevava 6.075 abitanti, mentre nel censimento del 1961 ne erano presenti 8.200, con un incremento demografico di circa 150 unità all’anno. In questo modo si potrebbe calcolare che nel 1921 la popolazione si doveva aggirare attorno ai 5.300 abitanti di cui 545 formavano la popolazione scolastica della scuola elementare come si evince dai registri di iscrizione.
L’ambiente socio-culturale era caratterizzato, con rilevanti spaccature, da due culture: una marinara e l’altra contadina. Fra i favarottesi e i terrazzani, fino agli anni ’50, spiccava un profondo spirito campanilistico; i ragazzini si da­vano botte da orbi al solo sentirsi denominare con il nome della loro contrada «marinaru» o «viddanu». Dissensi inveterati da dispute antiche! Il ceto me­dio e la piccola borghesia erano di numero irrilevante. Le condizioni socio-eco­nomiche erano molto precarie sopratutto dopo la 1a guerra mondiale.
Terrasini non è mai stata oggetto di uno studio sistematico onde poter rile­vare dati statistici sull’andamento salariale, occupazionale e redditizio degli abi­tanti, ragion per cui l’analisi delle condizioni socio-economiche è in queste pa­gine appena delineata. Ci siamo limitati a fornire qualche notazione di “colore”  in mancanza della ricognizione di cui abbiamo indicato soltanto l’esigenza: quello che ci è dato di sapere dai registri e dalle testimonianze degli anziani e degli adulti, che mantengono vivi certi ricordi, è che la maggior parte della gen­te viveva in miseria. I contadini aspettavano sempre il raccolto per pagare i debiti contratti durante l’anno, e i marinai, che vivevano nell’antica cultura della precarietà, poco si curavano di esigenze familiari che non fossero di prima necessità o addirittura di sopravvivenza. L’economia del paese era ridotta a zero non solo all’alba della prima guerra mondiale, ma ancora di più negli anni post bellici fino al ’33/34.
Molti erano i ragazzini che andavano scalzi, e poi molti di questi si alimentavano di carrube rubac­chiate per i campi, di pane duro rammollito nell’acqua e di sardine fresche e salate: la carne si vendeva raramente e si racconta che alla vigilia delle grandi feste passava per le strade un macellaio tirandosi dietro un vecchio e rinsecchito vitello. Egli con un campanaccio attirava la gente reclamizzando il suo prodotto. «A che lo vedete vivo a che lo vedete morto».
Si racconta, altresì che quando dalle nostre parti arrivarono le cavallette e non fu più possibile debellarle, i preposti alla disinfestazione portarono e collocarono in un magazzino del paese delle botti piene di insetticida ma poco ermetiche. Sicché le galline razzolando da quelle parti, ingerirono di quel liquido e ben presto morirono, Poiché, però, le galline nell’economia della famiglia avevano il valore di un immobile, affinché nulla si perdesse, furono consumate e i «fruitori andarono all’altro mondo».
Rilevante era in quel periodo la mortalità infantile sia alla nascita che nei primi due anni di vita: poco si curava la condizione igienico-sanitaria, salvo a risalire agli inizi degli anni ’30/31, quando inizia la campagna contro la tubercolosi, contro le mosche, la vaccinazione antivaiolosa e la visita del medico sanitario nelle scuole, fino ai giorni nostri (più formale che reale).
Notizie, poi, più significative riguardanti il tono della vita e le condizioni economiche, possiamo trarle direttamente da alcuni brani dei registri scolastici. Infatti si notano spunti sociali quali l’emigrazione, la mafia, il lavoro minorile, la battaglia al latifondo, la guerra; e anche se i toni roboanti sono smorzati, pure ci si accorge che sotto sotto si emigra per non lavorare la terra, che la «Maffia» è un fenomeno di banditismo che si ferma nelle campagne e che ora, grazie al fascismo, verrà debellato, e che la guerra, anche se porta via i papà, gli uomini validi del paese, serve per avere «un posto al sole».
Ma leggiamo direttamente dai registri intorno a questi argomenti.
L’emigrazione (dicembre, 1928).
«Stamattina, parlando alle scolarette del sacro vincolo della famiglia, una bimbetta aveva i lucciconi: Che hai? le chiesi -Penso a mio padre che è in America e non lo posso vedere quando voglio.
Parlai dell’emigrazione e dissi alle bimbe che è bene facciano capire alle fa­miglie la necessità di lavorare la terra, perché questa racchiude in sé tesori inestimabili».
La maestra continua:
«Penso: perché la scuola, specialmente la rurale, raggiunga il vero scopo a cui è destinata, occorre far sì che la mente dei fanciulli della campagna non sia distolta dai fini dell’agricoltura.
È dovere dell’insegnante inculcare nella mente del fanciullo l’impressione dell’importanza del valore e dell’utilità della vita agricola e togliere l’idea che per migliorare le condizioni della famiglia, bisogna emigrare».
La mafia (16 marzo 1929).
« P.V. è una bimba un po’ prepotente. Il padre è stato condannato a dieci anni di carcere, perché ritenuto capo maffia della delinquenza locale. È reo? È innocente? Non so… Ma torniamo alla bambina, alla piccola prepotente. Quanto soffre l’anima mia e quanto sento d’amare questa bimba colpita dalla sventura! Io faccio di tutto per educarla e condurla sulla retta via. [segue dissertazione sul sentimento dell’amore, vera molla dell’educazione] »(6) .
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6. Circolo Didattico Cinisi (C.D.C.), (1928-29), I, pp. 20-21.
La guerra (5 maggio 1936)
Presa di Addis Abeba.
«Addis Abeba italiana, sono le parole che debbono restare impresse nel loro cuore. Avevano partecipato all’adunata ma non sapevano cosa fosse… Ho detto che la guerra era stata fatta a scopo di liberare tanti altri uomini che soffrivano la schiavitù, ma finalmente tutto si è concluso con la nostra vittoria. Ormai è venuta la pace. Avevo pronunziato appena queste parole, quando un bambino sgusciando tra i banchi ed i compagni viene a me festante dicendomi: ‘Tornerà  papà, finalmente!’. Scenetta di nessun significato se vogliamo, però essa mi ha emozionato alquanto» (7).
Una pagina del registro del maestro FRANCESCO SANFILIPPO. Le annotazioni in alto (in copia) sono della stessa G. Catalano. Si è prescelta come esempio la pagina del maestro Sanfilippo poiché compare nella foto-logo del nostro bloggher, ma anche perché, a detta dell’A., è tra i pochi maestri dai cui registri traspare chiaramente disincanto nei confronti del regime.

Qualcuno finalmente (ed è sempre un bambino) ha detto: Il re è nudo! La gravità delle condizioni economiche del paese è ancora chiaramente denun­ziata da quei brani dei registri che fanno esplicitamente cenno al fenomeno del lavoro minorile. Inutile dire che nessuno si pone il problema dello sfruttamento, e nessuno osa pensare che tutti i minori debbano andare a scuola ed essere alfa­betizzati.

Per i maestri la piaga del lavoro minorile è legata alla mancata frequenza scolastica, e per questo se ne parla. Vedi questa
Relazione finale
«… La frequenza è stata regolare, solo nei mesi estivi gli alunni sono stati distratti dalla scuola per aiuti agricoli ai genitori per cui la frequenza è stata più scarsa, oscillando nel 50% ».(8)
E ancora l’insegnante S. A. (24 sett. 1932)
«Le iscrizioni procedono lentissimamente, direi con indifferenza: forse ne è causa la vendemmia. Pare però che le famiglie curino poco l’educazione dei pro­pri figlioli, giacché, sollecitate, continuano a condurseli in campagna e a farli gio­care per la strada. Ai pochi genitori che si presentano parlo dei doveri che hanno verso i loro figliuoli».
(10-10-1932)
«Oggi si dà inizio alle lezioni. Si sono presentati pochi alunni. Compilo l’elenco dei mancanti e lo dò alle guardie municipali per le debite ricerche».(9)
(14-10-1932)
«I ritardatari, in seguito al richiamo ricevuto, vengono a scuola alla spic­ciolata. Molti mancano ancora perché impegnati nella raccolta delle olive».(10)
I ragazzi sono costretti a lavorare, ma la colpa, per il maestro, è delle fa­miglie che poco capiscono la importanza dell’educazione! I registri riproducono varie volte il senso di questa visione antipopolare del rapporto scuola-famiglia.
(29-11-1932)
«A quelli che si sono presentati ho detto che assumono una grave respon­sabilità sulla loro conoscenza, trascurando i figlioli al punto di negare le poche lirette necessarie alle provviste scolastiche. Ho parlato della virtuosa Cornelia, affinché, ispirandosi in essa, cambino rotta e sopportino qualche privazione per amore delle proprie creature».(11)
Bisogna pure dire, comunque, che a fronte delle affermazioni di giustizia sociale che oggi noi presentiamo come baluardo di civiltà, a quei tempi faceva riscontro una tele precarietà economica, da giustificare la presenza del ragazzo accanto all’adulto e fuori dalla scuola. D’altra parte le guerre e le emigrazioni avevano allontanato molti uomini validi, e le donne dovevano sostituirli con l’aiuto dei figli.
Ed ecco che i ragazzi aiutano nei lavori agricoli, a principio d’anno per la vendemmia, per la raccolta delle olive e per la semina; in primavera fanno anche da mozzi nelle barche che escono per la pesca, e altri custodiscono il gregge quasi per tutto l’anno, portandolo al pascolo, fuori dal paese. E, poi, mandare i loro figli a lavorare presso qualche artigiano, significava cedere parte della patria potestà a “maestri” più prestigiosi e severi, in quanto non solo insegnavano un mestiere o l’”arte”, come si diceva in paese, ma rappresentavano un modello etico sul quale rispecchiarsi.
I criteri di severità adottati per l’osservanza dell’obbligo scolastico e per avere la totalità delle frequenze (pena «l’intervento della legge»), rispondevano all’esigenza mussoliniana di «alfabetizzare per fascistizzare», all’interno di una concezione che considerava la scuola quale principale «cellula» di propaganda, o «agenzia» del consenso.
I maestri, come si è già visto, riportano alcune osservazioni poco opportune (vedi Cornelia), e mostrano un estremo rigore per gli «inadempienti», ma se ne occupano fino al ’32-‘33, poiché poi sull’argomento non si legge più niente.
Nel 1939-‘40, alla vigilia della guerra, la gravità della situazione economica si appalesa in Sicilia come un’allarmante verifica del fallimento del regime che tenta di inaugurare, con finalità del tutto propagandistiche, un indirizzo «riformatore». Nel quadro delle opere di miglioramento e di bonifica avviate nel mezzogiorno d’Italia e in Sicilia in particolare, si evidenzia come iniziativa di particolare rilievo 1’«assalto al latifondo». Il maestro ne parla ai ragazzi facendosi strumento della vasta mobilitazione propagandistica che accompagnò l’istituzione dell’Ente di colonizzazione e il contestuale attivismo di funzionari pubblici e di partito, per tentare di accreditare l’idea di una «riforma agraria» fascista.
Lotta al latifondo (20 ottobre 1939):
«Dico ai ragazzi che domani è vacanza. Cerco di spiegare loro, con parole facili e accessibili alle loro capacità intellettuali, che domani sarà un giorno sacro per la storia dei siciliani. I nostri contadini non soffriranno più: lavoreranno con più gioia, con più lena. Protetti dal Duce, per cui s’inizia la battaglia contro il latifondo, avranno la loro casetta in mezzo ai campi e non faranno più tanta strada a piedi per andare a lavorare in una terra d’altri; ma sentiranno di essere nella propria terra, saranno nella propria casa e la loro vita scorrerà più lieta tra i campi e la casa. Ecco perché il Duce vuole l’appoderamento colonico. Domani, quindi, a Palermo vi sarà la riunione del Consiglio Nazionale del P.N.F. con l’intervento di Achille Starace, segretario del P.N.F. per iniziare i lavori per la rinascita della nostra Sicilia».(12)
Questi, dunque, gli elementi e le notazioni di natura socio-economica emergenti dai registri che rispecchiano sia un’interpretazione della realtà del fanciullo come «oggetto da forgiare», sia il modo dei maestri di rapportarsi con il popolo-massa che rimane «colpevole» e subalterno.
I ragazzi non vanno a scuola — i genitori non se ne occupano.
I ragazzi vanno a lavorare — i genitori sono screanzati e assenteisti.
I ragazzi non possono pagare la tessera — i genitori non vogliono spendere
denaro e saranno accusati di essere «contrari al fascismo».
Il regime ha fatto tanto e continua nelle sue magnifiche opere, il popolo non capisce!
Dice un maestro (28 settembre 1931):
«Le iscrizioni procedono lentissimamente, con la più grande indifferenza di questo mondo! Si vede che le famiglie non curano l’educazione dei figlioli. Sif­fatta apatia e indifferentismo per la scuola mi fa penosa impressione, sembrando­mi l’inizio della decadenza di un popolo».
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7.  C.C.C. Reg. (1935-36) XVIII, Ins. T.G., IV classe maschile, p. 3.
8.  C.C.C. Reg. (1931-32), X, Ins. Z.A., classe II M., p. 5.
9.  C.D.C. Reg. (1932-33), XII, Ins. S. A., Classe IV M., pp. 1, 2, 3, 5
10. Ibidem.
11. Ibidern.
12. C.D.C. Reg. (1939-40), XXXIII, Ins. L. A., classe I M., pp. 1, 2.
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Ancora oggi, comunque, la scuola tende a ribaltare le responsabilità e ad incolpare i genitori e la società delle deficienze culturali, educative, disciplinari che i ragazzi presentano, e quindi non ce ne meravigliamo più di tanto, né ci fermiamo sull’argomento, che per la sua importanza, ci porterebbe molto lontano. In questo contesto a noi preme porre l’accento sull’aspetto statistico del pro­blema scuola: vorremmo, cioè, sapere sull’andamento delle iscrizioni, delle fre­quenze, delle evasioni o delle inadempienze e delle selezioni o bocciature. Tutto ciò al fine di dare una parziale risposta all’ipotesi sottesa alla ricerca.
4.  Avvenne l’alfabetizzazione e/o la fascistizzazione?
In altri termini, la fruizione del servizio scolastico da parte degli aventi di­ritto, si mantiene negli anni — dal 1920/21 al 1940/41 — a livelli tali che non si intravvede un progressivo sviluppo della scolarizzazione nel periodo fascista rispetto all’età dello stato liberale.
Queste osservazioni sono particolarmente significative, anche, per definire l’ambito entro il quale va collocato il concetto di «fascistizzazione» di cui fare­mo più volte uso nelle prossime pagine: si trattò, forse, sopratutto di una fasci­stizzazione dei maestri, cioè di una esperienza in filo diretto (piccoli intellettuali-regime), e non di un processo di coinvolgimento reale delle nuove leve della società che in gran parte sfuggivano al controllo dell’agenzia scuola attraverso l’elusione dell’obbligo.
Al mantenimento di questa situazione di perniciosa stazionarietà che, alla distanza, può oggi essere vista come il banco di prova del fallimento complessi­vo della politica scolastica del regime, contribuirono, indubbiamente, gli stessi insegnanti con l’applicazione di criteri oltremodo selettivi, applicati fin dal primo anno delle elementari, che scoraggiavano la prosecuzione degli studi e costitui­vano un alibi per le famiglie costrette a dirottare i figli nello squallido mercato del lavoro minorile.
I dati infatti mettono in luce una particolare selettività, quasi una falcidia al primo anno della scuola elementare (Tab. I).

    Successivamente, sull’universo degli alunni già così fortemente selezionato all’inizio, l’esercizio dell’impegno selettivo si riduceva nei passaggi tra la 2ª e la 5ª classe. Ovviamente i licenziati della 5ª elementare costituirono un numero estremamente esiguo rispetto agli alunni che, senza l’attuazione di una così rigida operazione selettiva, avrebbero avuto formalmente il diritto e il dovere di fre­quentare la scuola elementare (v. Tab. II).
È  intuitivo — e anche verificato dai dati delle allegate tabelle —  pensare che «la scuola dell’obbligo fascista», fosse, in realtà, nient’altro che una scuola di lasse fin dalle elementari. In altri termini, il regime non riusciva, per responsabilità complessive del sistema scolastico, e per la particolare ideologia dell’insegnamento che era del tutto funzionale a quel sistema, a permeare di sé strati sociali che non fossero quelli della piccola e media borghesia, già di per sé «fascistizzata».
Qui è facile rilevare una contraddizione tra le proiezioni di massa del fascismo e la stratificazione, pur sempre elitaria, della società, contraddizione che, alla lunga, sarà uno dei fattori dell’isolamento del regime rispetto a generazioni di giovani anagraficamente collocate nel ventennio, ma sostanzialmente non influenzate in modo decisivo dai suoi canoni educativi.
La tabella I consente di sottolineare, oltre che l’andamento delle iscrizioni e frequenze solo nelle prime classi elementari, l’aspetto massiccio della selezione fatta nella scuola, ufficiosamente con le «inadempienze», ufficialmente con le bocciature.
La selezione non è il risultato diretto. del dettato gentiliano, in quanto per motivi fin troppo noti, sempre era avvenuta la falcidia nelle prime classi.
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1. Gli obbligati dei vari anni scolastici si riferiscono ai nati di 6 anni pri­tna. Es.: i 175 del 20-21 sono i nati del 1914.
* È probabile che manchino alcuni registri, difatti nei tre anni contrasse­iiati si nota che il numero delle classi non poteva soddisfare il bisogno degli ob­liligati ai quali si dovevano sommare gli inadempienti e i riprovati.
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Il regime ufficialmente è orientato verso lo sviluppo di scuola di massa (al­meno nella fascia elementare), ma, di fatto, quel che si mostra con ampiezza è il fenomeno del restringimento della base dell’istruzione.
La lotta all’inadempienza, come si è detto, è limitata a pochi anni (1930/33) e, piuttosto, c’è da registrare una diminuzione delle bocciature nel decennio ’20/30, attestandosi mediamente sulle 30 unità per anno, mentre nella seconda decade (30/41) si attestano mediamente sulle 50 unità per anno. Dalla lettura dei dati, sempre della tabella I, si nota che la maggior parte della popolazio­ne scolastica era distribuita nelle 5 e 6 classi di prima elementare superando il numero dei frequentanti delle classi II, III, IV e V. Gli alunni di leva non sempre completavano l’anno scolastico poiché, spesso, le madri, o per incuria o per troppa apprensione, preferivano rimandare a tempi più lontani l’allontana­mento dalla famiglia.
Da una attenta lettura dei dati può nascere qualche possibilità di contesta­zione: infatti, non sempre la somma fra promossi o riprovati coincide col nu­mero ufficiale dei frequentanti.
Anche in noi è nato il sospetto che gli insegnanti (considerato che le classi dovevano avere un numero superiore a 40 per rientrare nelle «classificate»), non sottoposti ad alcun tipo di controllo nella compilazione dei dati statistici, annoverassero fra i frequentanti sia gli assenti stagionali che quelli annuali (co­munque non presenti né agli scrutini né agli esami).
Tutto ciò non deve meravigliarci, poiché non sono da sottovalutare i note­voli disagi derivati da classi numerosissime e incontrollabili e l’angustia delle stanze adibite ad aule (ex cucina, dice un maestro lamentando le condizioni lo­gistiche). A questo si aggiungeva lo squallore delle strade e dei muri prospicien­ti, adibiti a gabinetti. Così le carenze, qui rapidamente descritte, in aggiunta ad un numero esorbitante di alunni costretti in un minimo spazio, non dovevano essere di certo uno stimolo «vivificatore» né per l’insegnante né per gli scolari.
Questi, anzi, a quel tempo, facilmente tenevano in dileggio i maestri, privi di autorità e dignità culturale (per la maggior parte), autorità e dignità di cui erano, piuttosto, investite le famiglie e la Chiesa. 
CAP. II – IL POTERE E LA DIDATTICA
1. La scuola dello Stato liberale prima della Riforma
Alla vigilia dell’ascesa del fascismo al potere, la scuola italiana di stampo liberale era in crisi. L’insegnamento primario, dopo mezzo secolo dall’Unità d’Italia, non era riuscito a combattere l’analfabetismo. Ciò era da addebitare più alla mancanza di edifici scolastici che alla quantità dei maestri, di cui si deplorava peraltro la qualità. Da uno studio condotto nelle varie regioni d’Italia si era evidenziato che in Umbria, dove esistevano accoglienti edifici, sebbene i maestri lavorassero in pochi ad orario ridotto, si erano conseguiti considerevoli successi nella lotta all’analfabetismo, mentre in Sicilia, in Puglia, nel Lazio, pur disponendo di un considerevole numero di insegnanti, la mancanza di locali aveva contribuito all’insuccesso.(1)
Anche le condizioni dei maestri erano precarie: si reclutavano attraverso i Comuni, le Regioni, ed Enti più o meno pubblici; le condizioni di lavoro erano poco dignitose e la retribuzione insufficiente.
Essi lavoravano in classi anemiche o sovraffollate, che gli alunni frequenta­vano senza assiduità; nelle campagne ricevevano un trattamento economico tal­mente misero da costringerli, per sopravvivere, a fare un doppio lavoro. Questo li esponeva a gelosie e critiche dell’ambiente, coinvolgendoli in pettegolezzi e malignità.
Le scuole magistrali femminili non rispondevano più al loro scopo, quelle maschili non consentivano ai figli del popolo di accedere alla funzione di mae­stro, per mancanza di          un raccordo tra la scuola primaria e la scuola magistrale. Le lotte delle organizzazioni magistrali, nel dopoguerra, avevano provocato una campagna di stampa contro l’assenteismo dei maestri, e
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1. MICHEL OSTENC, La scuola italiana durante il fascismo, Bari, 1981, p. 3.
quindi l’immagine ne era uscita oscurata, contrariamente a quanto era avvenuto in Francia, dove le lotte democratiche di una scuola laica avevano conferito decoro e prestigio.
In questa situazione di indiscutibile crisi si inseriscono le lotte per la rifor­ma della scuola, tra il 1919 e il 1922, a cui parteciparono le forze democratiche rappresentate da Gramsci, Mondolfo e Salvemini, che rifiutavano ogni sistema selettivo e auspicavano una statalizzazione dell’istruzione e una maggiore demo­cratizzazione degli organi direttivi.
Comunque gli intellettuali, sia di stampo liberale che di estrazione populi­sta, trovarono un punto d’incontro su alcuni temi comuni: 1) la separazione tra scuola media di cultura, e scuola popolare; 2) la restaurazione della serietà degli studi per la formazione delle élite, comprese quelle del popolo; 3) maggiore autonomia delle università; 4) la libertà d’insegnamento.
Gentile farà suoi que­sti temi e la «Riforma», che da lui prenderà il nome, sarà in grado di realiz­zarsi, avendo i pieni poteri il 3 dicembre 1922, sia per l’autorevolezza del rifor­matore, che per la partecipazione, a parte il consenso di B. Croce, di nomi pre­stigiosi quali Lombardo Radice, E. Codignola, Alfredo Sgroj, Vito Fazio All­mayer, ed altri. Purtroppo, però, la riforma si realizzerà solo quando lo spirito idealista, che l’aveva animata, si trasformò nel peggiore dei nazionalismi. Ma questa deviazione risulterà chiara soltanto più tardi. 
La Riforma
Sembra quasi scontato parlare delle difficoltà, degli errori, delle critiche, che seguirono e accompagnarono la «Riforma» nel suo cammino. È opportuno inve­ce sottolineare il carattere di ambiguità a cui si prestò, per il connubio fra la filosofia idealista e la nuova ideologia del fascismo: ambiguità dovuta anche, secondo il mio parere, alla fiducia e al consenso che Gentile, sempre, diede all’uomo Mussolini, e di conseguenza alla fedeltà che Lombardo Radice, vero pre­cursore del rinnovamento della scuola primaria, ebbe nei confronti del Maestro.
Le ambiguità traggono origine dalle contraddizioni fra il dettato spirituali­sta, romantico (di ispirazione pestalozziana), dei contenuti programmatici, e l’im­possibilità di realizzare una scuola con strutture funzionanti. Ben presto, difatti, si assistette al paradosso di porre rimedio all’analfabetismo diminuendo il numero delle scuole pubbliche. Infatti con intransigente severità Gentile, collaborato da Lombardo Radice, frattanto direttore generale della scuola primaria, applica all’insegnamento primario i provvedimenti finanziari applicati alla scuola media. Il risultato è che le scuole esposte a tali provvedimenti, e quindi le più colpite, sono le poco frequentate scuole rurali. 
Bisognava trovare invece un rimedio che potenziasse la lotta all’analfabe­tismo iniziata nel 1904 con la legge Orlando. Tale legge istituiva, dopo i tre anni di scuola elementare, un corso popolare di altri tre anni e permetteva di prolun­gare l’obbligo scolastico fino ai 12 anni. Il «corso popolare» era concepito co­me scuola del popolo (infatti la legge era stata approvata calorosamente dai par­titi della sinistra) che accogliesse i ragazzi provenienti da ambienti modesti, che non potevano accedere all’insegnamento medio. Dopo il 1904, parecchie iniziative private, quali l’Unione Magistrale (formata da laici, radicali e repubblicani), l’Animi, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno (fondata nel 1910), le società umanitarie, ecc., avevano cercato di debellare la piaga sociale dell’analfabetismo, soprattutto nelle campagne. Gentile e Lombardo Radice, pur consapevoli del problema, vi opposero dei rimedi che non furono affatto efficaci: infatti, la classificazione delle scuole, in «classificate» e «non classificate», sop­primendo le prime se non avevano un numero superiore a 40 alunni, e abolendo le altre a meno che non fossero « sussidiate » dallo Stato e quindi gestite in maggior parte da privati), fece scomparire circa 3.000 istituti statali.(2)
In quanto ai corsi popolari, furono da Gentile sostituiti con i famosi corsi Integrativi equivalenti alla VI, VII, VIII classe, per cui si prolungava l’obbligo scolastico fino ai 14 anni, secondo gli accordi di Washington.
In queste classi la «cultura generale» era sacrificata in nome di una «for­mazione professionale» che non permetteva agli alunni di orientarsi verso la scuola media. I due riformatori, ben comprendendo di aver sollevato malumori e giuste critiche, affidavano la soluzione del problema all’«Opera contro l’anal­fabetismo», istituto fondato dal governo Bonomi nel 1921.
Lombardo Radice tenta di giustificare l’operato, cercando di dimostrare l’ef­ficacia dell’insegnamento itinerante quale era stato attuato dalle istituzioni pri­vate. Le argomentazioni erano però troppo deboli per coloro che vedevano la soluzione nell’incremento del monopolio della scuola di Stato.
3.  I Programmi e loro attuazione
In verità la parte migliore dell’opera di Lombardo Radice si trova nei pro­grammi del 1923, che sono anche la parte migliore di tutta la «Riforma Gen­tile».
Lombardo-Radice, profondamente convinto, come il Pestalozzi, che la que­stione sociale poteva essere risolta dal rinnovamento educativo, crede che la rina­scita della scuola primaria passi attraverso l’introduzione di metodi e tecniche nuove d’insegnamento.
Egli nel 1913 aveva pubblicato le Lezioni di didattica che volevano essere un programma di lavoro per la nuova generazione dei maestri. Si può dire che queste «lezioni» fecero da matrice alle tesi che costruirono la pedagogia idealista dei nuovi programmi.
In tali lezioni si diceva che: 
1) lo studio della lingua materna deve essere mezzo di espressione e di creazione del pensiero e non deve trascurare il dialetto; 2) l’apprendimento della lingua avviene se si estende tale insegnamento a tutte le attività discipli­nari; 3) l’osservazione e la scoperta porta alla eliminazione del libro di testo, come somma di notizie; 4) poiché poi i modi di esprimersi sono vari e di uguale valore c’è coincidenza tra il segno e la lingua, per cui la spontaneità del fanciullo deve essere alimentata con il disegno, il canto, il dialetto, il folklore e i lavori manuali.
Il nostro pedagogista mutua da John Dewey le idee sulla storia come conoscenza dello sviluppo storico del lavoro, identifica scienza e poesia, difende la religiosità del fanciullo intesa come aspirazione al divino. Considerato poi che l’educazione è (secondo Gentile) «l’incontro di due spontaneità», non può cementarsi una vera educazione senza l’opera comune del maestro e degli allievi. Estendendo quindi la nozione di allievo (spontaneità e ingenuità) a quella di popolo, si sarebbe impartita, alla nuova generazione, un’educazione nazionale. Come lo scambio fra maestro e alunno genera rapporti interagenti e complementari, allo stesso modo la cultura nazionale attinge alla cultura popolare, traendone vigore e ricchezza spirituale.
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2. Cfr. M. OSTENE, op. cit., p. 65
I Programmi dunque mirano ad imprimere nell’insegnamento elementare uno spirito nuovo secondo i principi gentiliani. Solo così il pedagogista siciliano poteva affermare che «la scuola di Giovanni Gentile è fatta per il popolo che deve viverci».(3)
Posti dunque i fondamenti dell’ideale educativo, bisognava cercare i mezzi e gli strumenti adatti per tradurli in pratica: via, dunque i libri pedanti ed enciclopedici che avevano caratterizzato il sapere scolastico nel periodo positivi­sta; è il momento di utilizzare le opere dei grandi autori che, comprensibili per­ché universali, potevano essere letti ai ragazzi.
Lombardo-Radice, a convalidare il valore educativo di tali letture, diceva: «Ho provato a leggere passi di Virgilio e di Esiodo ai contadini analfabeti di Sicilia, lì capivano e li apprezzavano». Perché, dunque, raccontare ai ragazzi le insulse favolette di autori sconosciuti? Perché non attingere alla poesia popolare, alla sua freschezza, alla cultura del popolo, che ha una sua tradizione culturale e poetica, di cui l’uomo colto ha perduto il sapore? 
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3. Cfr. G. LOMBARDO-RADICE, Accanto ai maestri, Torino, 1925, pp. 278 sgg.
Ritornare, dunque, alla tradizione, ma come ricerca di ciò che di «sano e di buono» si può estrapolare dalle due culture: popolare e letteraria. Ed è per questo che bisognava riprendere alcune opere dimenticate, dai libri di Collodi, dei Fratelli Grimm, di Cesare Abba per ripercorrere l’epopea garibaldina, di Giulio Verne, di De Amicis, ai passi tratti dal Vangelo, alle poesie di Arturo Graf, ai racconti di Piero Thouar e così via.
Affinché poi l’insegnamento della lingua nazionale diventasse vero strumen­to di conoscenza, bisognava che il fanciullo esprimesse liberamente i suoi sen­timenti, le osservazioni personali, il suo mondo. Il quaderno di italiano doveva diventare un diario personale che trattasse argomenti sulla famiglia, sui giochi, sugli animali, sulla vita della campagna, in breve sulla sua vita interiore. (Diven­tò, poi, come si dirà, il quaderno di cultura fascista e di esaltazione del Duce).
I programmi di storia e geografia si basavano sulla conoscenza del periodo che va       1) dall’azione della Chiesa di fronte alle invasioni barbariche, 2) dal pe­riodo risorgimentale fino alla 1′ guerra mondiale. In breve l’insegnamento della storia doveva tendere a infondere nei giovani la coscienza di appartenere a una comunità gloriosa i cui momenti eroici erano stati caratterizzati dalla lotta con­tro lo straniero invasore.
L’importanza delle discipline letterarie contrastava, però, con il poco peso che si attribuiva alle materie scientifiche. La ginnastica invece veniva considerata sotto il triplice aspetto morale, igienico, educativo. Preminenza aveva il gioco collettivo, preludio di una maggiore partecipazione socializzante.
Nessuno può mettere in dubbio che la parte strettamente ideologica e mete­dologica dei programmi fece di Lombardo-Radice uno dei più grandi precursori della pedagogia moderna. Infatti quelli che oggi chiamiamo «linguaggi alterna­tivi», furono l’intuizione più originale del pedagogista; quella che oggi chiamia­mo psicomotricità — e l’importiamo d’oltr’Alpe con studiosi come Vayer, Ludeau (tutti discepoli del Piaget) — ed è considerata un’attività educativa importante per raggiungere l’equilibrio psico-fisico, non è altro che il gioco spontaneo e libero (altro spunto originale) auspicato nei programmi del ’23, nei quali, appun­to, si dava valore educativo e conoscitivo alle occupazioni ricreative.
Nell’insieme i nuovi programmi furono accolti bene; nessuno rimpiangeva quelli che 18 anni prima erano stati formulati, pieni di sapere enciclopedico e di prescrizioni me­todologiche.
Ma, tuttavia, non furono risparmiate le critiche sia generali che specifiche. Dai più si disse che il progetto era ambizioso e addirittura «megalomane»: in particolare, molto acutamente, Arturo Farinelli,(4) germanista, pur ammettendo la necessità di dare una cultura nazionale, intravedeva le possibili deformazioni a cui l’esaltazione dei grandi nomi e delle grandi imprese, si poteva prestare. Di contro, il corpo medico italiano, unanimemente, si congratulò per l’introduzione dei primi elementi di igiene.
In quanto ai maestri, i veri destinatari della riforma, essi le riservarono un’accoglienza tiepida. Molti di loro erano disorientati dalle nuove disposizioni sull’insegnamento della lingua, del disegno spontaneo, e delle attività ricreative. Ma, soprattutto, è da ritenere che il maggiore fattore di disorientamento fosse proprio lo spirito innovatore e laico dei programmi che contrastava con la cultura e la formazione liberal-cattoliche conservatrici della tradizione magistrale.
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4.  Cfr, Mtcxet, OSTNNC op. cit., p. 88.
L’indirizzo idealistico-gentiliano (esemplato dai programmi del ’23), quale che fosse la sua funzionalità a un progetto educativo della borghesia, presentava infatti indubbi elementi di originalità ed era comunque animato da principi laici, di rottura con la tradizione formatasi negli anni giolittiani. Fu per questo che Lombardo Radice volle contrapporre alla concezione degli empiristi (poco sensi­bili ai progetti educativi) e a quella totalizzante-clericale della Chiesa, l’ideaguida dello «Stato educatore» che solo in parte si identificava con lo «Stato etico» gentiliano, da cui si discostava solo per una preoccupazione propria del­l’uomo di scuola: quella di garantire, comunque, l’autonomia e la libertà dell’educatore e delle istituzioni scolastiche.
Comunque, poiché anche e soprattutto le innovazioni legislative devono passare faticosamente attraverso il filtro deformante dei carrozzoni burocratici, la Riforma, prima che arrivasse ai nostri maestri di provincia, ebbe il tempo di per­dere i suoi valori originari inficiati non solo dal tempo ma soprattutto dalla po­litica scolastica del regime. Dalle testimonianze offerte dai nostri registri, nei quali la prima programmazione scritta è del 1928-29, appare evidente che si af­fermarono solo le indicazioni programmatiche formali e si mantenne una scuola dai contenuti e dai metodi ancora tradizionali (liberal-cattolici). 
In questo contesto si inserì «l’educazione fascista», che potenziò alcuni aspetti tradizionalistici a scapito delle indicazioni laiche gentiliane, e li piegò al­l’esigenza del rapporto regime-masse (mediato dalla Chiesa dopo il ’29). Si ebbe, dunque, dopo il ’29, una fascistizzazione che, con notevole evidenza, può desu­mersi dall’esame dei programmi didattici elaborati dai maestri. Di questo pro­cesso descriveremo le tappe in un apposito capitolo. Per adesso ci limitiamo a individuarne il senso generale, attraverso due esemplificazioni:
a) un modello di programmazione didattica, ancora complessivamente «a-fascista», del 1928-29;
b) un altro, già fascistizzato, del 1932-33.
Programma didattico per gruppi di lezioni da svolgersi nell’anno 1928-29
Religione
(Per tutto l’anno preghiera quotidiana e canto religioso. Letture religiose a complemento delle lezioni tratte da libri di storia e di educazione religiosa, es. Promessi sposi, Quo vadis, ecc. Prose e poesie in relazione a ricorrenze religiose).
I) Atti di fede, speranza e carità. Dio e i suoi attributi. La Creazione. Il Vangelo. I comandamenti. I precetti della Chiesa.
II) L’anno ecclesiastico: Ognissanti… Corpus Domini. Sacramenti e riti se­condo la prassi cattolica.
III) I grandi Santi italiani: S. Francesco D’Assisi. S. Agostino. S. Tomma­so. S. Benedetto.
IV) Canti gregoriani: Pange Lingua. Te Deum.
Insegnamenti artistici
Canto – Richiami al programma svolto in IV.
I) Il rigo musicale, linee e spazi ecc…
II) Chiave di violino — Lettura delle note — L’ottava: do-do.
III) Elementi delle figure musicali – la semibreve… Pause.
IV) Esercizi di solfeggio – Misura del tempo ordinario.
V) Segni di alterazione: il diesis…
Canto corale (inni patriottici, civili e religiosi).
Disegno
I) Disegno spontaneo rappresentante oggetti molto semplici.
II) Disegno ornamentale.
III) Disegno geometrico (circolo e poligoni).
IV) Disegno geografico in relazione al programma di storia e geografia.
V) Esercizi per rafforzare la memoria visiva e stimolare all’osservazione.
Bella scrittura
I) Esercizi di scrittura diritta: cifre arabiche e cifre romane.
II) Scrittura in calligrafia: avvisi, inviti, ecc…
Lettura espressiva e recitazione
I) Prose e poesie descrittive. Dialoghi. Commediole.
II) Esercizi per ottenere’là buona pronunzia, l’intonazione, la modulazione, l’espressione affettiva, la moderazione dei gesti… ecc.
Lettura, scrittura ordinaria ed esercizi di lingua
I) Nozioni di grammatica italiana (Elementi tratti da esempi di ortolfia e ortografia). Sillabe, accento, troncamento, elisioni, e apostrofe (queste lezioni avranno riferimento al dialetto). Segni di punteggiatura. Parti variabili e invariabili. Il verbo e sue irrego­larità. Analisi grammaticale. Analisi logica. I complmenti. Traduzioni dal dialetto di parole (occasionali). Anonimi e sinonimi. Uso del dizionario.
II) Dettatura di passi di prosa, poesie, riassunti, ecc. senza nominare i segni di interpunzione.
III) Composizione: diario della vita della scuola e delle letture fatte a casa. Resoconto per iscritto delle lezioni di scienze fisiche e naturali; delle lezioni di storia e geografia, ecc. ecc,
Relazioni su feste, passeggiate, giuochi ecc.
Componimento annuale illustrato (non è compreso nel programma ministe­riale forse per errore, perché è nominato nell’elenco del materiale d’uso dello scolaro).
Aritmetica
I) Lettura e scrittura dei numeri oltre la classe dei milioni. I decimali fine al milionesimo. Confronto fra varie misure…
II) Calcolo mentale sulle 4 operazioni: Addizione, sottrazione…
III) Esercizi scritti sulle 4 operazioni… Concetto di spesa, guadagno…
Le percentuali: Interesse…
Peso lordo, tara… Concetto di rapporto e proporzione…
IV) Concetto di frazione. Esercizi…
V) Sistema metrico decimale.
Misure di valore, di peso…
VI) Geometria… Aree laterali e totali…
VII) Contabilità… Il libro delle spese…
Storia
I) La decadenza di Roma, il cristianesimo i Barbari. Uomini, idee, costumi durante le dominazioni barbariche.
La Chiesa, i Conventi, il Popolo, il Sacro Romano Impero. Il feudalesimo. Le Crociate. I Comuni. Le signorie, i Principati, le Repubbliche, le grandi sco­perte scientifiche e geografiche.
II) Lotte tra la Francia e la Spagna per il predominio sull’Italia. Uomini e idee durante la dominazione spagnuola… La Rivoluzione Francese. Il Congresso di Vienna e la nuova divisione dell’Italia. 
III) La Nazione ital. nel travaglio del suo risorgimento. Le società segrete. G. Mazzini. Le guerre d’indipendenza. Il XX settembre 1880.
Umberto I e Vitt. Em. III.
La grande guerra 1915-18 – le grandi opere pubbliche dopo l’unificazione, le condizioni del lavoro… L’Italia dopo il 28 ottobre 1922. Benito Mussolini e il Governo Fascista.
Le grandi opere del Fascismo.
Geografia
I) Geografia fisica, politica ed economica della Sicilia e dell’Italia…
Il) Semplici nozioni di geografia astronomica. La terra e i suoi movimenti…
III) Europa – posizioni e confini, idrografie.
Divisioni etniche…
IV) Altri continenti: Asia, Africa…
V) Carte geografiche a colori…
Scienze fisiche e naturali
I) La crosta terrestre…
II) Le forze idriche in Italia…
III) Rudimenti di chimica…
IV) Rudimenti di botanica.., in relazione all’agricoltura.
Igiene
I) Nozioni di anatomia e fisiologia del corpo umano, relative norme igieni­che. L’intemperanza c le malattie. Gli infortuni e i soccorsi d’urgenza. Il valore degli esercizi fisici. Passeggiate, escursioni…
Diritto
I) La famiglia, la scuola, la società. Limiti della libertà individuale. Con­cetto di Stato. I poteri dello stato in relazione alla concessione dello Statuto. Il potere legislativo: Re, Ministri, Deputati, Senatori…
II) Giustizia civile e giustizia penale.
Codici — Tribunali — Grazia…
III) Reati: delitti e contravvenzioni – Pene: morte, restrizione della libertà, pene pecuniarie, pene disciplinari.
Doveri della società per prevenire la delinquenza. La Religione fondamen­to della moralità.
IV) Il matrimonio civile e religioso. Assicurazioni sociali. La Carta del lavoro.
Occupazioni intellettuali e ricreative.
Letture varie e racconti dello scrivente.
Giochi di intelligenza.
Lavoro Manuale
Fabbricazione di piccoli oggetti utili.
Oggetti svariati del mestiere che imparano gli alunni. Costruzione di solidi geometrici.
Giardinaggio…
Ginnastica e giuochi
I) Ordinativi in classe e fuori — schieramenti — Marcia, corsa, passi ritmici…
II) Giuochi: palla, birilli, cerchio, tiro alla fune, ecc.
Passeggiate e gare di corsa.
Terrasini 30 ottobre 1928 VII  L’Insegnante E.D.S (5)
Dalla lettura della programmazione che abbiamo chiamato «a-fascista» ci si rende conto del fatto che i contenuti e i metodi sono uguali a quelli della pre­riforma, e rispecchiano solo formalmente le indicazioni dei programmi del ’23.
Le contraddizioni sono visibili e delineate. Mentre l’indirizzo idealistico era animato da principi laici e la religiosità era intesa come aspirazione al divino, qui si inizia con un dettagliato programma di religione, improntato al più vecchio «bigottismo».
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5. Circolo Didattico Cinisi (C.D.C.), Reg. (1928-29), IV, cit., pp. 1-17.
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La parte più originale, cioè l’insegnamento della lingua, come incontro di due culture diverse, che interagiscono completandosi, si isterilisce in una minu­ziosa elencazione di esercizi per la lettura espressiva e la recitazione: per i dettati ortografici, per i segni di punteggiatura, le analisi grammaticali e logiche. Nel diario personale si fanno per iscritto resoconti di scienze, di storia, di geografia: non si parla di grandi autori e di passi significativi delle opere migliori, non c’è l’incontro fra due spontaneità, come diceva Gentile; esiste il maestro al centro dell’azione educativa e l’alunno che passivamente deve apprendere nozioni fram­mentate e magari superate.
Il maestro D.S.E., infatti, come nelle prime pagine di cronaca, presentando la sua classe e i suoi metodi così scrive (1 ott. 1928-VII):
«Oggi, entrando in questa piccola aula destinata alla 5ª, ho osservato con piacere che i pochi alunni che mi hanno seguito per promozione dalla IV, sono pieni di gioia: segno evidente che essi mi amano. E questa è già una bella pro­messa per l’anno che incomincia.., ed è l’amore e la stima che essi mi hanno, che concorreranno a farmi avere dei buoni risultati. Io ho cominciato facendo fare ad essi una constatazione, e cioè: che sono venuti con me solo quelli che hanno ascoltato le mie lezioni, solo quelli che mi hanno ubbidito e sono stati buoni [non si parla di profitto]. Per gli altri (e non sono pochi) è venuto il mo­mento di vedere e toccare con mano che i miei lagni, i miei rimproveri, le mie minacce, non erano semplicemente parole, ma giusti risentimenti e fermi propo­siti. Auguriamo che mettano giudizio e che rimanere indietro sia la lezione più efficace di quella che non hanno voluto ascoltare».(6)
Il maestro nel suo racconto giornaliero non toccherà più argomenti didattici e metodologici, infatti iniziano le commemorazioni delle date fasciste, iniziando dalla Marcia su Roma che già viene esaltata e di cui si parla minuziosamente.
Quindi la programmazione ha ancora una impronta «a-fascista», anche se gradatamente nella scuola si vive già lo spirito fascista.
Nel secondo modello di programmazione, che abbiamo chiamato «fascistiz­zato», del 1932-33, il programma è stringato e ridotto all’elencazione del nume­ro di gruppi di lezioni. Nessuna velleità culturale lo ispira, considerato che i su­periori leggono non la programmazione, ma la cronaca, purché sia ricca di date «significative».
Anno Scolastico 1932-33. Programmazione didattica in una I classe
Aritmetica. N. 100 lezioni
I) Concetto intuitivo dell’unità.
II) Scrittura della cifra 1; III) Numerazione fino a 9.
IV) Scrittura delle cifre fino a 5.
V) Scrittura dei numeri fino a 6.
VI), VII), VIII), IX), X), XI) sempre scrittura dei numeri fino a 20.
XII) Idea intuitiva di doppio, triplo, di quadruplo.
XIII) Esercizi di numerazione progressivi e regressivi per 1, per 2, per 3, per 4 ecc.
Così tutte le altre lezioni fino al numero 99.
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6.  C.D.C. Reg. (1928-’29), XVII, pp.1-2
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Recitazione. N. 27 lezioni
I) Brevissime poesie per l’insegnamento delle vocali e delle lettere.
II) Inno di Balilla.
III) Preghiere.
Disegno. N. 54 lezioni
I) Disegno libero nella lavagna per rilevare il grado di capacità, d’intuizio­ne, di osservazione degli alunni.
II) Semplici contorni di oggetti noti, frutti di stagione, mobili di casa, arredi di scuola.
III) Il cane e il canile. Qualche mezzo di trasporto.
IV) Disegno geometrico.
Occupazione intellettuale-ricreative. N. 27 lezioni
I) Novelline che si allacciano alle lezioni d’igiene e giovino a mettere in evidenza la necessità del rispetto alle norme d’igiene.
II) Giochi d’intelligenza, Indovinelli, letture di qualche buon libro per l’infanzia.
Educazione fascista. N. 27 lezioni
I) Chi era Balilla?
II) S.E. Benito Mussolini.
III) Il canto di Balilla.
IV) Il fascio littorio.
V) La mutualità scolastica.
VI) La Befana fascista.
VII) Il tricolore.
VIII) La nostra Italia. Contemplazione di belle vedute paesistiche.
IX) La giornata del pane.
Lavoro manuale. N. 27 lezioni
I) Piegatura coi quadretti di carta: la busta, la croce, la barchetta.
Ginnastica
I) Entrata e uscita dai banchi e dall’aula. Saluto romano.
II) Esercizi ordinativi: a) allineamento; b) attenti; c) saluto, d) riposo.
III) Esercizi del capo, dei piedi ecc. Giochi, Cacciatore e lepre.
IV) Posizioni ginnastiche. Numerazione – Della corsa. Posizione delle gam­be. Flessione.
Schieramenti. Salto in lungo».(7)
Un tale esempio di programmazione non è comunque esaustivo, anche se rispecchia una buon numero di simili concezioni. Per avere uno specchio più fe­dele del modo di insegnare dei maestri, ci sembra giusto non tralasciare altre parti del mosaico che vorremmo ricostruire.
È per questo che si riporta un commento all’insegnamento del «comporre», di una insegnante senz’altro fascistizzata in toto, ma capace di discernere il momento educativo-didattico, dal momento ideologico:
Anni Scolastici 1929-30 – 1933-34
Comporre.
«Nei primi mesi dell’anno scolastico, gli esercizi del comporre orale, quasi giornaliero, sono stati proporzionati allo sviluppo intellettuale della scolaresca e limitati al piccolo mondo che la circonda. Ormai che siamo in Febbraio occorre allargare la cerchia delle cognizioni usando sempre mezzi facili e dilettevoli. Il comporre che nei primi mesi era semplicemente orale, poi fu scritto, attenendo­mi a poche parole e alle risposte di una semplice domanda. Poi, via via le paro­line scritte aumentarono; s’intende che procedeva la viva conversazione in co­mune, allo scopo di abituare la scolaresca a parlare in lingua. Abituo così le alunne ad ordinare bene ed a ben esporre i loro pensierini su fatti immediati, su cose reali, o su immagini e disegni. Questo metodo è progressivo, proporziona­to al tono psichico della scolaresca, è acconcio a rilevare la vita interiore, adatto ad ottenere la pratica del motto dei pedagogisti moderni: La cosa per l’idea e non l’idea per la cosa. Quali i mezzi ausiliari da me adottati?
Prima mia cura è quella di formare l’interesse della scolaresca. Interessare una scolaresca significa produrre la cooperazione viva delle alunne in una data cosa, che poi si trasforma in auto-attività. L’interesse sorge mediante certi modi suggeriti dall’esperienza e adatti ad accrescere la vitalità psichica. Il I modo è quello per cui muovo la curiosità. Dicendo alle alunne: «State attente, appren­dete una cosa nuova» ho aumentato a gran misura l’attenzione delle alunne, formando un momento veramente prezioso per intuire.
Per ora mi limito a ciò, in appresso e a mo’ che la scolaresca progredisca nel suo sviluppo psichico, userò altri modi ancora più efficaci per destare immen­so il potere vivificatore della mente: La novità. La sorpresa – La meraviglia. Questo metodo procura alla scolaresca il beneficio di andare dal noto all’ignoto, dal facile al difficile, dal semplice al complesso, ed agevola grandemente la libertà di esporre e di dire quello che si sente, di scrivere quello che si vede. Il proce­dimento, dunque, è naturale, conduce alla varietà dei lavori. Nell’ultimo grado del comporre, l’alunna sente che tutto s’affida alla sua libertà di pensiero e che l’insegnante attende da lei le idee spontanee vive, sentite. In questo ultimo grado di esercizi l’alunna a poco a poco si allontana dal pensiero ristretto e stentato, e si affida a idee spontanee e precise che si fissano nella sua memoria con esattez­za.(8) Condurre bimbe a questa capacità di disciplina, senza soffocare l’individua­lità, senza deformarla con vizi ribelli o servili, compito difficilissimo e delicatissi­mo della Maestra-Madre, che ha l’arte di plasmare l’animo in formazione delle piccine. Chi sente la scuola come missione in tutta la vastità e santità del suo compito sa che l’impostazione completa e perfetta avviene nelle prime classi e per questo occorre uno studio più profondo e più scrupoloso».(9)
4. La controriforma: metodi, contenuti e ideologia dell’apparato educativo fascista
L’aspetto più importante dell’educazione fascista è l’intento di promuovere non la dedizione cosciente ad una idea, ma la fede cieca ad un capo. E il capo è categorico: « Noi vogliamo dare una disciplina al popolo italiano e la dare­mo». Tutti i mezzi saranno buoni per raggiungere lo scopo.
Così, in opposizione allo spirito idealista che permeava l’ideologia educativa di Lombardo Radice, l’ideologia educativa fascista si impone di formare il fascista perfetto, il cui modello è simboleggiato da colui che è pronto a sacrificare se stesso, per ideali che lo trascendono, non tanto per intima convinzione, ma, come si è detto, per obbedienza a un capo infallibile. Dunque l’educazione non deve potenziare la ragione, ma l’istinto e le emozioni che determinano il caratte­re. Dopo il ministero Gentile, i pedagogisti del regime proclamano che una au­tentica rivoluzione della scuola deve nascere in base alle direttive del Duce che vuole l’individuo tutto « nazione e patria », un individuo che riceva la forma­zione spirituale dallo Stato e nello Stato.
Gentile, autore di una riforma liberale ma ormai ai margini della vita poli­tica, fa sentire la sua voce per giustificare tale ideologia educativa come con­tinuazione e superamento degli ideali risorgimentali; non si accorge, o finge di ignorare, che la «Riforma»  — ormai dai pochi imposta a molti —,  ha perduto i grandi principi di libertà, di umanità, di democrazia, di giustizia sociale. Il regime educa attraverso la subordinazione del diritto privato a quello pubblico, attraverso le norme di pubblica sicurezza, il licenziamento dal lavoro, il manga­nello, il tribunale speciale.
Tutto si giustifica con una valida, e direi ancora attuale motivazione: che la scuola debba vivere comunque il « momento presente » della vita della nazione. Ma cosa succede in pratica? Le autorità scolastiche, in principio severe nell’ap­plicazione della riforma, riprendono poi le vecchie abitudini, sia per incompe­tenza che per maggiore sicurezza. Il nuovo procura sempre angoscia. Una mae­stra infatti, ignara di certi sottili tradimenti si chiede (gennaio 1929):
«Si parlava, sì, di nuovi programmi, ma a che pro se nessuno tracciò mai una via che desse adito a ben comprendere l’importanza della Riforma Gentiliana?».(10)
Ed è così che tutto ciò che avrebbe dovuto rendere la scuola «serena» ipotizzata da Lombardo Radice, fu utilizzato per fascistizzarla.
I proiettori cinematografici destinati (dove c’erano) a migliorare la qualità dell’insegnamento, proiettavano cortometraggi che esaltavano il duce. All’inizio dell’anno scolastico l’insegnante si vedeva presentare una lista d’inni patriottici da insegnare, in contrasto con la libertà d’insegnamento proclamata dalle dispo­sizioni del 1923. Allo stesso modo la ginnastica abbandonava il gioco libero e spontaneo, gli spettacoli coreografici di gruppo, per esibire ingoffati giovinetti in schieramenti paramilitari. I programmi proclamavano la «spontaneità» dell’alunno; il regime rispose con la partecipazione «consapevole» dei fanciulli alle feste nazionali.
Il dialogo, cuore dell’insegnamento, si animava solo quando si parlava delle realizzazioni del Regime. I programmi di V elementare prevedevano una lezione di storia sui Comuni italiani nel medioevo; la rivista «I diritti della scuola» dava indicazioni per parlare delle corporazioni, delle arti e dei mestieri, e per riba­dire il concetto che il benessere dei lavoratori consisteva nell’accordo coi padro­ni; per criticare il socialismo e lodare l’opera di Mussolini.
Il quaderno su cui lo scolaro doveva annotare le sue impressioni liberamen­te per la formazione linguistica ed espressiva diventò il « Quaderno di cultura fascista». A quest’opera di demolizione nessuno poté porre un argine, nemme­no Lombardo Radice che nella sua rivista «L’Educazione Nazionale» fu costret­to a limitarsi alla ricerca pedagogica e all’informazione culturale.
Il fascismo si sentì poi tanto forte da estendere la propria influenza nella scuola, istituendo il libro unico di Stato. II legislatore giustificò il provvedimen­to con l’esigenza di assicurare alle nuove generazioni «un’educazione stretta­mente nazionale e fascista», e di limitare la spesa alle famiglie.
Ma più di ogni altra cosa il libro unico permetteva allo Stato di esercitare un controllo diretto sull’insegnamento. Mussolini si occupò direttamente di sce­gliere gli autori del manuale. Il contenuto era assai scadente. Maestri e alunni finirono per stancarsi ben presto e gli ispettori arrivavano a pretendere che gli alunni mettessero le cartelle sul banco per verificarne il contenuto. Da alcuni re­gistri, infatti si nota che il libro di testo è criticato anche se con le dovute cautele.
Da una relazione finale, infatti si legge: «Il libro di lettura adottato è quello di Stato e precisamente quello di O. Quercia Zangarelli. Su questo libro avrebbe molto da dire, ma dato che è stato scelto dallo Stato, vuol dire da uomini competenti, pedagogisti, non azzarda il suo giudizio che potrebbe essere errato con tutta la sua esperienza di 40 anni d’insegnamento. Però gli si per­metta di osservare che i racconti sono lunghi, interminabili; secondo lo scriven­te, una paginetta di stampato è già abbastanza».(11)
 
5. I libri di testo
Come si sa, erano editi dallo Stato, uguali per tutte le scuole del regno, cu­rati in gran parte dallo stesso Mussolini e scritti dai gerarchi e dagli intellettuali ufficiali del regime. Essi dimostrano, a volte con un linguaggio manifesto, a vol­te con linguaggio sottinteso, come il regime fascista abbia voluto indicare la propria ideologia e attuare così il processo di politicizzazione.
Si riportano nelle pagine seguenti le descrizioni dei libri di testo e una parte delle letture che sembrano copiate (e viceversa) dalle cronache dei registri, con una terminologia che a sua volta riproduce il modo di parlare del Duce.
I libri di testo in nostro possesso si riferiscono ai testi di II, III, IV e V elementare del 1936, ’37, ’38 e ’39.
La copertina del testo Il libro della II classe raffigura un balilla che tiene un libro in una mano e un fucile nell’altra (libro e moschetto – fascista perfetto). Al centro del petto è disegnata una M. Alle spalle i colori della bandiera italiana.
Il libro di lettura della terza classe è intitolato Patria. Su uno sfondo cele­stino si alternano obliquamente 16 bandiere – 8 nere con l’emblema del littorio, 8 tricolori.
Nella copertina del libro di IV classe si stagliano, solenni e giganteschi, un libro, una vanga, un chiodo, trattenuti dalla bandiera fascista.
Infine nel libro di V classe, contro una bandiera tricolore si appoggia una grossa targa nera, dove è disegnato all’angolo sinistro un pugnale accanto a un fascio. Al centro P.N.F. Gioventù Italiana del Littorio.
Si è indugiato nella descrizione delle copertine dei libri perché emblema­tiche di tutto ciò che voleva rappresentare il regime fascista: «bandiere, pu­gnali, moschetti, bambini inquadrati, armi e targhe vanamente gloriose».
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7. C.D.C. Reg. (1932-33), XI, Ins. S. F. classe I M., pp. 1-2-3.
8. C.D.C. Reg. (1929-30), V, cit., pp. 6-7-8.
9. C.D.C. Reg. (1933-34), XV, int., p. 2.
10. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 14.
11. C.D.C. Reg. (1935-36), XVIII, cit., p. 20.                
Iniziamo a trascrivere solo alcune delle letture poiché tutte si assomigliano e stancano per la monotonia dei falsi argomenti.
I  lettura: Obbedite perché dovete obbedire.
Chi cerca i motivi dell’ubbidienza li troverà in queste parole di Mussolini. La volontà sopratutto dei fanciulli italiani che vestono la divisa, deve essere una lama d’acciaio. Con l’ubbidienza noi facciamo al Duce il dono della nostra vo­lontà temprata. Chi ha la volontà di latta, ossia una volontà che nella ubbidienza si piega a punto interrogativo, la tenga per sé. Sappia però che una volontà di latta serve di trastullo agli altri. «Non mi offendete» disse un giorno un fan­ciullo a chi, non conoscendolo, voleva dirgli le ragioni di un certo ordine. Vera una giusta parola, che potrebbe ornare la bocca di un sapiente.
Come non sentirsi offeso, infatti da chi vi crede così debole, così instabile, da dover ricorrere, per farvi ubbidire, all’aiuto delle spiegazioni? Si puntellano le case che stanno per crollare. Chi vuol puntellata la propria volontà con i motivi, le ragioni, i «perché», confessa senza volerlo la propria debolezza. Siate fieri di essere riconosciuti più per la vostra obbedienza che per il vostro nome». (12)
I canti della Rivoluzione
Manganello, manganello
che rischiari ogni cervello
mai la falce ed il martello
su di te trionferà.
Dove è nato Garibaldi
dove è morto Corridoni
disertori né ribaldi
non saranno mai padroni.
Manganello, Manganello
che rischiari ogni cervello
ogni eroe dal suo avello
l’opra tua benedirà.(13)
La giornata di Mussolini: è una delle più fulgide manifestazioni di che cosa siano capaci la forza e la volontà umana. Ovunque essa si svolga, a Roma come in Sicilia, in Lombardia come nell’Agro Pontino, o in Libia, nelle miniere sici­liane come in quelle dell’Arsa, sul mare come nel cielo, la giornata del Duce è sempre un trionfo luminoso di fresca e virile giovinezza. Dominatore della sto­ria, Mussolini è anche dominatore del proprio organismo, che risponde ai suoi ordini come un sicuro e perfetto motore.
Dai più importanti e delicati affari dello Stato, la giovinezza di Mussolini passa alle più multiformi manifestazioni di sana e gioviale attività sportiva. Dal nuoto allo scì, dall’aeroplano al canottaggio, alla scherma, all’equitazione. Sempre fresco, sempre agile, con una vivacità sorprendente. E pensare che il suo lavoro dura spesso 16 ore al giorno! Tuttavia il Duce trova il tempo di ricevere a Pa­lazzo Venezia personalità e delegazioni di tutto il mondo, e di essere presente in qualunque punto d’Italia dov’egli ritenga ciò necessario.
            «Solo avendo l’orgoglio umile ma sacro di obbedire, si conquista poi il diritto di comandare». Mussolini.(14)
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12. Libreria dello Stato, Roma, Il libro della III classe elementare, 1936, p. 48.
13. Libreria dello Stato, Roma, Il libro della III classe elementare, 1936, p. 30.
14. Libreria dello Stato, Roma, Libro di lettura di V classe, 1939, p. 180.    
Sabato Fascista
«Quale meta devono conquistare gli Italiani? Mussolini solo lo sa. Erano dormienti e li ha ridestati. Raccontavano nelle piazze ogni giorno un sogno nuovo. C’era chi voleva che gli strumenti di lavoro si trasformassero in coltelli, per tagliare il collo a chi non voleva dare la borsa. Venne Mussolini ed ebbe rossore per tutti gli italiani. Bisogna levare la vergogna, bisogna riconquistare il tempo perduto. Fece intendere a tutti che le braccia servono per difendere la Patria e per lavorare e che non sono artigli per predare. Un’arma e uno stru­mento di lavoro debbono onorare il pugno di ogni italiano. Il tempo perduto è stato riconquistato. Tutti ormai sanno qual è il proprio dovere. Quando nelle ore pomeridiane di ogni sabato vedrete chiusi gli uffici, i cantieri, le officine, deserti i campi, sappiate che tutti sono accorsi a imparare la più bella delle arti: l’arte militare. Le braccia che hanno lavorato vogliono provare la gioia di maneggiare un’arma, di addestrarsi al combattimento. E chi ha tenuto fra le sue dita una penna o è stato curvo sui libri vuole avere l’orgoglio di impugnare il moschetto e manovrare la mitragliatrice. E mentre prima a trent’anni gli italiani erano vecchi, ora a più di cinquant’anni si sentono giovani, perché chi è soldato è giovane.
Il sabato fascista è la festa dell’alleanza tra le armi e il lavoro, celebrata da tutto il popolo italiano, ogni vigilia del giorno consacrato al Signore».(15)
Nel libro di IV elementare, a p. 171, spicca a grandi lettere il titolo «Ce­sare e Mussolini». La testa di Cesare si staglia, cinta d’alloro e severa nell’espressione. Nelle pagine seguenti accanto alla lettura Duce, il mezzo busto di Mussolini fa bella mostra di sé con l’elmetto in testa e l’espressione di chi guarda lontano. Non reputo interessante riportare le due letture perché ben s’intende il confronto tratteggiato con parole che sempre toccano il ridicolo se non il grottesco.
Queste ed altre le pagine che si propinavano ai fanciulli in tutte le scuole del regno. Così sembra che il fascismo, con la sua vuota retorica, con gli ideali trionfalistici e paraguerrieri, sia entrato a pieno titolo solo nella scuola elemen­tare e media. Ed è attraverso le letture, gli insegnamenti, le forme celebrative e le opere del regime che il fascismo investe totalmente la scuola primaria. Nessun maestro sfugge a questo martellamento, a questo persuasore non occulto, ma invadente e violento, tutti convincendo che gli ideali di patria, gli ideali guerrie­ri, siano il sommo della educazione, che solo un buon fascista è un buon citta­dino, e che su questa strada devono porsi i fanciulli se si vorranno « tenere alte le sorti della Patria».
I maestri dimentichi della realtà umana, economica e sociale in cui vivono, mitizzano e creano il culto della personalità, da Mussolini l’Uomo giusto (con la U maiuscola come l’Uomo Dio) al più piccolo gerarca, dal direttore didattico al Podestà del luogo.
Dimenticano che i fanciulli hanno una loro personalità e invece li riempiono come vasi, addestrandoli al culto della guerra. Perdono di vista il problema dei bisogni presenti e delle necessità, sembra anzi che volutamente li sfuggano per non incontrarsi con la nuda realtà.
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15. Ibidem, p. 85.     
Non si accenna mai nei registri al futuro economico del paese, è più sem­plice celebrare cose morte che non hanno attinenza né col presente né con il futuro. Vengono infatti riesumate figure e date anacronistiche. Il bimillenario di Augusto, il Natale di Roma; vengono gonfiate altre date di per sé poco signifi­cative ma poi capisaldi del regime: la Marcia su Roma, i Fasci di combattimento, la Conciliazione e poi l’Impero, l’istituzione dell’O.N.B. (che si definisce bella, importante, funzionale e che invece ha il solo scopo di sostituirsi, in maniera più rozza e invadente, all’opera della Chiesa di cui si ostacolano le organizza­zioni).
Si accenna in alcuni registri alle condizioni socio-economiche del paese e vengono fuori solo per deplorare l’impossibilità di far tesserare tutti. Quando il maestro con la sua opera «persuasiva» non riesce nell’intento, manda l’elenco dei «refrattari al fascismo» al Podestà del luogo, e, accusando, perché vengano puniti i trasgressori, se ne lava le mani.
Non mancano altri esempi, sono rari casi; infatti qualche maestro, più generoso d’animo e di possibilità finanziarie, non solo non accusa ma giustifica le famiglie e anticipa il pagamento delle tessere, aspettando che il raccolto e la vendita del grano o del pomidoro aumentino le possibilità di pagamento. Co­munque i due diversi atteggiamenti dei maestri hanno un fine comune: quello di rendersi accetti dai superiori e far notare lo zelo a cui si sono sottoposti per far pagare tutti. Un maestro dice nella relazione finale: «Il sottoscritto copre diverse cariche civili ed è anche maestro fiduciario: con tutte queste occupazioni si è altresì adoperato per il funzionamento della Croce Rossa ; con la qualità di Presidente di un comitato, sguinzagliato nel paese, ha raccolto e spedito a mezzo del Podestà L. 425 alla Croce Rossa. Ha tesserato la totalità degli alunni».(16)
Si legge tra le righe la miseria presente, ma è opera dei maestri nasconderla per mettere in risalto «l’ordine, la disciplina, il lavoro», creati dal fascismo.
Si parla delle Opere assistenziali, quali la «Befana», definita «Opera alta­mente meritoria», per esaltare l’opera del Duce. In quell’occasione, infatti si re­galano blusette e berrettini ai più bravi della classe!
Qualcuno più sensibile dice che si sarebbero dovuti regalare i balocchi, ma che sarebbe stata grave eresia, considerata la crisi economica che attraversava il paese. Ma poi interviene la bontà del Duce: egli pensa sempre ai bambini del popolo, oggi le blusette e i berrettini, ieri, negli anni più ricchi, si facevano man­giare ben 500 bambini con un pasto caldo. Beati loro, che vivevano in un’epoca così felice!
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16. C.D.C. Reg. (1931-32), X, cit., p. 6.
Nei prossimi capitoli si tratteggerà più esaurientemente, dal punto di vista storico e attraverso le testimonianze dirette, il rapporto tra maestri e regime e le organizzazioni del Regime che contribuiscono alla fascistizzazione.
6. Le organizzazioni giovanili e l’apparato educativo fascista
L’Opera Nazionale Balilla, la Mutualità Scolastica, il Tesseramento, la Befa­na e in seguito i Fasci Giovanili di Combattimento e, ancora più tardi, la G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), sono alla base della penetrazione, nella scuola, dell’autoritarismo più spinto.
Nel 1926 viene istituita L’Opera Nazionale Balilla (O.N.B.) al fine di inqua­drare in organizzazione i fanciulli «che ne facciano richiesta», affidandoli ad istruttori di provata fede scelti dall’alto tra insegnanti elementari e medi e tra ufficiali della milizia.
Gli iscritti sono distinti secondo il sesso e l’età: le donne, divise in Piccole e Giovani Italiane affidate alle fiduciarie del fascio; i quadri maschili, conside­rati più importanti, comprendono i Balilla (8-12 anni), i Balilla Moschettieri (12-14 anni); gli Avanguardisti (14-16 anni); gli Avanguardisti Moschettieri (16­18 anni); questi ultimi in occasione della leva fascista passano nei fasci giovanili e da qui alla milizia armata e al partito.
Al compito fondamentale dell’O.N.B. (educazione fisica a scopo militare) si aggiungono la diffusione della cultura fascista e il culto per il duce, l’educazione religiosa, le attività ricreative, cinematografiche, la stampa dei giornalini, la ge­stione di colonie di vacanza e cure, l’assunzione delle attività spettanti già ai Patronati Scolastici.
Il tesseramento, in pratica, è coattivo; nelle scuole di primo grado è totalita­rio, larghissimo nelle medie e notevole anche tra gli Universitari che formano i GUF (Gruppi Universitari Fascisti). Rimane però escluso il proletariato ur­bano e rurale; lacune gravissime, i cui effetti sono avvertiti molto tardi ed a cui il Gran Consiglio tenta di rimediare nel 1930 con l’istituzione dei Fasci Gio­vanili di Combattimento aperti ai giovani non frequentanti la scuola. I contrasti, apertisi poi tra i dirigenti dell’O.N.B. e quelli dei fasci di Combattimento, de­terminano la trasformazione dell’O.N.B. in G.I.L. (Gioventù Italiana del Litto­rio, alla diretta dipendenza del Segretario del Partito Nazionale Fascista), che ha per motto « credere, obbedire, combattere ».
Vediamo allora cosa pensano gli insegnanti.
11 Dicembre 1928
«Circolare dell’O.N.B. Oggetto: lettera di ringraziamento da parte di tutti gli alunni da rivolgere all’On. Ricci, per i grandi benefizi da lui apportati a tutti i tesserati Balilla e Avanguardisti».
12 Dicembre 1928
«Circolare dell’O.N.B. annunziante che tutti gli insegnanti saranno d’ora innanzi fiduciari delle proprie classi e quindi incaricati a compilare ognuno l’elen­co dei Balilla».
14 Dicembre 1928
«Circolare del R. Provveditore agli Studi. Oggetto: ‘Lega antiblasfema’. Invita gli insegnanti di tener lezioni che spieghino l’azione della lega antibla­sfema, la quale ha lo scopo di combattere la bestemmia e il turpiloquio».(17)
25 Settembre 1928
«Infine si discusse circa l’obbligatorietà della frequenza scolastica da parte degli alunni e per conseguenza si venne nella determinazione di sottoporre a procedimento penale gli inadempienti».(18)
7 Dicembre 1928
«Circolare del R. Direttore Didattico, colla quale si invitano gl’insegnanti a compilare lo Statuto e Regolamento per la Società da istituirsi in ogni comune, circa la gentilezza del costume e la protezione degli animali». (19)
18 Dicembre 1928
«Circolare del R. Provveditore. Oggetto. Uso delle matite e oggetti di can­celleria di produzione italiana.
Esposi chiaramente ai miei alunni l’opera benefica del Presidente del­l’O.N.B. il quale volle includere nelle tessere di tutti i Balilla il beneficio dell’Assicurazione sugli infortuni, mediante trattative colle ‘Assicurazioni d’Ita­lia’. Sicché invitai tutti indistintamente gli alunni a versare lire 4,50 importo della tessera». (20)
6 Gennaio 1929
«Tutti i Balilla in corteo, accompagnati dai rispettivi fiduciari, si recarono al Municipio, ove ebbe luogo la Befana. Si stabilì di premiare 2 dei migliori per ogni classe. Inoltre si regalò una camicia nera ai Balilla poveri, 2 per ogni classe». (21)
25 gennaio 1929: «Nell’affissare il nuovo decreto che prescrive le norme punitive contro coloro che non provvedono contro le mosche, volli spiegare il significato di quanto il nostro Governo ha stabilito facendoli convinti del bene­ficio che si ricava, debellando le mosche secondo le norme stabilite dal Governo, essendo le mosche causa di malattie».(22)
1 febbraio 1929: «In detta riunione, presieduta dal R. Direttore, si stabilì mediante votazione la scelta dei libri di Storia e Geografia approvati dal Mi­nistro».(23)
3 marzo 1929: «Finita ,la cerimonia, ci recammo tutti in corteo alla Catte­drale, per assistere alla predica per la Lega Nazionale Antiblasfema, la quale ha lo scopo di combattere la bestemmia e il turpiloquio, e quindi denunziare i contravventori, i quali vengono puniti secondo la nuova legge»(24).
20 marzo 1929: «Ho parlato delle elezioni politiche, facendo notare la diffe­renza fra i sistemi adoperati nel passato triste e obbrobrioso, con tutte le conse­guenze funeste per la nostra Italia e le elezioni di oggi che mandano a Roma i rappresentanti più puri delle varie categorie di cittadini che faranno leggi bene­fiche e giuste e non leggi di favore».(25)
15 febbraio 1930: «Ho parlato alle piccole dei benefici della mutualità scolastica e venti di esse, liete di poter prendere parte a questa magnifica istitu­zione, si sono iscritte socie.
Portano 0,25 ogni settimana con tutta assiduità e fierezza».
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17. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. ??
18. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. 11.
19. C.D.C. Reg. -(1928-29), 00, cit., p. 11.
20. Ibidem, p. 12.
21. Ibidem, p. 15.
22. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. 17.
23. Ibidem, p. 19.
24. Ibidem, p. 23.
25. C.D.C. Reg. (1928-29), IV, cit., p. 23.
31 ottobre 1931: «Oggi è pervenuta una circolare per associare le varie sco­laresche alla mutualità scolastica. Ho spiegato che questa magnifica istituzione ha un duplice fine: I quello di fare intendere ai ragazzi la bellezza e l’utilità della Previdenza collettiva; II quello di assicurare loro i benefici tangibili che dalla attuazione di essa provengono».
27 novembre 1931: «Sono lieta: quasi tutta la classe ha versato le lire 5 per la tesserina di Piccole Italiane.Ho fatto tanto ed ho raggiunto lo scopo prefissomi. La totalità dell’iscrizione all’O.N.B.».
Nella relazione finale che ogni insegnante trasmetteva ai superiori, lo stesso maestro che ha parlato fino ad ora, ancora sulle opere del Regime così scrive: «Funziona a beneficio delle alunne il Patronato Scolastico a cura del C.C.O.N.B. e sono state beneficate certe alunne con sillabario.
L’insegnante si è occupata a far propaganda a favore dello sviluppo e dell’’incremento delle istituzioni integrative. Si sono iscritte all’O.N.B., 36 alunne. L’istituzione delle P.I. ha avuto influenza diretta e indiretta sulla funzione della scuola. La cooperazione dell’insegnante, la quale nello stesso tempo è la fidu­ciaria delle P.G.I. non è mancata, perché l’istituzione si sviluppasse e funzio­nasse secondo le vedute del Regime.
L’insegnante fiduciario della locale sezione della M.S. ha avuto interesse di spiegare alla scolaresca e alle famiglie gli scopi assistenziali e previdenziali della Mutualità Scolastica.
Nella Festa del Fiore le alunne con slancio ed entusiasmo hanno porta­to il loro contributo superando quello delle altre classi.
L’insegnante infine, nulla ha tralasciato per l’educazione fisica e morale delle sue alunne, perché esse si preparino ad essere le degne donne della Nuova Italia, dell’Italia di Benito Mussolini».
9 maggio 1930: «Figliuole, 1’11 maggio avrà luogo la festa del Fiore. Lo scopo di essa è per la lotta contro la tubercolosi; il denaro raccolto andrà in favore degli ammalati tubercolosi che in Italia, purtroppo, se ne contano a migliaia. [sic]
Bisogna evitare il contagio e se manca un vero rimedio specifico, vi sono i sanatori, tubercolosari, e ospizi marini».
15 aprile 1930: La IV celebrazione del pane. «Anche quest’anno si sono divisi i panini per l’opera santamente giusta che andrà a beneficio degli Italiani sparsi in Oriente bisognosi di assistenza, di cura, di aiuti morali e materiali.
Questa manifestazione di affetto ricorderà ai nostri fratelli in Oriente come la Patria intensamente li ami al par degli altri figli rimasti nel Regno.
Ecco perché, noi donne, sia come madri, che come maestre, Fasciste, abbia­mo dato tutto il nostro appoggio alla vendita dei panini».
18 dicembre 1931: «Avevo vivamente raccomandato ai miei alunni d’iscri­versi senza indugio all’O.N.B., _ la bella istituzione che ha per scopo precipuo l’educazione fisica, morale e intellettuale della gioventù per renderli forti, sani e vigorosi, abituarli al lavoro, al dovere, al senso della propria responsabilità.
Ho ribadito che tutti devono essere Balilla: «I figli d’Italia si chiamano Balilla», canta il poeta soldato; e che l’intera giovinezza italiana deve formare, e presto, una sola, grande milizia, superba di purezza e di ordine, per l’Italia di domani: deve formare « l’immenso vivaio », come disse S.E. Mussolini, a cui la patria fascista attingerà nuove energie per ritemprarsi e fiorire perennemente.
Ben 27, hanno versato le 6 lirette per l’iscrizione alla nobile istituzione ».
Maggio 1930: Il Tesseramento.
« In questo mese si chiuderà il tesseramento G.I.L. scolastico.
Dati i tempi il tesseramento quest’anno si è presentato molto difficile, per­ché le famiglie, pur ben volentieri aderiscono, riconoscendo il vantaggio indiscu­tibile della bella istituzione, per ragioni finanziarie, senza volerlo, trascurano, dovendo far fronte ai molteplici bisogni della vita.
Ho insistito anche presso le famiglie più povere in modo da poter avere a poco a poco qualcosa di denaro e costringendo ai piccoli risparmi gli alunni che così hanno potuto raggranellare le sei lirette della tessera.
Ad altre famiglie che attendono il raccolto del frumento, del pomidoro ho anticipato io, addirittura, l’importo della tessera.
Ho raggiunto così il tesseramento quasi totalitario della classe e cioè 27 su 32».
Gennaio 1933: Tesseramento.
« Data la forte crisi economica che occupa e preoccupa le famiglie, il tessera­mento mi riesce assai difficile.
In ogni modo metterò tutta la mia buonissima volontà, escogiterò ogni mezzo per persuadere, per convincere, per costringere i possibili e così ottenere una certa percentuale di tesserati balilla ».
Il problema per il nostro maestro non è più quello di tesserare ben com­prendendo le ristrettezze in cui versa il paese con i suoi cittadini. Ma come fare per giustificarsi davanti ai superiori? Non avere ottenuto la totalità dei tesserati potrebbe rappresentare una nota di demerito. Così, anche gli altri maestri, fra le righe, senza umiliarsi troppo, fanno intendere il sacrificio a cui si sono sottoposti per riuscire nell’intento richiesto dal Regime.
17 Gennaio 1932: La Befana.
« Una delle opere assistenziali del P.N.F., è certamente la Befana Fascista e quest’oggi si è celebrata la V Befana Fascista. Una tradizione veramente cara e profondamente dolce circonda di affettuosità questa iniziativa del Partito per i bimbi del popolo.
.. Fraterna affettuosità e solidarietà che giunge al cuore dell’umile gente attra­verso il sorriso dei bimbi che si sentono allietati nel giorno che aduna i sogni dell’infanzia ignara da un’offerta buona! Quest’anno non si sono però distribuiti giocattoli (sarebbe stata una crudele ironia data la crisi economica che stiamo attraversando).
Si sono invece distribuiti dei libri scolastici e abbiamo offerto un pranzo a ben 500 bambini.
Essi hanno provato così un giorno di calduccio! ».
22 Febbraio 1932
« Il collega S. oggi ha tenuto a noi insegnanti una conferenza sulle opere del Fascismo.
Il collega ha svolto con maestria il tema proposto dalle Superiori gerarchie. Io aggiungo in sintesi: il Fascismo ha portato in Italia ordine, disciplina, lavoro per la grandezza e la potenza della Nazione.
Viva il Fascismo scuola di virtù civili e patriottiche! ».
6 Gennaio 1934: La Befana Fascista
« Tra le innumerevoli provvide iniziative fasciste, quella della « Befana » è indubbiamente una delle più pratiche.
La Befana! Tutti siamo stati bambini; tutti abbiamo aspettato con trepida ansia il misterioso arrivo della buona Fata che doveva portarci cartoccini e balocchi. E quale desolazione nella casa dei poveri quando ciò, per necessità finan­ziarie, non avveniva!
Ora il Duce, che è il figlio del popolo sente il più piccolo battito del cuore; il Duce che è egli stesso padre amoroso, disponendo che a cura dei fasci venisse attuata la Befana, ha voluto proprio questo: che dopo la larga distribuzione natalizia, anche le rosse speranze dei piccoli fossero realizzate. Anche qui si è fatta la Befana Fascista e più di 40 alunni sono stati beneficati.
Balilla e P. I. della giubbetta e del berrettino; ed essi poveri bambini hanno avuto l’impressione di non essere abbandonati e privi di doni.
Questi bambini sentono che il Duce e il Regime vegliano, con operosa, quo­tidiana, paterna sollecitudine su di loro, come su tutto il popolo italiano! ».
29 novembre 1935
«Nei comuni di C. e T. si comincerà ad osservare l’orario di 4 ore giorna­&re per l’intera settimana, considerato che fino ad ora, si osservava l’orario spez­~am di 6 ore giornaliere e il giovedì vacanza ».
5 Dicembre 1935: Propaganda per le assicurazioni popolari
« Il Reggio Provveditore invita i sigg. Insegnanti a persuadere ed incitare gli alunni e i genitori a comprendere i benefici principi del risparmio e della previdenza; raccomanda la propaganda delle speciali forme di Assicurazioni popo­lari istituite dall’Ente di Stato Istituto Nazionale delle Assicurazioni ».
4 febbraio 1936: Circolare emanata dall’Ente Nazionale Fascista della Mu­tualità Scolastica.
« È dovere di ogni insegnante collaborare allo sviluppo della M.S.
Essa ormai si inquadra tra le grandi istituzioni previdenziali ed assistenziali del Regime.
Tutti gli alunni devono sentire il vincolo mutuo che fra di loro li unisce, perché questo si trasformi in una più forte solidarietà da porre a base della potenza della Patria ».
19 Gennaio 1937
«Abbiamo ripetuto solennemente il giuramento dopo avere spiegato il si­gnificato della tessera e l’orgoglio di appartenere alla grande schiera dei piccoli militanti sotto l’egida del capo.
Dimostro, ai miei piccoli, ferventi di entusiasmo, che la tessera come la divisa non può essere data agli egoisti, ai pavidi, perché non si può pretendere di appartenere alla bella organizzazione dell’O.N.B., non ripetendo in mille modi il gesto eroico del coraggioso fanciullo».
3 Aprile 1937: Anniversario dell’Istituzione dell’O.N.B.
« In 11 anni di vita l’O.N.B. ha educato al culto della Patria e del Duce intere generazioni.
I figli dell’Italia Fascista, educati alla scuola del coraggio e dell’ardimento, cresciuti sotto il segno del Littorio, dimostrano al mondo intero la potenza dell’Italia guerriera ».
7. Il Maestro e l’Autorità
« Le misure autoritarie annunciate per l’insegnamento elementare s’inseri­vano nel quadro di un rilancio della attività del fascismo nella scuola, inaugu­rato nel settembre 1929 ».(1)               In concreto, due erano le direttive da seguire: per primo, bisognava condurre la lotta contro l’analfabetismo, con due scopi: a) l’aumento della popolazione scolastica, b) la conseguente fascistizzazione delle scuole primarie; in secondo luogo bisognava colpire i maestri nelle loro organizza­zioni con mezzi sempre più repressivi per meglio asservirli al regime.
Il regime, dopo aver stroncato le libere associazioni di insegnanti, costringe la stessa Corporazione fascista della scuola alla più dimessa veste di «Associa­zione Nazionale Insegnanti» sotto il controllo diretto del partito. 
L’opposizione si fa sentire, ma è soffocata sempre di più dalla censura. Sol­tanto a pochi, di provata fede, è concesso di fare qualche critica a patto che non sia rivolta al fascismo o al duce.
Dal 1924 al 1932-33 la riforma Gentile subisce numerosi ritocchi. Il regime da un lato proclama l’intangibilità dell’opera gentiliana, dall’altro, col pretesto di rafforzarla, ne snatura lo spirito e ne sminuisce il prestigio. D’altronde al vertice si parla di fallimento della riforma, e da qui provengono opuscoli larga­mente distribuiti agli insegnanti, in cui si impartiscono istruzioni didattiche di­scordanti da quelle date da Gentile e Lombardo Radice.
Molti sono gli interventi fascisti in politica scolastica relativi al periodo che va dal 1925 al 1939 e che sempre più limitano l’autonomia, la libertà, la dignità, sia del maestro che della persona umana.
Li riportiamo perché più di qualunque commento sembrano esaustivi dell’accenno che si voleva dare all’argomento « Maestri e regime ».
Il regio decreto del 31 Dicembre 1925 n. 2473, con il quale si limitava l’autonomia didattica degli insegnanti e si rivedevano i programmi nel senso di una loro fascistizzazione e d’una maggiore apertura al confessionalismo.
Il regio decreto 3 Aprile 1926 n. 2247, che costituiva l’Opera Nazionale Balilla (O.N.B.), alla quale era affidata l’educazione fisica e morale della gioventù secondo la parola d’ordine «libro e moschetto fascista perfetto ». Gli insegnan­ti dell’O.N.B. venivano scelti tra i gerarchi della Milizia Volontaria per la Sicu­rezza Nazionale (M.V. S.N.).
La legislazione Rocco, che aboliva il diritto di sciopero e non riconosceva alcuna organizzazione sindacale al di fuori delle associazioni fasciste. 
La Disciplina Giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, che nell’art.11 vietava ai lavoratori di tutto il pubblico impiego, compresi gli insegnanti, d’or­ganizzarsi sindacalmente.
La Carta del Lavoro del 7 Gennaio 1927, nella quale venivano descritte le linee essenziali dello Stato corporativo fascista, sanzionando la completa subor­dinazione delle masse lavoratrici ai padroni e allo Stato fascista.
La legge del 1928, che imponeva nelle scuole elementari il libro di testo di Stato, il quale, come affermò Mussolini, « deve educare gli adolescenti nella nuova atmosfera creata dal fascismo e plasmare loro una coscienza consapevole dei doveri del cittadino fascista… [e coltivare] l’amore all’ordine e alla di­ligenza ».(2)
Il regio decreto 7 Novembre 1931, con il quale le associazioni fasciste del pubblico impiego furono integrate nel Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) sotto il suo diretto controllo.
Il regio decreto del 1° Luglio 1933, col quale tutte le scuole elementari ve­nivano avocate dallo Stato. Con quello del 26 Settembre 1935, il Ministro dell’Educazione Nazionale diventava il monarca assoluto della scuola.
Tra il gennaio 1935 e il Novembre del 1936 il ministro De Vecchi intro­dusse come materie di studio fondamentali l’istruzione premilitare e militare, la dottrina fascista, la puericultura per la propaganda demografica.
La carta della Scuola nel 1939: fu il più organico progetto di razionalizza­zione al sistema scolastico nel senso di renderlo un sistema fascista chiuso.
Essa « Carta » si fonda sul presupposto che è compito della scuola fascista dare ai giovani una formazione non solo culturale ma anche civica e guerriera, adeguata ai tempi. La scuola ha bisogno di programmi ispirati all’umanesimo fascista che non ignora la scienza e la tecnica, dà un posto preminente all’edu­cazione fisica, accoglie discipline ignorate prima, quali il lavoro manuale, le scienze economiche e militari. La Carta mantiene poi l’ordinamento tradizionale, e istituisce una « scuola del lavoro » al termine del corso elementare per i fan­ciulli dai 10 agli 11 anni, e una « scuola artigiana » per ragazzi dagli 11 ai 14 anni.
Si tentava di costruire una pedagogia fascista che si autodefiniva « reali­smo » in quanto strettamente subordinata e rispondente alle esigenze del regime, e si ispirava alla cosiddetta « mistica fascista », di cui nessuno conosceva il senso, ma che si traduceva in pratica nella formazione dello spirito guerriero, nell’obbedienza cieca, e nella discriminazione razziale.
Viene accentuata attraverso i vari decreti la dipendenza degli alunni dagli insegnanti e di questi dal capo d’istituto; ai professori è chiesto di essere so­prattutto soldati del regime, pronti ad una totale obbedienza che escludeva non solo l’uso dello sciopero, ma anche le più lievi critiche. La scuola ideale è una specie di caserma in cui attraverso un continuo addestramento si plasmano dei soldati persuasi che l’amore sta nella fedeltà ai capi e non nella coscienza di servire una causa giusta.
In particolare i dirigenti della scuola non tralasciano occasione per esortare gli insegnanti ad osservare scrupolosamente (avverbio ricorrente) i doveri del loro ufficio, ai fini dell’educazione intellettuale, morale e fisica (?) della nuova generazione, e gli insegnanti esortano i loro alunni ad osservare scrupolosamente i loro doveri d’alunni per la formazione del perfetto fascista come lo vuole il Duce.
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1. MICIIEL-OSTE, cfr., op. cit., p. 195.
2. T. TOMASI, Idealismo e fascismo nella scuola italiana, La Nuova Firenze, Italia Ed., 1969.
Esemplificazioni dell’esperienza dei maestri nei confronti dei superiori.
30 Ottobre 1928
« Stamattina è venuto il nuovo Ispettore ed ha riunito il Corpo Insegnan­te. Il colto funzionario ha parlato come si parla a figli, a fratelli.
La sua armoniosa parola non aveva l’espressione rigida di chi crede di avere innanzi a sé degli schiavi, ma un’espressione dolce, che riconosce negli inse­gnanti gli esseri che sacrificano la miglior parte di loro vita per il bene della scuola e della patria ».(3)
Gennaio 1929
« Eccoci intorno al nuovo R. Direttore Didattico. Nessuno dei diversi fun­zionari avuti dalla Legge Gentile in qua aveva parlato al Corpo Insegnante di Terrasini con tanta competenza didattica e con franchezza insieme come il nuo­vo R. Direttore. Non intendo ledere per nulla la capacità dei suoi predecessori i quali parlarono di Croce Rossa, di Colonie Marine, di Feste scolastiche, di Festa degli Alberi, ma nessuno trattò da vicino i nuovi programmi che sono il cuore della Legge Gentile. Da quelli che amano compiere scrupolosamente il proprio dovere, da quelli forse precursori di una scuola nuova, si voleva ben altro. Si parlava, sì, di nuovi programmi, ma a che pro se nessuno tracciò mai una via che desse adito a ben comprendere l’importanza della Riforma Gentiliana? ».(4)
Aprile 1929
«Che dire della visita che il R. Direttore Didattico ha fatto oggi alla mia classe?
Com’è costume fascista voluto dal Duce, non mi perderò in preamboli. Dirò solo: Son rimasta abbastanza contenta e del mio dire e della sua maniera genti­le d’intrattenersi con le piccole. Egli è uscito dalla mia classe lieto d’aver tro­vato una scoletta ben avviata ed io vado orgogliosa di ciò perché… perché del­l’apprezzamento del mio Superiore rilievo [sic] così d’aver compiuto il mio dovere ».(5)
4 Gennaio 1929
« Il nuovo R. Direttore didattico, nella conferenza tenuta lo stesso giorno che visitò la scuola, illustrò con chiarezza i sistemi che ogni singolo maestro deve adottare secondo l’odierna legge, affinché ottenga quei risultati che il go-verno fascista si prefigge. Nel restituirci il programma didattico particolareggiato, dichiarò con franchezza, che nessuno di noi seguì le linee che il nuovo regola­mento ci suggeriva, nella compilazione del detto programma; e col proposito che al nuovo anno si osservassero le nuove norme, ci spiegò il sistema che dovremo seguire».(6)
11 Gennaio 1929
« Nel visitare il Sig. R. Direttore la mia classe mi raccomandò l’osservanza scrupolosa della pulizia da parte degli alunni. Ed io, da quel giorno in poi, non mancai di attenermi
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3 C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 5.
4 C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., pp. 13-14.
5 C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 23.
6 C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., pp. 15-16.
scrupolosamente a quanto sopra; difatti tutte le mattine farò la rassegna sulla pulizia dei miei alunni ».(7)
1 Ottobre 1928
«Oggi è stato fra noi il Sig. Ispettore, R., il quale ha tenuto una riunione in un’aula scolastica del Collegio di Maria. Ha parlato dei doveri degli insegnanti verso la scuola e verso gli scolari, del rispetto all’orario e alle disposizioni dei Superiori, del dovere che ha ciascun insegnante di compilare scrupolosamente la cronaca, della grande responsabilità che gli insegnanti hanno di fronte a Dio, alla patria e alla propria coscienza. Il Signor Ispettore che chiuse il suo discorso con un Alalà al Duce, fu applauditissimo ».(8)
10 Maggio 1929
« Il giorno 8 corr. il sig. Direttore fece l’ispezione scolastica nella mia clas­se. Ne avevo proprio di bisogno per tanti difetti che io stesso riscontravo nel mio metodo d’insegnamento e che il Sig. Direttore con quella sua competenza speciale mi fece rilevare e correggere ».(9)
7 Aprile 1929
«(N.B. – Quando è venuto il Sig. Direttore non avevo ancora trascritto in questo Giornale alcuni appunti che avevo preso altrove relativi alla Festa degli alberi, alle elezioni e alla Festa annuale dei Fasci. Così si spiega che dopo la visita del 5 Aprile io continuo la mia cronaca con date anteriori) ».(10)
12 Marzo 1930. La visita più bella
«Ieri venne il signor Direttore ad ispezionare la mia classe. Egli s’ntrattenne circa 3 ore. L’esimio signore volle che io dettassi delle frasi che le piccole scrissero bene. Poi continuò ad interrogare egli stesso. Il suo aspetto bonario, il suo viso sorridente non apportavano impressione alcuna alla scolaresca. Il buon signor Direttore rimase soddisfatto del livello morale ed intellettuale della classe e del sentimento fascista. Elogiò le alunne sia per lo studio che per l’oedine e la pulizia… ».(11)
12 Febbraio 1932
« Stamane abbiamo avuto la gradita visita del Sig. Ispettore, il quale ci ha dato dei soavi consigli dicendo che è suo vivo desiderio che tra il corpo inse­gnante regni la pace e l’armonia.
Infatti ove non regnasse tra insegnanti pace ed armonia che ne sarebbe? Il prestigio della scuola, dinanzi alle famiglie, rimarrebbe scosso, molto scosso ».(12)
11 Marzo 1932
« Oggi per la prima volta il nuovo R. Direttore didattico è stato fra noi maestri.
Col suo dire piuttosto fraterno ci ha incoraggiati al diuturno lavoro e ci ha dato dei soavi consigli e delle direttive sull’ingranaggio, dirò così, dei nuovi programmi; consigli e direttive che
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7. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. 17.
8. C.D.C. Reg. (1928-29), III, cit., pp. 1-2.
9. C.D.C. Reg. (1928-29), III, cit., p. 21.
10. C.D.C. Reg. (1928-29), IV, cit., pp. 21-22.
11. C.D.C. Reg. (1929-30), V, cit., p. 9.
12. C.D.C. Reg. (1931-32), VIII, cit., p. 5.
solo chi è vissuto nella scuola e per la scuola sa dare. Il colto funzionario, con forbita parola, ha tratteggiato la figura del vero maestro: Dignità, puntualità, prestigio, esempio, innalzeranno il maestro al posto che merita, quale pioniere della civiltà, quale artefice massimo della nuova Italia ».(13)
5 Ottobre 1931
« Il sig. R. Direttore didattico ha assegnato ai maestri le classi e i locali. Mi ha dato una terza classe ed io l’ho accettato volentieri e senza discutere, malgra­do avessi diritto ad una prima. È mia abitudine obbedire sempre i Superiori e di avere loro il massimo rispetto ».(14)
11 Marzo 1932
« Il nuovo regio Direttore didattico ha riunito tutti i maestri del luogo per dare preziosi consigli su certi punti scabrosi del programma, sull’orario scolasti­co che deve essere vera guida del maestro, sull’osservanza scrupolosa dell’orario, nell’interesse supremo della scuola e della dignità del maestro. Ha esortato i maestri a vivere in perfetta armonia e comunione di spiriti e d’intenti, lavorando serenamente e con fede, sotto la di lui guida amorosa e fraterna, onde rendere di più e meglio.
15 Marzo 1932
« Il n.s. R. Direttore Didattico del Circolo, nobile figura di funzionario, che ha in sé tutti i requisiti per tenere alto il prestigio della scuola e dare ai maestri serenità e tranquillità d’animo ha visitato la mia classe. Mi ha dato soavi con­sigli sul calcolo mentale, sulla correzione del dettato e sulla compilazione del tema mensile, consigli che riconosco ottimi e che mi propongo di attuare su­bito ».(15)
11 Marzo 1932
« Oggi abbiamo avuto l’onore di conoscere il R. Direttore Alfonso R. asse­gnato a questo nostro Circolo. Egli alle 12,10 ci ha riunito al Collegio dove a nome dei colleghi gli ho dato sebbene, con povera parola, il ben venuto, che Egli ha tanto gradito. Ha ricambiato il nostro saluto con sincera e affettuosa parola. Il suo dire ha rimesso nel nostro cuore la fiducia e ha sanato la piaga che si era aperta dopo la partenza del R. Direttore. Che sia veramente il ben venuto quest’uomo che conoscevamo attraverso le sue opere e al dire del diretto­re, un perfetto gentiluomo – alla buona – colto e competente, col cuore ben fatto che lo fa e lo farà agire da fratello coi maestri a lui dipendenti. Che sia ringraziato Iddio, di tanto dono ».(16)
30 Novembre 1932
« Il Sig. R. Direttore Didattico del Circolo, con quella competenza che lo contraddistingue, ha parlato ai maestri, intorno al governo e al disciplinamento, della scuola, soffermandosi sulla compilazione dei programmi didattici e parti­colareggiati e sui doveri di tutti e di ciascuno nell’interesse supremo della Patria.
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13. C.D.C. Reg. (1931-32), VIII, cit., p. 6.
14. C.D.C. Reg. (1931-32), IX, cit., p. 2. 1s C.D.C. Reg. (1931-32), IX, cit., p. 8.
16. C.D.C. Reg. (1931-32), X, cit., p. 4.
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Desidera che ciascuno compia il suo dovere con alto spirito di sacrificio, che ognuno attenda a migliorare la propria cultura, attingendo direttamente alle opere dei grandi, giacché l’arte d’insegnare è tanto difficile quanto delicata. Ha augurato a tutti di compiere, nel corrente anno, opera altamente educativa e me­ritoria, degna del secolo ».
5 Maggio 1933
« Torno da Cinisi, dove ho ascoltato tanti bei discorsi, in occasione della consegna della tessera dell’A.F.S.P. per l’A. XI, fatta dal fiduciario Provinciale maestri di quel Comune e di Terrasini, presenti il R. Direttore Didattico del Circolo, il R. Primo Ispettore Scolastico della Circoscrizione, le autorità civili, paese, militari ed ecclesiastiche del luogo… il discorso con cui esortava i maestri alla vera disciplina del dovere ed a sapersi guadagnare la stima e la fiducia degli alunni, dei superiori, delle autorità e del popolo, sovrano quest’ul­timo del giudizio spassionato dell’opera educativa dell’insegnante. La figura del nuovo superiore, aperta e leale, apre l’animo alla fiducia e fa ben sperare per le migliori fortune della scuola ».(I7)
1° Aprile 1933
« Oggi il sig. R. Direttore ha visitato la mia scuola e nel compilare il profilo del sottoscritto e tutto il verbale di quest’anno ha avuto belle parole di lode, benché sia alla fine della mia carriera scolastica. I bambini durante la visita sono stati silenziosi e hanno risposto bene ».
5 Maggio 1933
« …La presentazione fu densa di discorsi inneggianti alla scuola moderna fascista — alle autorità — alle doti del nuovo superiore. Egli è un bell’uomo dai lunghi baffi brizzolati. Il suo dire composto e misurato, fiorito e programma­to mi ha lasciato la convinzione che ha una vera competenza scolastica, è assai navigato nell’ufficio che occupa ed ha una profonda cultura che è garanzia del buon maestro. La sua esperienza didattica scaturiva ad ogni suo periodo e ad ogni sua frase. Esempi magnifici mettevano il maestro in più alto loco, questo lavoratore del pensiero dimenticato e non osservato e che invece è osservato, seguito, stimato dal pubblico e poscia giudicato.
È proprio vero che non sono i superiori che si devono temere, bensì il pubblico esigente e inesorabile. Gli uomini passano ma le loro azioni restano. Oh! quanti Ispettori e quanti Direttori ho incontrato nel mio cammino in qua­ranta e più anni di maestro e di educatore e tutti li ho trovati molto buoni, uno più dell’altro, dinanzi ai quali ho sempre sforzato il mio volere e il mio sapere a lasciar contenti tutti compiendo o sperando di compiere tutto il mio dovere, talché non ricordo di aver mai avuto un benché minimo rimprovero – ma sem­pre buoni consigli, i superiori sono sempre buoni con chi compie il proprio dovere ».(18)
Il maestro S.F. non scrive enfaticamente come gli altri insegnanti, anzi nei suoi registri, consultati negli anni precedenti, non c’è ombra di cronaca. Il Direttore, nell’anno 1931-32 annota questa frase: « Scrivere le puntate di cronaca ».
Finalmente nel 1936-37, costretto a segnare qualche dato, si limita a constatare che i suoi
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17. CD.C. Reg. (1932-33), XII, cit., pp. 5-12.
18. C.D.C. Reg. (1932-33), XIV, cit., pp. 5-6.
alunni non possono tesserarsi all’O.NB. perché sono molto poveri e ribadisce più volte questo concetto. Mette solo in risalto la giornata della madre e del fanciullo, la giornata del risparmio e nient’altro. Il Direttore nella visita di fine d’anno scrive sul registro:
2 Giugno 1937
« Questa cronaca è arida, insufficiente, inadeguata alle esigenze della scuola: tutte le date significative debbono essere segnalate e tutti gli episodi più impor­tanti della scuola debbono essere diffusamente riferiti ». (19)
Febbraio 1939
« Stamane, mentre ero intenta a spiegare, è entrato il R. Provveditore agli studi, accompagnato dal R. Ispettore Scolastico, dal R. Direttore Didattico e da un Ispettore inviato dal Ministro dell’E.N. Rivolse delle domande ad alcune sco­larette e volle sentire il giuramento fascista. Dopo aver sentito un canto s’è com­piaciuto e ha salutato cordialmente ».(20)
Siamo nel 1939. Come mai questo spiegamento di forze? Forse qualcosa preoccupava, insospettiva, poneva dubbi e incertezze? Lo vedremo avanti.
Dicembre 1938 
« Oggi ho avuto la fortuna di rivedere il nostro carissimo Direttore Cav. S. Egli ha voluto fare un giro per le scuole per rivedere insegnanti vecchi e nuovi. È sempre lo stesso, sempre buono, sempre gioviale. Una diecina di anni fa egli è stato fra noi incaricato della Direzione delle scuole di Cinisi-Terrasini per cui abbiamo avuto il bene di conoscerlo ed apprezzarlo. Siamo lieti ed orgo­gliosi di averlo definitivamente fra noi. Gli auguriamo ogni bene salutandolo fa­scisticamente con un fervido Alalà ».(21)
Marzo 1939
« Oggi abbiamo avuto la visita graditissima del Federale e del R. Provve­ditore agli Studi. I Balilla, i Lupetti, le Piccole Italiane e le Lupette inquadrate in centurie hanno marciato in piazza, dinanzi alle autorità riscuotendo calorosi applausi da tutti coloro che assistevano. Eseguiti, poi, gl’inni patriottici pre­scritti, accompagnati dalla musica, il Federale e il R. Provveditore agli Studi, ebbero parole di vivo compiacimento e di encomio. Visitato indi il locale della G.I.L. dove si distribuiva la refezione scolastica ai bambini poveri, partirono ».
CAP. III – UN DIARIO DELL’ITALIA FASCISTA
1. Ritratti di vita e cultura scolastica
Il periodo che va dal 1925 agli anni trenta è, come si è detto, caratterizzato, sia nel quadro generale, che nell’ambito di pertinenza della scuola, dagli sforzi le nuove generazioni a più nobili
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19. C.D.C. Reg. (1936-37), XXIII, Ins. S. F. classe I M., p. 2.
20. C.D.C. Reg. (1938-39), XXVIII, cit., p. 3.
21. C.D.C. Reg. (1938-39), XXIX, Ins. C. F., classe II M., p. 3
imprese? Come non continuare oggi che la scuola deve educare alla Patria nuove fiamme d’amore? Avanti, dunque… La fanciullezza dà la poesia ai nostri versi come l’aurora dà ai fiori la sua rugiada ».(2)
5 Ottobre 1928
In un piccolo teatro intitolato « Giovinezza », si inaugura la Sezione Fasci­sta Femminile con l’intervento di numerose famiglie fasciste, del Podestà, dell’insegnante fiduciario, delle Piccole Italiane e della maestra (Commissaria Straor­dinaria del Fascio Femminile), che così continua:
«E perché volli presenti le Piccole Italiane? Perché tutto ciò che si fa e che succede non deve essere sconosciuto dalle nostre bambine. Sono esse, queste tenere pianticelle, che formano la colonna granitica dell’Italia Risorta, le donne di domani, le future educatrici della Nuova Italia. Tutto ciò che noi educatori facciamo e faremo, avrà un unico ideale: educare e formare la coscienza dell’Italia Nuova nelle nuove generazioni. Fascistizzare la scuola e le masse ecco che cosa attende da noi la Patria nostra, questa nostra diletta Patria, che finalmente si asside pari tra le potenze della terra, non più ancella negletta, ma Signora te­muta e rispettata ».(3)
Maggio 1929
« Stamane col Fascio Femminile, con le piccole Giovani Italiane da me di­rette, siamo state al Fascio Maschile per accogliere festosamente il Segretario politico, che per i suoi rari pregi di Fascista fervente, è stato nominato Membro del Direttorio Provinciale. Io non riporto qui questa notizia a titolo di cronaca, ma per far rilevare come la scuola prepara le organizzazioni giovanili disciplinate come il Duce vuole. Le organizzazioni, han reso omaggio al loro Gerarca, e ciò facendo han dato prova di disciplina, di quella disciplina che è segno tangibile di attaccamento al Regime ».(4)
Sempre dello stesso anno 1928/29, il maestro A.U. nato nel 1883, insegna in una II classe maschile composta da 41 alunni frequentanti; forse è un pen­dolare, viene da Palermo, e nelle sue 14 pagine di cronaca, riporta principalmen­te, tutte le circolari che durante l’anno vengono trasmesse. Si limita poi a ricor­dare date celebrative e ricorrenze, senza enfasi e senza distacco, riuscendo così a dare l’idea del maestro scrupoloso e attento ma non del tutto fascistizzato. Al­cuni passi suonano così:
24 Settembre 1928
«Inaugurazione apertura anno scolastico colla funzione religiosa. Messa so­lenne al Duomo coll’intervento delle autorità locali, nonché dei maestri tutti, dei Balilla e Piccole Italiane. Finita la funzione religiosa, tutti in corteo e col relativo gagliardetto ci recammo alla sala del Municipio, ove il Podestà, il Se­gretario politico, il Direttore, inneggiando al Re e al Duce, dissero elevate parole facendo risaltare l’importanza di quella riunione. Infine, dopo scroscianti applau­si e gli alalà ed evviva al nostro Re e al nostro Duce, gli alunni cantarono inni patriottici».(5)
6 Gennaio 1929
« Il nuovo regio Direttore Didattico, nella conferenza tenuta…, illustrò con chiarezza i
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3. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 2.
4. Ibidem, p. 25.
5. C.D.C. Reg. (1928-29), II, ins. A.U. classe II masch., p. 1.
sistemi che ogni singolo maestro deve adottare secondo l’odierna legge, affinché ottenga quei risultati che il Governo Fascista si prefigge ».(6)
Nel 1929/30, l’insegnante F.M.A. (12 anni di servizio con uno stipendio di £. 7000 annue) insegna in una II femminile formata da trentasei alunne frequen­tanti. Dai suoi registri, nei prospetti riguardanti le generalità della maestra non è dato conoscere la sua età. Con un tratto squisitamente femminile, riesce ad elu­dere elegantemente la data. Nella relazione finale inviata al Direttore Didattico, fra le altre cose fa saper di avere due pubblicazioni didattiche, di avere istituito in Terrasini la Sezione delle Piccole Italiane nel gennaio 1928, per cui ricevette la nomina di fiduciaria della Segreteria Provinciale. A proposito della fascistizzazione nella scuola il 16 ottobre 1929 quasi ad inizio d’anno scolastico, così scrive: « Scuola Fascista: Se il Fascismo ha il merito grandissimo di aver rinnovato la coscienza e la vita della Nazione è necessario che anche la scuola si rinno­vi: bisogna fascistizzarla. A molti sembra strano di sentir parlare di scuola fa­scista e cercano di impedire che lo spirito della Rivoluzione penetri nella scuola. È  necessario anzitutto che gli educatori sentano essi per i primi il sentimento fascista e che infondano nell’animo dei piccoli la fremente vita dell’Italia Nuova. Per fascistizzare completamente la scuola ci vorrà certo del tempo. Ogni educatore che non sente questo preciso e inderogabile dovere tradisce il mandato affidatogli ».(7)
13 Novembre 1929
« Oggi è pervenuta una circolare dell’O.N.B. comunicando che all’inizio dell’VIII anno tutte le Piccole e Giovani Italiane fanno parte di essa opera. L’ho comunicato alle P.I. che liete hanno accolto la notizia. — Alla Gioventù fascista — ho detto — incombe un unico dovere: quello di curare sempre me­glio la propria preparazione fisica, morale e spirituale, allo scopo di preparare nella Nazione un popolo che sappia nel futuro renderla maggiormente forte e rispettata».(8)
Il Direttore Didattico nella visita di fine d’anno ha per lei parole d’elogio: « Quest’anno ammiro la sua opera svolta nella scuola con diligenza ed amore ».
La stessa insegnante F.M.A., nell’anno 1931/32, ripete quasi copiando dal registro degli anni precedenti alcuni punti riguardanti la fascistizzazione, le date celebrative, la Mutualità Scolastica. L’entusiasmo sembra smorzato, le pagine scritte si riducono da 28, come si notava nel 1928/29, a 4 o 7 massimo 12; anche il formato dei registri cambia e si presenta meno doppio e ridotto nelle misure sia della lunghezza che della larghezza.
18 Marzo 1932
« Oggi si sono consegnati i moduli con l’elenco delle P.I. iscritte nelle varie classi. Alla gioventù fascista incombe un unico dovere: quello di curare sempre meglio la propria preparazione fisica… etc. Infatti quest’anno mi propon­go di aumentare i giuochi, le adunate delle P.I. per infondere in loro il senti­mento patriottico, per instillare nelle loro anime innocenti vivo amore verso l’Italia, verso la nostra gran Madre, senza eccezioni di sorta. L’insegnante che non sente questo preciso dovere tradisce il mandato affidatole ».(9)
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6. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. 15.
7. C.D.C. Reg. (1929-30), V, ins. A.M.F., classe II femm., p. 1.
8. C.D.C. Reg. (1929-30), V, cit., p. 1.
9. C.D.C. Reg. (1931-32), VII, ins. A.M.F., classe II femm., p. 3.
Quasi tutti gli insegnanti nella cronaca degli anni successivi ripropongono gli stessi temi.
10 Ottobre 1931
« Il Sig. Direttore ha riunito oggi tutti noi insegnanti e con calda e forbita parola ci ha intrattenuti sulle direttive del nuovo anno scolastico, direttive basate sull’educazione perché scopo principale del governo fascista è l’educazione delle nuove generazioni. Nobile mandato quello di educatore. Chi non compie scru­polosamente tale mandato, tradisce la propria missione».(10)
1 Ottobre 1932
« In questo primo giorno di scuola ho spiegato agli alunni come dovevano presentarsi a scuola; ho confrontato il bimbo pulito col bimbo sporco. L’alunno per essere degno scolaro, deve essere pulito, puntuale all’orario. E non basta, deve essere un Balilla. Chi era Balilla — imitarlo nel suo spirito d’amore verso la Patria e di ritenersi onorati di indossare la camicina nera del Balilla. Tutti do­vete essere Balilla! ».(11)
2 Gennaio 1933
« Anno nuovo. La scolaresca saluta l’anno che va, dà il benvenuto all’anno che viene, innalza una preghiera e un inno alla Divina Provvidenza, fa voti fer­vidi perché il novello anno sia apportatore di pace, di gloria, di benessere per la nostra amata Italia Fascista e fa propositi di adempiere ai loro doveri e crescere buoni cristiani, degni figli della nuova Italia ».(12)
23 Marzo 1933
« Le scolaresche ben inquadrate e con la bandiera in testa, hanno assistito all’audizione per radio del messaggio del Duce a tutte le camicie nere, in occa­sione del XIV annuale della Costituzione dei Fasci di Combattimento, letto mi­rabilmente da S.E. Starace, segretario del Partito, dalla piazza San Sepolcro di Milano, dove il 23 marzo 1923 Benito Mussolini pronunciò il memorabile di­scorso che infiammò di nuova fede e di nuovo ardimento i sansepolcristi ivi convenuti, per decidere sui destini della Patria in pericolo per via del bolscevi­smo e della incapacità a governare degli uomini di allora al potere. I ragazzi si sono infiammati di fede purissima per il Duce e il Fascismo, ed hanno applaudito con deliranti evviva la fine del messaggio, gridando: Duce! Duce! ».(13)
5 Dicembre 1932
« …e l’O.N.B. alla quale i bimbi d’Italia appartengono deve il suo nome a quest’eroico fanciullo che bisogna imitare quando si tratta dell’onore e della di­fesa della Patria, pronti a lanciare tutte le pietre del nostro sdegno contro chiun­que osi ostacolare il nostro cammino! I bimbi hanno cantato l’inno Balilla e Gio­vinezza inneggiando al Re, al Duce, all’Italia. La funzione ha lasciato nell’animo loro un profondo e caro ricordo. Si vede che l’opera educativa dei maestri dà copiosi frutti ».(14)
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10. C.D.C. Reg. (1931-32), VIII, cit., pp. 1-2.
11. C.D.C. Reg. (1932-33), XIV, ins. Z.A., classe II M., p. 1
12. C.D.C. Reg. (1932-33), XIII, Ins. VHF., lasse I M., p. 5.
13. C.D.C. Reg. (1932-33), XII, cit., pp. 10-13-16.
14. C.D.C. Reg. (1932-33), XII, cit., p. 10.
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18 gennaio 1933
« L’ottimo Sig. Direttore didattico ha riunito il corpo insegnante ed ha esor­tato a riprendere, più viva che mai, la propaganda fra gli alunni e le famiglie: ottenere l’iscrizione totalitaria ai Balilla, alla Croce Rossa ed alla Mutualità sco­lastica, affermando che la vittoria sorriderà a quei maestri che sapranno insinuare nell’animo dei propri discenti il sentimento del dovere, l’amore per tutte le isti­tuzioni del Regime. Il maestro — ha soggiunto — che sa plasmare con arte e con fede le tenere menti dei piccoli a lui affidati, può compiere dei miracoli in tutti i campi della sua attività. Da lui, ha concluso, dipende la riuscita di que­sta santa battaglia, ingaggiata contro la insipienza delle masse, che oppone grave resistenza al progredire di tante belle istituzioni ».(15)
Gennaio 1934
« Scuola fascista. Se il fascismo ha il merito grandissimo di aver rinnovato la coscienza e la vita della Nazione, è stato necessario rinnovare anche la scuola fascistizzandola. A molti è sembrato strano di sentir parlare di scuola fascista… (vedi registro precedente). È stato necessario anzitutto che gli educatori abbiano sentito essi per i primi il sentimento fascista e infondato [sic] nell’animo dei piccoli la fremente vita dell’Italia Nuova. Per fascistizzare completamente la scuola c’è voluto del tempo. Ogni educatore che non abbia sentito questo preciso ed inderogabile dovere, ha tradito il mandato affidatogli ».(16)
2. La marcia del Regime
A) Didattica e vita politica attiva
I temi sui quali si stabilì in concreto il connubio tra attività didattica e processo di fascistizzazione, furono numerosi; essi — per così dire — costitui­vano le « cadenze » dell’intervento della propaganda nella scuola.
I maestri agirono da « ricettori » e « amplificatori » dei messaggi ufficiali in genere, con un’attitudine di così diligente passività da lasciare pochi dubbi sul carattere « spontaneo » del loro consenso al regime.
L’immedesimazione con le sollecitazioni emozionali, previste dagli organi fa­scisti che erano artefici degli slogans, era pressoché totale, senza riserve.
Persino il linguaggio mutuava i fonemi di una ritualità -presumibilmen­te anche gestuale- che dalle piazze si trasferiva al piccolo spazio delle aule scolastiche. 
Nel tentare di ricostruire dal « vivo » e al « vivo » il clima d’epoca, si è qui ordinato il materiale dei registri in base ad uno schema impiantato su quei « timbri ritmici » della propaganda attraverso la didattica che corrispondevano, di anno in anno, al ricordo e alla celebrazione di alcuni eventi, particolarmente importanti nella storia del fascismo.
Per questo motivo, il 28 ottobre di ogni anno non potrà essere dimentica­to in quanto celebra la fatidica Marcia su Roma; il 4 Novembre, Annuale della Vittoria, riaccende gli animi a tentare nuove imprese e rinnovate vittorie; l’I1 febbraio suggella la Conciliazione fra lo Stato e la Chiesa: il mondo cattolico trae un sospiro di sollievo; il 23 Marzo ricorre il « decennio della redenzione italica », dice un maestro, e si rifà al marzo del 1919 per raccontarne la storia; il 21 Aprile ricorda la Nascita di Roma e quindi l’orgoglio della gente italica: a questo si accomunano la leva fascista e la festa del lavoro.
I brani riportati, nelle pagine seguenti, parlano da soli. Un esame adeguato delle intersezioni in essi rilevabili, tra ideogrammi e rappresentazione degli avve­nimenti storici, potrebbe consentire di individuare e analizzare a fondo il reticolo strutturale dei processi di ideologizzazione fascista ai livelli di quella intellet­tualità « piccolo borghese » estremamente caratterizzata e dotata di indubbie ca­pacità di esercitare una diffusa influenza sulle idee correnti della società rurale che era costituita dal ceto dei maestri.
Ma qui l’obiettivo non è una analisi in profondità, bensì una preliminare ricognizione, quasi una carrellata a monte del discorso storiografico. Limitiamoci ad osservare la dinamica generale del rapporto ideologizzazione fascista-didattica: da una assunzione acritica di avvenimenti storici, la cui «interpretazione» era, a priori, confezionata dagli organi della propaganda, si procedeva alla definizione di un «modello Italia» dell’era fascista contrapposto a quello della «Italietta liberale», sicché al fascismo, «novità vincente», veniva attribuito il merito non solo d’avere salvato il paese da mostruose minacce (gli scioperi, il disordine, il bolscevismo etc.) ma anche di avere operato e di stare ancora operando un « rin­novamento nazionale » che nello specifico del ruolo sociale della Scuola si pre­sentava come impegno educativo per rimuovere, definitivamente, proprio le ra­dici di quelle minacce, rimuoverle dalle basi culturali del costume italiano. La questione fondamentale era quella di formare l’«italiano».
Possiamo aggiungere che, sopratutto dopo il 1929, al culmine della crisi mondiale del capitalismo, il centro della questione educativa fascista — secondo quanto si rileva anche dai nostri registri -sarà posto nel tema di formare un «nuovo uomo»- un ideal-tipo di italiano nel quale dovrebbero assumere con­sistenza e stratificarsi capillarmente, attraverso specificazioni «individualizzanti» indotte dalla scuola, le virtù di una borghesia-popolo (una borghesia come  classe generale» depositaria tanto di valori «anticomunisti», quanto di valori a antiplutocratici»).
È superfluo rilevare che in questa « operazione educativa » i fatti, gli avve­nimenti storici, vengono -oltre che deformati- «strumentalizzati» ai fini dell’edificazione del mito del Duce e della «rivoluzione fascista», come si vede ampiamente dai brani sulla «Marcia su Roma»: una pantomima trasfigurata dalla retorica del «fascismo innovatore» intervenuto provvidenzialmente a «sal­vare» l’Italia.
B) « Marcia su Roma » e avvio alla fascistizzazione
28 Ottobre 1928
« Ho commemorato in classe il 28 ottobre, la data fatidica della Marcia su Roma, che portò in Italia ordine disciplina e lavoro per la grandezza e la potenza della Nazione. Sia lode a Dio che ha voluto dare all’Italia l’Uomo nuovo che i suoi destini attendevano, sia benedetto l’Uomo, il Duce nostro invitto, che, con mano ferma e pura forgia le sorti della Patria nostra prima sempre nella civiltà dei secoli. Per la Patria, per il Re, per il Fascismo e per il suo invitto Duce eja! alalà! Senza il fascismo innovatore, non vi poteva essere prosperità, pace, gran­dezza; senza il fascismo innovatore la vittoria di Vittorio Veneto non sarebbe valsa a nulla. Bisognava vincere un’altra battaglia per inaugurare un’era nuova, piena di vita, un’era che doveva aprire va-
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15. C.D.C. Reg. (1932-33), XII, cit., p. 9.
16. C.D.C. Reg. (1933-’34), XV, cit., p. 4
sti orizzonti di grandiosità per l’Italia. Il Grande Caporale Benito Mussolini si accinse ad effettuare il suo proponimen­to. Egli e le sue migliaia e migliaia di camicie nere, convengono a Roma e al fio: a noi l’Italia! come un lampo travolgono i mestatori del potere resisi indegni. In alto i cuori! ».(1)
28 Ottobre 1937
Parlo alle mie scolarette dell’epica Marcia su Roma e faccio risaltare la grande figura del Condottiero, facendo rilevare loro che la grande Marcia portò in Italia ordine, disciplina e lavoro».(2)
27 Ottobre 1928
«In seguito alla circolare emanata dal Direttore locale, con la quale si invita 1t lasse magistrale fascista al corteo che avrà luogo l’indomani 28 ottobre — Anniversario della Marcia su Roma — feci un breve discorso ai miei scolari, facen­do elevare con semplici e chiare parole la importanza di detta data; e nel medesimo tempo raccomandai loro di non mancare nessuno e di essere puntuali per lo sfilamento del Corteo ».(3)
Sulla « Marcia su Roma » il Parroco maestro tenta una analisi storica, grazie sempre a quel respiro culturale di cui si è parlato e che qui di seguito può esse­re verificato:
29 Ottobre 1928
« Oggi ho ricordato agli alunni la funzione che si svolse ieri in Piazza del Duomo e nelle vie principali del paese. La Marcia su Roma.
A questo anniversario la scuola non può né deve rimanere estranea. Guai alla scuola che staccandosi dalla vita non accetta i frequenti inviti che questa le offre, per illuminare davanti agli spiriti giovanetti figure e avvenimenti. Guai al maestro che rispondendo con indifferenza e leggerezza a questi inviti non si mette nella possibilità di compiere tutto e degnamente il proprio dovere.
Per illustrare convenientemente la data del 28 ottobre si dovrà risalire fino alla guerra mondiale e quindi al dopo guerra che piomba l’Italia in una grande crisi morale ed economica. Il popolo italiano è sotto l’incubo di un malessere profondo dovuto a tante cause. E di questo malessere approfitta il socialismo e il comunismo. Tutti i sacrifici che la guerra è costata non sembrano avere più alcun valore, i nostri morti paiono dimenticati, ai mutilati e ai combattenti tal­volta si irride e il dolore di tante famiglie non è sempre capito e rispettato. Dal .novembre 1919 all’ottobre 1922 si succedono gli scioperi ed occupazioni di fab­briche, pare che la furia bolscevica voglia sommergere l’Italia. I governi che si succedono, sembrano non rendersi conto della gravità della situazione, certo non dimostrano la forza necessaria per opporvisi. Ed ecco che Benito Mussolini, strin­gendo attorno a sé i giovani, i combattenti, i mutilati, formando i Fasci di com­battimento il 28 ottobre del 1922 con le forze .fasciste compatte muove su Roma e godendo la piena fiducia del re, dallo stesso viene chiamato al governo. Il go­verno fascista che pone a sua base la religione cattolica, è fonte di ogni be­nessere ».(4)
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1. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., pp. 4-5.
2. C.D.C. Reg. (1937-38), XXV, cit., p. 1.
3. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., pp. 6-7.
È ancora del maestro fiduciario D.S.E. la seguente puntata di cronaca assai puntuale e politicizzata.
28 Ottobre 1928
« Si è commemorata « la Marcia su Roma » ricordando la magnifica manife­stazione di ieri, alla quale ha partecipato tutto il popolo di Terrasini, e il Mes­saggio del Duce che lesse il Segretario politico dal balcone del Municipio. Il ri­cordo del triste passato è stato da me messo in evidenza con la lettura del re­quisitorio del Pubblico Ministero, nella causa per l’Associazione a delinquere di Cinsi e Terrasini che si sta svolgendo alle Assisi di Palermo e che tanto inte­ressa queste popolazioni e gli stessi bambini che in mezzo ad esse vivono. L’ar­gomento è felicissimo per far comprendere agli alunni l’epoca disastrosa che attraversava la nostra cara Patria prima che S.E. Benito Mussolini ne prendesse le redini. Gli alunni ascoltano le parole del Magistrato — da me lette con arte — e applaudiscono infine, segno evidente che nel loro animo qualche cosa che li ha maggiormente impressionati, è entrata. Il nostro amato Duce che, spinto dal grande amore per l’Italia, e indignato dallo stato in cui l’han ridotta gli imbro­glioni, gli infingardi, i ladri e gli assassini, riunisce i migliori elementi e i giovani che han combattuto la guerra ed entra a forza a Roma e rimette l’ordine e la giustizia, accolto con entusiasmo da S.M. il Re, è l’argomento principale della mia conferenza che riesce efficacissima ».(5)
26 Ottobre 1929
Marcia su Roma
« Ricorrendo il 28 ottobre, di lunedì, il nostro amato Duce, per non distur­bare la massa dei lavoratori, inviò delle circolari perché la giornata storica fosse festeggiata il 27 domenica. La vigilia della data memorabile, così parlai alla sco­laresca: Piccole Italiane! Torna per l’ottava volta la data che fa vibrare i nostri cuori, accende le nostre speranze, umilia ovunque i nostri nemici. Non parole, ma opere per celebrarla! È l’anniversario della Marcia su Roma, inizia l’anno VIII dell’Era fascista, della rivoluzione fascista in Italia, la quale è stata una rivoluzione non di sangue ma di tanta importanza, da sognare anch’essa un’era nuova per tutta l’Italia: l’era della grandezza e della gloria della Patria. Augu­riamoci che Colui il quale ha suscitato nell’animo degli Italiani tali e tante ener­gie ed ha portato la patria alla dignità, potenza grande e temuta, auguriamo che Benito Mussolini, Duce del Fascismo, restauratore delle italiche fortune possa compiere felicemente la missione che si è imposto. Giuriamo di vivere ogni ora col pensiero di essere degne della grande Madre nostra e preparare le nuove ge­nerazioni per amarla e propagarne il nome nelle più lontane terre. Questo vuole il Duce, questo noi faremo. Eleviamo il grido della riconoscenza e dell’amore. Per l’Italia! per il Re! per il Duce! Eja! Eja! Eja! Alalà ».(6)
C) Realizzazioni fasciste negli anni trenta
Con gli inizi degli anni trenta anche la scuola risente, in generale, del nuovo clima complessivo creatosi per effetto della grande crisi economica (esplosa negli Stati Uniti) che in Europa viene vissuta sopratutto come una « crisi di civiltà », cioè dell’identità borghese tradizionale. Le sensazioni diffuse di quel dramma si ritrovano, nei registri, appena accennate, sommerse dalla riproposizione, in tutto conformistica, di un nuovo ruolo salvifico del regime. Non pare che i maestri abbiano chiara coscienza della portata storica delle grandi trasformazioni imposte dalla stessa crisi all’organizzazione della società e sopratutto al sistema di pro­duzione. È, in Italia, il momento di più accentuata riconversione statualistica dei processi della vita economica, la fase di una ristrutturazione dell’intero assetto economia-società che, come è noto, si attua e si consolida nel connubio Stato-capitalismo: è definitivamente liquidata la concezione del liberismo tradizionale (si accantona e si contesta il mito del laissez-faire e dell’«economia di mercato») e l’Italia fascista tenta una terza via tra capitalismo (plutocrazia) e «bolscevi­smo», le cui direttrici si pongono nella confusa impostazione del «sistema cor­porativo». È anche questa la fase nel corso della quale il Fascismo realizza la sua più evidente trasformazione in « regime reazionario di massa », un corso di eventi che, nell’area specifica del lavoro culturale, presenta i caratteri di un sempre più accentuato intervento, e di una sempre più efficace mediazione dei mass-media nei rapporti tra l’intellettuale e il potere, ai fini di una pressione totalitaria su ogni aspetto della « produzione delle idee » e del costume, che mira a «compiegare» e a risolvere del tutto il privato nel pubblico, la coscienza in­dividuale nell’esaltazione mistica della « coscienza nazionale ». Di tutte queste tensioni indotte dalla «dittatura di massa » i maestri sono ancora una volta i ricettori-trasmettitori. La loro azione per concretizzare il consenso al regime in un quotidiano rito « educativo » è costante e sembra condotta in perfetta buona fede. Ma è anche vero -e qui si colgono i segni, seppure debolissimi, della crisi- che la celebrazione di avvenimenti come la Marcia su Roma comincia ad assumere toni che rivelano un alcunché di forzatamente ripetitivo e di burocra­tico. La scelta degli argomenti con i quali sostenere la apologia cade piuttosto che sul vecchio ed ormai consunto tema del « fascismo liberatore dalla minaccia bolscevica », sulle realizzazioni del regime, cioè su tutti quegli elementi — ordi­ne, disciplina, lavoro — che possano rappresentare e rinforzare l’idea di un’Italia impegnata in una « vita operosa ed ordinata », sotto la guida di un « uomo ecce­zionale » e proprio per questo in grado di superare la congiuntura sfavorevole. Ovviamente, i maestri, i «piccoli intellettuali », non mostrano di possedere alcuna consapevolezza della portata storica della grande trasformazione degli anni Tren­ta. La loro immagine degli avvenimenti in corso si restringe al quadro di un paese ritagliato dal « resto del mondo » e che nel 1936, con l’impresa etiopica, con la fondazione dell’Impero, sarà addirittura in grado di fare della sua solitaria sorte in un mondo decadente, la condizione della sua forza e del suo valore esemplare. Ma evitiamo il rischio di « forzare » l’interpretazione delle nostre carte. Continuiamo a lasciare parlare i registri di classe.
Anno 1931-32
« Il 28 ottobre, il 23 marzo, il 21 aprile sono date essenzialmente fasciste. Ciascuna di esse vuole fissare uno degli aspetti del fascismo attraverso le grandi linee politiche, attraverso la somma delle opere, non si può pertanto stabilire una scala d’intensità celebrativa a vantaggio dell’uno o dell’altro giorno. Ma se il 23 marzo è il Natale dei Fasci di combattimento — giorno pieno di speranze e di promesse —, se il 28 ottobre è la data della battaglia che ha chiuso un’epoca e ne ha aperto un’altra, il 21 aprile esprime la continuità della stirpe e la conti­nuità del regime. Leva fascista e Natale di Roma sono due nomi di quella data.
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4. C.D.C. Reg. (1928-29), III, cit., pp. 4-5.
5. C.D.C. Reg. (1928-29), IV, cit., pp. 7-8.
6. C.D.C. Reg. (1931-32), VIII, cit., p. 2.
Tre date in una, tre momenti che si armonizzano in modo compiuto e perfetto, non soltanto nei programmi dei festeggiamenti ufficiali, ma anche nel cuore di ogni italiano. Alla festa del popolo, il regime partecipa sopratutto con le opere; si inaugurano strade, scuole, ferrovie, acquedotti, bonifiche, stazioni sanitarie, etc. ».(7)
28 Ottobre 1931
« In occasione della ricorrenza della IX annuale della Marcia su Roma ho parlato ai miei alunni del grande evento che distrusse tutte le consorterie dei po­litici, dei politicanti, dei vili, dei traditori della patria e offrì la grande via all’avvenire del rinnovato popolo italiano. Ho detto loro che il 28 ottobre 1922 segna l’inizio di una nuova era di prosperità, di pace, di lavoro, di ordine, di disciplina per la Nazione, che sempre più si afferma nel campo politico, morale ed economico, sotto l’alta guida e la ferrea volontà del Duce Magnifico, che la prov­videnza ci ha dato e che noi dobbiamo circondare di ineffabile devozione e seguire ovunque egli voglia per la grandezza della nostra cara patria ».(8)
28 Ottobre 1932
« Si chiude la scuola per 14 giorni di vacanze per le feste del Decennale della Marcia su Roma e si riaprirà il giorno 7 novembre. I bimbi sono felici di tale grande evento ».(9)
28 Ottobre 1932
« Data una idea così rudimentale del fascismo, della rivoluzione fascista, i fanciulli con evidente interesse ed entusiasmo hanno capito che il 28 ottobre è festa perché ci ricorda la famosa marcia delle giovani camicie nere in Roma per scalzare il mal governo di allora o sostituirlo con un nuovo e salutare governo fascista con a capo S.E. B. Mussolini, Duce del Fascismo. Colgo l’occasione per fare un po’ la biografia del Duce e un po’ la vita di fanciullo».(10)
28 ottobre 1935
« La data dello storico avvenimento della Marcia su Roma mi ha spinto a parlare del nostro glorioso esercito e dell’asprissima guerra combattuta contro l’Austria Ungheria, nonché dell’altra guerra vinta contro i nemici interni che mi­nacciavano lo sfacelo della patria, ora libera, dignitosa, florida e potente per merito del nostro amato Re e del Duce provvidenziale ».(11)
29 Ottobre 1941
« In una memorabile giornata di molti anni fa il Duce disse: « fra dieci anni l’Europa sarà fascista o per lo meno fascistizzata ». Oggi si inizia il XX della rivoluzione fascista e possiamo affermare che la profezia del Duce sta quasi per affermarsi in pieno vincere ».(12)
D) La fascistizzazione del « IV Novembre »
Altri interessanti elementi della nostra ricognizione sul « Viaggio ideologico» dei maestri di
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7. C.D.C. Reg. (1931-32), VII, cit., p. 3.
8. Ibidem.
9. C.D.C. Reg. (1932-33), XIV,  ins. Z.A., classe  II M., p. 1.
10. C.D.C. Reg. (1932-33), XIII, cit., p. 3.
11. C.D.C. Reg. (1935-36), XIX, cit., p. 1.
12. C.D.C. Reg. (1941-42), XLI, ins. A.L., classe Il M., p. 1,
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Terrasini nella propaganda del fascismo sono aggregabili pren­dendo in considerazione quei brani del registro che si riferiscono all’evidenzia­zione e alla celebrazione di date che segnino dei precedenti ai quali si possa pretestuosamente agganciare la « tradizione » del fascismo (la data del 4 Novem­bre, anniversario della Vittoria) o degli avvenimenti contemporanei direttamente « interni » ai processi attivati dal regime (11 Febbraio, anniversario della Con­ciliazione tra Stato e Chiesa) o dei referenti mitici ai quali collegare i postulati della ideologia e, più propriamente, della mistica. (21 Aprile, Natale di Roma).
I nostri maestri partono da siffatte occasioni celebrative per riempire la « cronaca della vita della classe » di frasi sempre rituali che accertino la loro fedeltà al « Duce» e alle sue opere che elogiano in modo magniloquente. Come abbiamo visto per la Marcia su Roma, si nota un exploit negli anni che vanno dal ’28 al 32, mentre si intravedono toni smorzati, quasi di stanchezza o di ripe­titività, negli anni successivi dal ’33 al ’37. Molti maestri riportano le date elo­giando e celebrando; altri, e sono pochi, tentano di fare una analisi storica del periodo che vivono tanto intensamente; altri ancora, e sono pochissimi, trala­sciano tutte le date e vengono ripresi dai superiori. Cominciamo qui di seguito, con una carrellata sui motivi di « riflessione » sollevati in occasione delle cele­brazioni del 4 novembre. Sarà facile notare la spudorata deformazione retorica dei fatti, una deformazione che è anche indice delle ricorrenti misure mistificato­rie della « didattica della storia » nella scuola elementare fascista.
5 Novembre 1928
« Chi dimenticar potrà la gloriosa data della Vittoria? Come non si potrà mai dimenticare la sconfitta di Caporetto, così non si potrà giammai dimenticare la strepitosa vittoria di Vittorio Veneto, che mise in iscompiglio il secolare ne­mico e ricacciollo oltre le sacre Alpi. Oggi in classe ho parlato alle mie scolarette dei nostri prodi soldati che sacrificarono la loro balda giovinezza per la libertà della patria. E ricordando i nostri piccoli fanti un pensiero di riconoscenza è corso anche al loro condottiero, a S.E. il generale Armando Diaz che a ben ra­gione fu chiamato: Duca della Vittoria. Le piccine, le future . madri italiane co­nosceranno i grandi uomini italiani e impareranno ad amarli. Onore ai caduti in guerra per la grandezza della madre terra! Beati Loro, che con il sublime sacri­ficio della propria vita hanno saputo conquistare l’anima italiana e il paradiso! ».(13)
5 Novembre 1928
«Con brevi e facili parole feci un cenno ai miei alunni sull’Anniversario della Vittoria, facendo risaltare loro il valore dei nostri soldati, i quali si immo­larono per la grandezza della nostra cara patria ».(14)
7 Novembre 1928
«Ho spiegato oggi agli alunni il significato della funzione che si svolse al paese e in chiesa il giorno 4, illustrando le ragioni di giustizia, le sante rivendi­cazioni patriottiche che la guerra vollero. Ho ricordato agli alunni i mille e mille morti che per grandezza della patria si immolarono versando il loro sangue e per cui il sacerdote celebrò la santa messa invocando dal cielo pace per i poveri morti e pace per le povere famiglie orbate del loro congiunto. Ho ricordato i sentimenti di tenera gratitudine verso i martiri della patria, e come infine ogni albero
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13. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 6.
14. C.D.C. Reg. (1928-29), II, cit., p. 8.
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del Viale della Rimembranza ricordi un morto di Terrasini caduto nella grande guerra ».(15)
5 Novembre 1928
« Ho commemorato la “Festa della Vittoria ” ricordando l’imponente corteo di ieri formato dai combattenti, dalle famiglie dei caduti, dalle Associazioni Gio­vanili, da tutti i sindacati con a capo le autorità, e le corone di alloro che si portarono alla memoria dei morti in guerra sul Viale della Rimembranza. Ho letto il ” bollettino della vittoria ” che già conoscevano; ho esaltato il valore dei no­stri soldati; l’importanza della nostra vittoria e delle terre conquistate e la rico­noscenza che tutti dobbiamo agli ex combattenti ed ai caduti per la patria. Gli alunni hanno fatto poi un riassunto scritto della mia conferenza ».(16)
4 Novembre 1931
«La. vittoria si commemora in modo degno. I nostri bimbi onorano i nostri gloriosi caduti portando al Viale della Rimembranza dei magnifici mazzi di fiori. Dopo il magnifico corteo che percorse le vie principali del paese, si andò in chiesa ad assistere alla messa di suffragio. Dopo tali cerimonie spesso si sente una sete insaziabile di bontà, di virtù e di perfezione ».(17)
5 Novembre 1931
« Ho spiegato ai miei alunni il significato della solenne cerimonia svoltasi ieri a cui hanno preso parte le scuole, le istituzioni fasciste, le autorità civili, militari e religiose e molto popolo rilevando tutto l’amore che noi sentiamo per i gloriosi caduti per la patria, specialmente nel giorno della commemorazione del­la Vittoria di tutte le nostre armi, nel quale ci raccogliamo ed esaltiamo l’eroismo ed il supremo sacrificio compiuto dai seicentomila generosi che con il loro pre­zioso sangue abbatterono la secolare nemica di Italia, riconquistandole i confini che Dio le ha dato ».(18)
4 Novembre 1932
« Festa della Vittoria. Data così un’idea della patria e un po’ della guerra, gli scolaretti con soddisfazione, con vero entusiasmo apprendono e celebrano la storica data che segnò la fine della guerra mondiale e suggellò la storica data con la splendida vittoria d’Italia. Ora che i bambini sanno che gli alberi del Viale della Rimembranza stanno a simboleggiare i gloriosi caduti di Terrasini per la santa causa italiana, per essi alberi hanno sommo riguardo, una speciale ri­verenza ».(19)
4 Novembre 1935
« Festa della Vittoria. Mi ripropongo di parlarne più a lungo il 24 maggio ».(20)
4 Novembre 1937
Anniversario della Vittoria. « Ricordo ai miei alunni l’entrata dell’Italia in guerra,
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15. C.D.C. Reg. (1928-29), III, cit., p. 6.
16. C.D.C. Reg. (1928-29), IV, cit., p. 9.
17. C.D.C. Reg. (1931-32), VIII, cit., p. 2. 1’$ C.D.C. Reg. (1931-32), IX, cit., p. 5.
19. C.D.C. Reg. (1932-33), XIII, cit., pp. 3-4.
20. C.D.C. Reg. (1935-36), XVIII, cit., p..1.
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la necessità dell’intervento, la campagna svolta dal nostro Duce, allo scopo di liberare le terre redente dalla schiavitù straniera. Grande guerra con­clusa con grande vittoria ».(21)
« L’anniversario della Vittoria. Anche di questa festa ho dato chiari e brevi concetti ».(22)
E) Il Concordato
Particolare importanza rivestono quelle parti dei registri che fanno riferi­mento alla Conciliazione fra Stato e Chiesa. In esse possono rintracciarsi i « dati ideologici » per una verifica — al livello più basso della cultura della piccola borghesia e dei suoi « piccoli intellettuali » di tradizione campagnola — degli effetti che i Patti Lateranensi indubbiamente esplicarono ai fini del radicamento del fascismo nelle « cellule di base » della società italiana.
Le vicende attraverso le quali il risultato fu conseguito sono state ampia­mente studiate dalla storiografia. Limitiamoci qui a ripercorrerne il profilo. All’origine della nuova alleanza concordataria tra il fascismo e le forze cattoliche che ancora, in gran parte, detenevano l’egemonia sul sociale, stava la volontà, avvertita a tutti i livelli della « coscienza » borghese, di erigere un argine storico contro il comunismo. Per quanto riguardava specificamente gli interessi del regi­me, l’accordo con la Chiesa avrebbe assicurato la « conquista » di quell’Italia reale (sopratutto l’Italia delle campagne) sulla quale il fascismo avrebbe potuto fondare finalmente un reale consenso di massa. La politica concordataria, avviata da Benedetto XV, venne favorita da Pio XI il quale detestava il socialismo e il comunismo, vedeva con simpatia il fascismo per la sua natura illiberale e come argine del bolscevismo. Intorno al 1923 il Vaticano prese le distanze dal partito popolare e fu indotto a stipulare gli accordi lateranensi anche per risolvere la crisi finanziaria che travagliava la Santa Sede. Tuttavia, nei disegni di Mussolini che sempre si era dichiarato anticlericale, la Conciliazione avrebbe dovuto alla fine risolversi in una subordinazione della Chiesa allo Stato.
Vi furono momenti di tensione nel 1931 quando il governo non permise l’attività sindacale e sportiva dell’Azione Cattolica; a parte questi momenti di tensione, i rapporti fra l’Italia fascista e la Santa Sede, fino al 1938, furono cor­retti », se non sempre cordiali. Se questo succede nelle linee generali, a noi, ora, preme approfondire il perché dell’ambiguo «compromesso » nel rapporto fra i due poteri, per quanto attiene l’educazione e la scuola. In realtà, se da un lato la Chiesa cede, talvolta anche per opportunismo, dall’altro lo Stato, nonostan­te le altisonanti affermazioni di principio, si piega a concessioni sempre più perico­lose. Nel 1921 l’Università cattolica di Milano, per opera di Padre Gemelli, so­stenitore del regime, ottiene la parità giuridica; nel 1923 la religione cattolica diventa « fondamento e coronamento » dell’istruzione primaria; nel 1924 entra come insegnamento facoltativo nelle scuole complementari e nei Magistrali. Nel 1925, e dai registri è evidenziato, gli ispettori delle scuole primarie sono accom­pagnati da una persona competente scelta dalle autorità scolastiche ed ecclesiasti­che per le visite verificanti l’ortodossia dell’insegnamento religioso.
Frattanto, l’ateo Mussolini dichiara che italiano, fascista e cattolico deb­bono essere la stessa cosa, ma, quasi con un colpo di mano, al fine di monopolizzare la formazione
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21. C.D.C. Reg. (1937-38), XXI, ins. A.S., classe III M., p. 2.
22. C.D.C. Reg. (1937-38), XXIV, cit., p. 1.
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extra scolastica dei giovani, istituisce l’Opera Nazionale Ba­lilla nell’aprile del 1926 a danno dell’Azione Cattolica. Ciò indigna e preoccupa la Chiesa e, come si è detto, il fatto crea grosse tensioni: si tenta di smussarle parificando le scuole private religiose con un ritmo sempre più rapido tanto da preoccupare lo stesso Gentile che nel discorso pronunciato il 12 Gennaio 1928, per la inaugurazione dell’Istituto Fascista di cultura di Napoli, deplora l’eccessiva avanzata clericale nel campo scolastico. Bisogna comunque dire che, per quanto riguarda l’educazione dei giovani, l’accordo non è basato solo su motivi di con­venienza politica ma anche sulla convergenza della pedagogia clericale e di quella fascista, cominciando dalla convinzione che educare significa guidare dall’alto, co­municare verità prestabilite. Vedremo adesso, attraverso brani dei registri, come l’ideologia fascista e l’ideologia clericale-cattolica nella scuola primaria tendano di fatto più che a confrontarsi, a fondersi e a corroborarsi vicendevolmente.
11 Febbraio 1929
Inizio dell’anno scolastico ed inagurazione ufficiale. La maestra trova lo spun­to per parlare ampiamente della Conciliazione. « Dal Municipio si passò in mae­stoso corteo in chiesa. Le piccole italiane cantarono un inno sacro che commosse. La gente assisteva estatica. Perché? Si era cristiani, si; si era religiosi, si; ma sotto la dittatura demo-massonica-popolare, la chiesa aveva perduto molto. Solo Benito Mussolini seppe spezzare l’incanto infido ed oggi la chiesa assurge alla sua millenaria dignità. Il regime fascista ha voluto che lo Stato non restasse più assente dalle grandi manifestazioni religiose del popolo e sanzionasse la necessità del rispetto e del riconoscimento del sentimento religioso. Così vuole la tradizio­ne e la costituzione della Nazione italiana, così vuole il più alto interesse della patria vittoriosa ».(23)
11 Febbraio 1929
« Si, il Papa ha fatto pace con il Re. — Quanto è buono Mussolini, è stato lui a far fare la pace al Papa col Re. Così dicevano stamattina le mie ragazzine nel corridoio. Abbiamo ingaggiato una conversazione in proposito. Dio bene­dica l’Italia, ebbe ad esclamare un giorno ormai tanto lontano, bimbe mie, Pio IX, allorché partivano per il campo le schiere dei volontari, chiamati dalla diana della prima guerra di indipendenza nel 1848. Era la prima volta che gli italiani affrontavano la morte per la libertà. “Dio benedica l’Italia ” ha esclamato la mattina del 12 febbraio dall’alto della basilica di San Pietro, un altro Papa, anch’esso di nome Pio, dinanzi alla folla che attendeva la parola paterna del Sommo Pontefice. Mie piccole, felici Voi, che vivete mentre nella cattedra di San Pietro, siede un grande Papa, sul trono d’Italia, un grande Re, mentre al Governo d’Italia è un grande Duce! La Chiesa e lo Stato si sono riconciliati mercè la forza di uno dei migliori figli d’Italia, di Benito Mussolini. Mercè la forza di S. E. Mussolini oggi la Croce di Cristo si immedesima con la Croce di Savoia e accanto ad essa irradia la sua luce nel mondo il Fascio Littorio ».(24)
14 Febbraio 1929
« Coll’intervento delle autorità civili e militari ieri ebbe luogo nella Chiesa Madre un solenne te Deum in ringraziamento al Signore per l’avvenuto accordo tra la S. Sede ed il governo italiano. Oggi ho spiegato agli alunni il significato dell’accordo ed i vantaggi scambievoli che ne
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23. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., pp. 3-4.
24. C.D.C. Reg. (1928-29), I, cit., p. 18.
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derivano. Per questa occasione mi sono trattenuto a parlare delle tre grandi figure che hanno voluto l’accordo. Il Papa, il Re e S. Eccellenza Mussolini, l’Uomo mandato da Dio per il benessere sociale e morale dell’Italia nostra ».(25)
15 Febbraio 1929
« Stamane ho comunicato agli alunni il grande avvenimento dell’accordo tra Chiesa e Stato auspice il nostro amatissimo Duce. Abbiamo insieme ricordato gli avvenimenti storici del 1870 e prima del ’70, fermandoci sulle figure più importanti, Garibaldi — Cadorna — Pio IX. Ho accennato allo stato d’animo degli Italiani (veri cristiani) da allora ad oggi e finalmente alla grande opera rigeneratrice di Benito Mussolini che col suo Governo Nazionale non tralascia ora che non pensa per la Patria Nostra e non vi apporta del bene. Sia sempre benedetto da Dio! ».(26)
12 Febbraio 1932
« Ho commemorato ai ragazzi l’anniversario della Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa rilevando l’importanza del grande evento che, dopo più di 60 anni, ha ridato agli italiani la tranquillità spirituale e la concordia di prima. Ho parlato della unità del Capo del Governo e Sua Santità ». (25)
« Ricordo agli alunni la fausta ricorrenza di domani per l’anniversario del trattato di Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato, rilevando l’importanza dell’av­venimento che ha ridato al popolo italiano la pace spirituale per virtù dell’Uomo che regge mirabilmente i destini della Patria ». (26)
11 Febbraio 1936
« Ho parlato della Conciliazione fra lo Stato e la Chiesa e ho fatto compren­dere la grande importanza che questa data ha nella nostra storia e l’opera meravi­gliosa svolta dal nostro Duce per ottenere tale accordo. Molti uomini avevano tentato la conciliazione, nessuno era riuscito allo scopo ». (27)
11 Febbraio 1938
« Parlo alle mie bambine della Conciliazione fra lo stato e faccio rilevare che l’artefice della pace è stato S. E. Mussolini, faccio ancora rilevare il vantaggio che portò all’Italia la Conciliazione ». (28)
11 Febbraio 1938
« Ho spiegato agli alunni la solennità di oggi, intrattenendomi alquanto sulla diversità degli intendimenti religiosi dei governi passati in confronto al­l’attuale. Questa solennità mi ha offerto l’occasione di parlare loro della persona del S. Padre e conseguentemente della autorità spirituale che egli esercita sui fedeli di tutto il mondo ». (29)
Febbraio 1939
« La radio stamane annunziava che il Papa Pio XI non è più! La scomparsa del Papa della
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25. C.D.C. Reg. (1928-29), III, cit., p. 20.
26. C.D.C. Reg. (192&29), IV, cit., p. 20.
27. C.D.C. Reg. (1931-32), IX, cit., p. 7.
28. C.D.C. Reg. (1932-35 ),XII, cit., p. 8.
29. G.D.C. Reg. (1935-36), XVII, Ins. B.F., Classe III M., p. 2.
30. C.D.C. Reg. (1937-38), XXV, cit., p. 3.
31. C.D.C. Reg. (1937-38), XXVI, cit., p. 3.
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Conciliazione, desta grande mestizia nell’animo degli italiani e del mondo, poiché il Grande Prelato che scompare, è il vero artefice della Con­ciliazione tra lo Stato e la Chiesa, Conciliazione che da più di 60 anni si ane­lava. Il nome di Pio XI, congiunto a quello di Benito Mussolini si troverà nella storia come fulgido esempio di Vero Vicario di Cristo ».
Dalle osservazioni e trascrizioni dei passi più salienti, si può constatare che questa celebrazione (11 Febbraio) non ha i toni alti ed elogiativi delle altre date fasciste. Addirittura dal ’38-39, non se ne parla più: sembra che morto il ponte­fice la data non abbia più grandi significati.
F) Il Mito dei Fasci di Combattimento
Come è noto, Mussolini aveva abbandonato il partito socialista, pur essen­done uno dei dirigenti e agitatori più rivoluzionari e pur avendo partecipato alla campagna interventista del 1914-15 in base al convincimento che la guerra contro gli Imperi Centrali avrebbe potuto scatenare la rivoluzione sociale in Italia. Ovviamente, non è questa la sede per rifare la storia degli « itinerari » politici della biografia mussoliniana, dalla formazione sindacal-rivoluzionaria » (con tutti i suoi travagli e con la confusa ideazione di una prospettiva di affermazione per­sonale attraverso una azione sempre più distanziata dagli ideali delle origini) alla scoperta accettazione del ruolo di supremo « condottiero » della reazione borghese contro le masse popolari e le organizzazioni del movimento operaio. Qui ci limitiamo a prelevare dai registri quei materiali che verificano come l’immagine oleografica del Duce si trasferisca nelle « forme » di una convinta rappresentazione di un eroe nient’affatto reazionario. La stessa paradossale inter­pretazione eroico-progressista (cioè intenzionalmente legata all’idea della « rivo­luzione » che può formarsi in una stratificazione culturale piccolo-borghese) si proietta dal Duce ai « fasci di combattimento » e allo « squadrismo ». Sono que­sti forse i segni del permanere « in basso », nonostante la storia tutta reazionaria del fascismo-regime, di quelle tensioni « giacobine » che Renzo De Felice ha indi­viduato nel fascismo movimento.
Il nome « fascismo » si collegava ai fasci di azione rivoluzionaria dell’inter­vento e al fascio parlamentare di difesa nazionale, fondato dopo Caporetto. Il movimento si poneva come erede della tradizione sindacalista-rivoluzionaria e di quella nazionalista. Puntava in due direzioni: reclamava all’Italia Fiume e la Dalmazia, faceva leva sulla . divisione fra ex combattenti ed ex neutralisti; dall’altro verso si atteggiava a movimento di sinistra, quasi a scavalcare il partito socialista. In realtà, anche se Mussolini aveva ancora le idee confuse, il fasci­smo era un movimento di destra, e per questo gli ambienti dell’alta borghesia milanese ne favorirono la nascita, pur non, attribuendogli troppo credito.
Mussolini, nel 1921, facendosi portavoce sia delle preoccupazioni padronali che del malessere che serpeggiava nel mondo del lavoro e della produzione, af­fermò che il fascismo doveva essere la sintesi fra le tesi del liberismo economico e le nuove forme del movimento operaio. Intanto dal 1920 già lo squadrismo fascista si affermò nelle campagne della Valpadana, Emilia e Toscana, campagne « rosse », distruggendo con violenza leghe e cooperative socialiste. Ma cosa poteva saperne la gente di scuola di tutto quello che succedeva dietro le parole altosonanti e inneggianti al Duce? Un « duce » pronto a tutto non per il successo d’un’idea, ma per il suo successo personale. Per l’impossibilità di sapere, creden­do, in buona fede, ad un’idea ecco cosa scrivono:
23 Marzo 1929
« Pensiamo che l’anno che sorge è quello in cui sarà celebrato il « Decenna­le della Fondazione dei Fasci di Combattimento », il che vuol dire — il « decen­nio della redenzione italica ».
Onore e gloria a Benito Mussolini, che contro i falli dei tristi giorni, nel marzo del 1919, chiamò a sè i buoni, i generosi, i neri italiani, e formò il primo « Fascio di Combattimento » deciso a infrangere in ogni modo, con ogni mezzo, il cerchio di odio e di follia nel quale si voleva strozzare la Patria.
Onore e gloria al Duce invitto che portò in Italia ordine, disciplina e lavoro per la grandezza e la potenza della Nazione. Salve, o Italia che t’assidi pari tra le potenze della terra, non più ancella negletta, ma signora temuta e rispettata. Salve o terra benedetta da Dio e da Dio prescelta perché sovra te sorridesse perenne il più bel cielo del mondo… Salve Patria, di poeti, di scienziati di Eroi! Salve! ».
23 Marzo 1929
« Oggi ho invitato gli alunni (che sono tutti Balilla) a prendere parte alla cerimonia che si svolgerà domattina in paese per la celebrazione dell’Annuale dei Fasci. Coll’occasione ho spiegato come ebbero origine i. Fasci di combattimento (provvedimento necessario e vitale per la Nazione che andava in sfacelo), e poi ho letto “Il Messaggio del Duce alle Camicie d’Italia” apparso sul “Giornale di Sicilia ” di stamane ».
23 Marzo 1933
« Le scolaresche ben inquadrate e con la bandiera in testa, hanno assistito alla audizione per radio del messaggio del Duce a tutte le Camicie nere, in occa­sione del quattordicesimo annuale della costituzione dei Fasci di combattimento, letto mirabilmente da S. E. Starace, segretario del Partito, dalla piazza S. Se­polcro di Milano, dove il 23 marzo 1923, Benito Mussolini pronunziò il memo­rabile discorso che infiammò di nuova fede e di nuovo ardimento i S. Sepolcristi ivi convenuti per decidere sui destini della Patria in pericolo per via del bolsce­vismo e della incapacità a governare degli uomini di allora al potere. I ragazzi si sono infiammati di fede purissima per il Duce e il Fascismo ed hanno applau­dito con deliranti evviva la fine del messaggio, gridando Duce! Duce! ».
23 Marzo 1933
« Stamattina in un’atmosfera di infantile entusiasmo si è celebrato e nono­stante salutato il decennale della fondazione dei Fasci di combattimento. La scolaresca poi inquadrata e in corteo si è recata nella via V.zo Madonia e lì meravigliata ha ascoltato il discorso per radio dell’On. Starace. Alla fine del discorso il corteo alla presenza e al comando del signor Direttore, all’entusiastico grido di “A noi! “, si è sciolto ».
23 Marzo 1936
« Ho parlato di S. E. B. Mussolini fondatore dei fasci di combattimento e della grande importanza di essi. I ragazzi hanno mostrato un certo interessa‑
mento ».
22 Marzo 1938
« Ho accennato della celebrazione di domani dicendo qualche cosa sulla fondazione dei fasci di combattimento ».
23 Marzo 1938
« Parlo alle mie bambine della fondazione dei fasci di Combattimento e fac­cio risaltare la figura del Duce ».
23 Marzo 1939
« Ho parlato ai ragazzi dello storico avvenimento: la fondazione dei Fasci di Milano per opera del Duce. Avvenimento che è stato l’inizio della meravigliosa ascesa della nostra grande Patria a luminose mete 10.
23 Marzo 1940
« Ho parlato alle mie scolare della Fondazione dei Fasci di Combattimento della la Grande adunata avvenuta a Milano in Piazza S. Sepolcro nel 1919. Be­nito Mussolini con i primi 145 fedeli, leva la sua parola di fede e di volontà, davanti ad un Paese paralizzato dal disordine, a un popolo imbestialito dai falsi apostoli, a una nazione senza più meta ».
6) Il Natale di Roma
21 Aprile 1929
« Oggi ho parlato alle mie scolarette del Natale di Roma e ho cercato di far loro
comprendere che Roma, la città eterna, la città dei . Cesari è la culla del Cristianesimo oggi, per volere del Duce Magnifico e dei suoi figli gloriosi. Essa è ancora una volta la regina del mondo, specie oggi che la Croce di Cristo s’im­medesima. « Che il sole non abbia da illuminare cosa più grande di Te! » cantò Orazio, nel suo carme secolare. E guarda Roma! I tuoi figli si adoperano perché il voto del Poeta sia più che mai soddisfatto. Hanno posto sotto il patrocinio del tuo Natale la loro festa del lavoro, perché nel tuo nome vogliono lottare e vince­re. Salve, Roma! ».
21 Aprile 1929
« Natale di Roma. Concentramento di tutti i Balilla in Piazza Municipio per prendere parte al Corteo ».
21 Aprile 1929
« Oggi si è celebrato il Natale di Roma, la eterna città che in ogni campo e in ogni periodo storico esercitò con illuminante e salda capacità quel compito di maestro dei popoli che la divina provvidenza le ha affidato. Nella Piazza Municipio alla presenza delle autorità civili e militari ebbe luogo il passaggio dei Balilla ad Avanguardisti. La festa venne coronata da un discorso di occasione del Signor Maestro Fiduciario »
20 Aprile 1929
«.Spiego agli alunni il significato della festa di domani per « Natale di Ro­ma ». Richiamo alla loro mente la storia delle origini di Roma. La grandezza di Roma di oggi pel volere del Gran Duce, Benito Mussolini ».
17 Aprile 1931
« Il 21 aprile sarà celebrata la V leva fascista. I Balilla che dovranno passa­re nelle file dell’avanguardia si recheranno a Palermo per il rituale giuramento. Oggi, il sig. Direttore ci ha riuniti tutti in una aula del Municipio, dove ha par­lato del Censimento voluto dal Governo e che avrà il suo pieno svolgimento il 21 aprile per il Natale di Roma. Disse i vantaggi e le necessità di questo censi­mento, come pure toccando il popolino ignorante, lo esortò a non credere a tutte le false dicerie che alcuni mettono in proposito in giro ».
21 Aprile 1932
« Italia Nuova celebra il Natale di Roma nel segno del Littorio e nel nome del Duce. Festa del lavoro e VI leva fascista. Il 21 aprile esprime la continuità della stirpe e la continuità del Regime: Leva Fascista e Natale di Roma sono due nomi di quella data; mentre il 21 Aprile celebra insieme la festa del lavoro. Tre date in una, tre momenti che si armonizzano in modo compiuto e perfetto, non soltanto nei programmi dei festeggiamenti ufficiali, ma anche nel cuore di ogni italiano ».
20 Aprile 1933
« Ho parlato ai miei alunni del « Natale di Roma » che, per volere del Duce, si accomuna all’esaltazione del lavoro. Ho detto che bisogna onorare la gloriosa tradizione millenaria oggi ricresciuta di nuova gloria per la concordia di opere e d’intenti di tutti gli italiani, e che abbiamo tutti il dovere di lavorare con la men­te e col braccio, perché è il lavoro che ci nobilita e ci fa forti onesti e virtuosi, e che col nostro benessere fa anche prospera e grande la Patria »
21 Aprile 1934
« L’Italia nuova celebra il Natale di Roma nel segno del Littorio e nel nome del Duce. Festa del lavoro e VIII leva fascista. Questo giorno è tre volte sacro alla Patria: ricorda l’origine della nostra stirpe e per volontà del Fascismo la data del 21 Aprile è data per così dire capitale per l’Italia: celebrandosi la festa del lavoro, si festeggia ciò che è la prima nostra necessità di vita: lavorare! Il Duce ha voluto che la celebrazione tornasse al suo primo splendore per dare più armo­nia a tutte le forze produttive della Patria! Dunque tre date in una ».
21 Aprile 1936
« Natale di Roma. Roma riconosce questa fatidica data e tutti la festeg­giano con amore. Il solco quadrato segnato con tenacia da pochi valorosi ha continuato fino ad oggi ad irradiare forza, civiltà e potenza a tutto il mondo in­tero, la Roma abbellita dai Cesari e dai Papi, la Roma resa potente dal fascismo e oggi la dispensatrice di pace e ad essa tende l’Europa ».
29 Aprile 1936
« Per disposizione di S. E. Ministro dell’Educazione Nazionale, ho illustrato alle alunne il valore storico, morale, sociale e politico della celebrazione del Na­tale di Roma, Festa del lavoro, durante la quale sono stati distribuiti in forma solenne i certificati delle pensioni ai lavoratori vecchi ed invalidi ».
21 Aprile 1937
« Ricorre il Natale di Roma. Questa festa ripristinata dal Governo Fascista ci ricorda la grandezza e la potenza di Roma imperiale. Il governo nazionale oltre a volere il benessere dell’operaio concepisce il lavoro come fine alla ricchezza nazionale. In questo giorno vengono inaugurate tutte le opere che il Regime in poco tempo ha compiuto. I vecchi operai e gli invalidi al lavoro ricevono il pre­mio delle loro fatiche, il libretto di pensione che viene ad assicurargli un certo benessere nella vecchiaia ».
11 Aprile 1937
« Alla presenza delle scolaresche e dinanzi al monumento dei Caduti, oggi si è rievocata la grande figura imperiale di C.A. La rievocazione del 1° Impero Romano si collega mirabilmente al clima d’Era Fascista, alla rievocazione di quello che Roma Imperiale fu, nel pensiero e nell’azione, nella virtù guerresca e nelle arti, nei secoli migliori della sua grandezza, a gloria e luce del mondo ».
21 Aprile 1938
« È un mistero pensare come nel corso di pochi secoli, l’oscuro villaggio di capanne sulla riva del Tevere si sia tramutato in una città gigantesca che contava i suoi cittadini a milioni e dominava il mondo con le sue leggi. Allora Roma, la città del fiume; nascente nel dolce alito primaverile, ebbe il saluto augurale della natura nel suo ritorno sempre nuovo e perenne. Oggi anniversario della cele­brazione della sua nascita ha quello dei popoli che riverentemente chinano la fronte dinanzi alla sua potenza e alla scienza sparsa lungo il cammino dei secoli. Ed il popolo italiano erede di tanta grandezza sostiene, soprattutto col lavoro, le sue aspre battaglie conseguendo le sue più fulgide vittorie contro avversari senza precedenti nella storia. Così Roma diventa simbolo della nostra fede e dei nostri ideali e la celebrazione della sua nascita diventa celebrazione della sua eternità ».
20 Aprile 1939
« Ho parlato alle mie scolarette della vacanza di domani 21 Aprile. Ho ri­cordato loro la nascita di Roma e ho illustrato, come meglio ho potuto, le rea lizzazioni del Regime in favore dei lavoratori e per l’indipendenza economica della Nazione. Ho esaltato il duplice aspetto dell’odierna data, Festa del Lavoro e Natale di Roma, illustrando la romanità presente e sempre ravvivata dal nostro dinamico Duce, che sulle orme di Roma eterna ha riaffermato la grandezza del­l’Italia Imperiale ».
21 Aprile 1939
« Roma è stata fondata il 21 Aprile dell’anno 758 avanti Cristo da Romolo. Piccolo ed umile villaggio in breve tempo quel popolo di rozzi pastori fra tutti si era imposta la disciplina interiore necessaria ad una collettività nazionale per raggiungere mete gloriose. Prima il Lazio poi l’Italia cadono sotto il domi­nio di Roma e le terre bagnate dal Mediterraneo. E così perseverando nella lotta, le armi romane di vittoria in vittoria amplificano sempre più il loro dominio. Roma diventa grande e nel suo cammino espansionistico non si ferma mai, ma ascende sempre gloriosamente fino a diventare ” Caput Mundi “. Con Giulio Ce­sare ed Ottaviano, fondatore dell’Impero, Roma diventa la Capitale del mondo. Ciò avvenne nel giro di quasi 10 secoli. Il Duce non poteva tralasciare questa fatidica data del 21 Aprile e ha sentito di solennizzarla chiamando questo giorno festa del Natale di Roma e del Lavoro. Ecco quanto scrive il Duce in proposito: Già la visione di questa Roma futura sorride al mio spirito. Vive già come una certezza. Occorre perciò la virtù tipicamente romana: la sua silenziosa tena­cia. Questa virtù deve diventare patrimonio di tutto il popolo romano italiano. È questo l’auspicio che tragga oggi, annuale del giorno in cui Romolo tracciò col solco nella terra e col comandamento ai compagni della sua tribù, il segno del suo infallibile destino ».
21 Aprile 1940
« Tra il più vivo schietto entusiasmo, ha avuto oggi alla presenza delle locali Autorità, di tutti gli iscritti alle Organizzazioni Sindacali del Partito e della G.I.L. e di numeroso pubblico, la celebrazione della ricorrenza del Natale di Roma, la consegna dei certificati di pensione per invalidità e vecchiaia ai lavori dell’agri­coltura e la consegna dei diplomi d’onore alle madri prolifiche care al Duce, per l’apporto da esse dato al potenziamento della razza. Il camerata dott. Nuara, ha illustrato il significato della celebrazione, mettendo in rilievo le realizzazioni so­ciali del fascismo, i risultati della battaglia per l’assalto al latifondo e tutte le previdenze adottate dal Regime Fascista a favore dei lavoratori agricoli che rap­presentano la forza viva ed operante della Nazione agli ordini del Duce. La simpatica cerimonia si è iniziata e chiusa con un entusiasmico saluto al Duce ».
22 Aprile 1939
« Commemoro ai ragazzi la data di ieri 21 Aprile e parlo loro della nascita di Roma e del lavoro assunto a nobiltà per voler é di Mussolini ».
3. L’Italia imperiale. Dalla crisi alla guerra d’Etiopia
Nel 1932, proprio grazie alla crisi economica mondiale, le fortune del fasci­smo, dopo 10 anni di governo in Italia, erano in netta ascesa in tutto il mondo.
Le celebrazioni del decennale nel Paese avevano rafforzato il regime. Ma poiché la politica estera di Grandi aveva fatto fallimento, cominciarono a maturare nell’animo di Mussolini le linee di un disegno che si sarebbe sviluppato con la guerra di Etiopia. Così egli riassume il Ministero degli Esteri e nell’ottobre del ’32 afferma (e lo leggiamo anche nei registri): « Fra un decennio l’Europa sarà fascista o fascistizzata ». Con il successo della guerra di Etiopia la profezia sembrò avverarsi anzitempo ed esaltò l’animo degli italiani, nei quali dal 1927 in poi prevalevano sentimenti di indifferenza e distacco. Mussolini con arte demagogica e propagandistica — riprendendo i vecchi temi nazionalistici dell’Ita­lia proletaria — seppe galvanizzare le masse, presentando la guerra in Etiopia come un’impresa che un Paese povero faceva per acquistare ai propri figli un minimo di benessere. Intervennero l’Inghilterra e la Società delle Nazioni, la cui opposizione all’impresa etiopica diede la sensazione agli italiani di patire una ingiustizia. Questo fu l’elemento decisivo per farli stringere attorno al governo fascista. Fu il momento decisivo della trasformazione del regime in vera e pro­pria « dittatura di massa »: l’affermazione più ampia e incontestata del potere personale di Mussolini, in sintonia non proprio con gli interessi, ma con le pas­sioni di vasti strati popolari, per i quali la conquista dell’Impero non era proprio un avvenimento da intendersi in termini di contingente conquista militare ma di diritto storico e di appagamento di istanze che la tradizione nazionalistica, soprattutto meridionale — dai tempi di Corradini e del « Regno », dai tempi giolittiani de « La Voce » —, poneva direttamente nel popolo. Era, quello che appariva nel .Sud, soprattutto il « volto » non imperialistico, il volto benefico dell’impresa coloniale rappresentata come « missione di civiltà » e come stru­mento per risolvere i problemi della miseria, in gran parte legati alla « fame di terra » e di lavoro.
Dunque — come si vede ampiamente nei registri della nostra scuola — il fascismo riuscì a rimobilitare e ad utilizzare demagogicamente i fattori « umora­li », un po’ « romantici » se si vuole, di quella tradizione particolare del colo­nialismo italiano che Lenin aveva esemplarmente riassunto nel concetto-imma­gine di « imperialismo straccione ».
In quel contesto, l’italiano, a cui mancava l’orgoglio della « razza bianca », amplificò il motivo propagandistico della schiavitù da debellare nella barbara Etiopia; e temi analoghi — che nell’uso del regime assolvevano un ruolo di immediata giustificazione — si collegarono alla manovra internazionale per di­fendere l’Italia dall’accusa di « aggressione » ingiustificata, sollevata dalla So­cietà delle Nazioni. Questi temi, alla base della società italiana, erano assunti come articoli di fede, e alimentavano una interpretazione tutt’altro che imperia­listica della guerra d’Etiopia. Non a caso gli insegnanti della scuola di Terra­sini — con una candida soggezione alle tesi propagandistiche che non poteva certo essere soltanto frutto di opportunismo — lasciano trapelare dai loro reso­conti un’«idea della guerra» che è, alla fin fine, l’espressione di una profonda vocazione alla pace: non tanto la «pace romana» esaltata da Mussolini nel discorso di fondazione dell’Impero, ma la pace e basta. 
In altri termini, anche la guerra di Etiopia è accolta benevolmente dalla coscienza popolare in quanto e perché «guerra giusta», quasi imposta dal do­vere di battere la prepotenza dei veri oppressori storici dei popoli, cioè delle «plutocrazie» colonialistiche guidate dalla Gran Bretagna. Negli anni successivi il «pacifismo» (che avrà un ultimo e ben poco credibile momento di demagogia internazionale sulla esaltazione del ruolo svolto da Mussolini al tavolo dei nego­ziati di Monaco nel 1938) si ribalta e si perde del tutto nel tentativo di appron tare una base di consenso di massa al progetto imperialistico hitleriano, al quale l’Italia si associa con il « patto di acciaio » e con la formazione dell’Asse Ro­ma-Berlino. La guerra di Spagna — momento caratteristico di quella nuova fase espansiva e guerrafondaia del regime — diventa tanto per il fascismo quanto per l’antifascismo una cruciale occasione di scontro frontale. Al di là della stessa drammatica vicenda militare, la Spagna diventa la discriminante di due « co­scienze » che radicalizzano i termini ideologici delle loro rispettive identità. La partecipazione italiana a una guerra che ha, pertanto, marcati aspetti di scontro ideologico viene presentata  -come è noto- nei termini di un coraggioso im­pegno di lotta contro la barbarie comunista. Su questa piattaforma propagandi­sta -Mussolini e Franco difensori della civiltà occidentale e condottieri di una sorta « di guerra santa »- avviene il congiungimento tra i temi di un fascismo ormai entrato nell’orbita hitleriana e la cultura di base, la cultura invincibilmente cattolica, della piccola borghesia italiana e soprattutto dei « pic­coli intellettuali » che popolavano, a livello docente, le scuole.
L’occasione della guerra di Spagna è dunque sfruttata al massimo dal regime per strumentalizzare  -ai fini della formazione di un clima guerrafondaio, deci­samente antipacifista, di radicale avversione alle «democrazie» oltre che al bol­scevismo- gli enormi potenziali di mobilitazione ideologica della cultura cat­tolica: il fascismo si autorappresenta come la forza di una « Crociata » inevita­bile contro i nemici di una civiltà europea, che a Berlino era rappresentata come sintesi dei valori ariani minacciati dall’ebraismo internazionale, e in Italia come sintesi di valori borghesi-fascisti e borghesi-cattolici.
La guerra, in quanto « guerra ideologica »., comincia ad apparire giustificata anche ai maestri di Terrasini che filtrano, alla base di una « società rurale », e vivono, come testimonianza della loro fedeltà ai valori tradizionali, le vicende dell’esperienza nazifascista in Spagna; preludio della seconda guerra mondiale.
Ottobre 1935
« I nostri alunni che vivono la vita della nazione in questi giorni: i loro cuoricini hanno sussultato, hanno gioito più che mai per le grandi vittorie ita­liane. I nostri valorosi soldati comandati dal maresciallo Badoglio sono entrati nella capitale etiopica. L’impero del Leone di Giuda è tramontato.
Il tricolore italiano sventola su Ghebbi imperiale di Addis Abeba, appor­tatore di civiltà e disciplina. La redenzione trionfa sulla schiavitù millenaria e Roma riprende nella storia il posto affidatole da Dio».
14 Novembre 1935
«Attualmente fra le mie piccole è impegnata una vera gara per la raccolta dei rottami di ferro e di rame che saranno presto pallottole e cannoni che ci aiuteranno a vincere la guerra ».
18 Dicembre 1935
«Oggi, essendo trascorso un mese dalla data delle sanzioni mi sono intratte­nuta con i miei ragazzi a parlare dell’iniquità di tale gesto compiuto dalle altre nazioni contro l’Italia e della disciplina e ubbidienza che in tale occasione ha mostrato il popolo italiano verso il suo Duce. Ho parlato del gesto sublime compiuto da tutte le donne d’Italia di ogni ceto, dalla regina all’umile folla di tutte le Madri e le spose che hanno offerto i loro anelli all’altare della Patria ».
« Offerta dell’oro o giornata della fede. Si è svolta oggi in mezzo alla com­mozione generale una nobilissima ed importantissima cerimonia: l’offerta alla Patria delle fedi nuziali. Ho detto ai ragazzi che non è il valore dell’oro che conta, in questo momento, ma il sacrificio e la fede della popolazione che si dichiara pronta a qualsiasi evento. Il gesto delle donne romane a distanza di tan­ti secoli viene ripetuto dalle donne italiane con slancio ed entusiasmo fra l’am­mirazione del mondo che osserva stupefatto in silenzio. È il momento in cui la Patria attende lo sforzo ed agogna il sacrificio dei suoi figli, da cui nascerà la rigenerazione e la gloria ».
23 Dicembre 1935
« Nel giorno della fede (18-12-35), nel giorno, come ha detto Mussolini, di fede del popolo italiano nei suoi diritti giorno di fede sicura e indefettibile nei destini della Patria, ho consegnato al segretario del Fascio locale il mio anello nuziale e quello di mio marito, invocando innanzi a Dio vittoria».
Ottobre 1935
« Il nuovo anno scolastico trova la patria in armi. Un nemico irriducibile non ha ancora compreso dopo 50 anni di vicinato che l’Italia non cerca brighe nel mondo, ma soltanto un posto, un posto al sole per i suoi figli, per cui ci ha costretto alla guerra per garantire la sicurezza delle nostre colonie del Mar Rosso e per assicurare alle schiere dei nostri lavoratori un domani meno incerto e duro. Tale guerra si sarebbe evitata, se una nazione che fino a ieri si dichiara amica, non fosse sorta ad appoggiare e garantire il nostro nemico. Altri popoli sono sorti ad opporsi all’Italia ma l’Italia alle provocazioni straniere, l’Italia nella persona del Duce, risponde inviando le sue balde Divisioni nell’Africa Orientale. La patria è in armi. Ai giovanetti che come negli altri anni verranno a noi per i propri doveri scolastici e che forse avranno la pupilla velata di commozione per l’avvenuta partenza dei loro cari, diciamo perché la Patria è in armi.
Spieghiamo ai fanciulli perché il nostro popolo è stanco di andare per il mondo a fare col proprio lavoro la fortuna degli altri, spieghiamo perché abbia­mo bisogno di un posto al sole che sia ampio e remuneratore, perché contro di noi — leali e generosi sempre — si accanisce lo straniero insaziabilmente ra­pace».
2 Ottobre 1935
« Data storica che rimarrà nella mente degli italiani. Tutto il fascismo in piedi, stretto intorno alle insegne del Littorio, compatto e impetuoso, animato dal nome prodigioso di Mussolini, nella compattezza di spirito ha riconfermato l’unione e la solidarietà del disciplinato popolo italiano, nella grandezza che la storia gli ha consegnato e che il sangue dei Caduti ha consacrato. Sono le 15,30 precise: urli di sirene, suoni di campane, squilli di tromba, salgono ovunque dalle varie città e villaggi al cielo d’Italia. È il segnale dell’adunata generale. E, in men che non si dica, fiumane di popolo si riversano per le vie della città, schiere di fascisti marciano inquadrati ovunque e vanno alle loro sedi cantando.
 È un movimento indescrivibile, è un momento febbrile in tutto il popolo d’Italia sorto in un sol attimo al cenno di un sol uomo. Il popolo freme, impaziente di sentire il messaggio del Duce che non tarda ad essere dato. Con voce altissima, scandendo le parole il Duce pronunzia il suo storico discorso. Tutti ascoltano con religioso silenzio, applaudendo ad ogni periodo, frase, parola di fede ».
13 Ottobre 1935
« L’Italia nel Settembre del 1911 dichiara guerra alla Turchia per liberare la Libia dal dominio turco, il 5 Ottobre cominciò la guerra terminata con la vittoria italiana il 12-10-1912.
Dopo 24 anni il 2 dello stesso mese, l’Italia ricomincia la guerra in Africa nella speranza di poter liberare anche l’Abissinia dal barbaro governo del Negus e la vittoria sarà assicurata sotto il governo del Duce Benito Mussolini ».
5 Maggio 1936
« Grande, solenne, strepitosa dimostrazione sia delle alunne che di tutti i cittadini del nostro paese per l’occupazione di Addis Abeba, partecipata dal Duce all’Italia e al mondo intero per mezzo della radio ».
6 Maggio 1936
« L’Etiopia è italiana, la guerra è finita, la pace è ristabilita nel mondo.
Così ha detto il Duce Magnifico che tenacemente volle la grandiosa storica impresa! Con calorosi Alalà al Re al Duce ai combattenti in Africa Orientale e con canti patriottici, abbiamo stamane salutato la grande vittoria che riconduce le Aquile di Roma sulle vie di Augusto » 10.
11 Maggio 1936
« L’Impero è risorto, il Duce ne è il fondatore e Vittorio Emanuele III aggiunge al titolo di Re, quello di Imperatore. Ciò ho detto alle mie piccole che levandosi in piedi hanno gridato: — viva il Re Imperatore, viva il Duce » li.
18 Novembre 1936
« Data indimenticabile per tutto il popolo italiano: anniversario dell’assedio economico.
Ricordo alla mia scolaresca l’ingiustizia che colpì il nostro popolo sin dal trattato di Versaglia, quando nella ripartizione dell’ingente bottino coloniale si accrebbero le ricchezze delle potenze già ricche, mentre si negò all’Italia persino “un po’ di posto al sole “, come afferma il Duce.
Spiego come l’Italia colpita nell’organo principale della sua vita piuttosto che avvilirsi e soccombere, seppe resistere con fierezza e ammirazione; ed oggi, dopo un anno è più forte e più potente di prima ».
Giovane maestro, appena ventiquattrenne nel 1937-38, si trova in una quarta classe maschile e nella cronaca riporta tutto l’entusiasmo e lo spirito gio­vanile dell’ideale guerriero che Mussolini, con le famose parole d’ordine, era riu­scito a creare.
Se fino al 1931-32, gli insegnanti si adoperavano per la fascistizzazione, ora questa serve ad un altro scopo: esaltare la grandezza della Patria attraverso il mito della guerra. Infatti:
« La nuova generazione di Mussolini che ha dato al Fascismo la possibilità di diventare un modo di vita, festeggia oggi con un rito semplice e fiero la festa del Balilla.
L’eroico quindicenne vive ancora oggi tra i nostri piccoli Balilla, circonfuso della più pura aureola di patriottismo.
E il suo nome si perpetua nelle nostre falangi come monito alle nuove generazioni che crescono e che marciano verso mille vittorie. Sicché per esse la rivoluzione non avrà più fine, essendo il sacrificio già stabile legge di vita e di trionfo ».
8 Maggio 1937
« Il Ministro per l’Educazione Nazionale, considerata la particolare solen­nità per la ricorrenza del primo annuale della Fondazione dell’Impero, ha sta­bilito che i giorni 8-9-10 sia vacanza ».
28 Ottobre 1937
« Il secondo 28 Ottobre Imperiale spunta pieno di luce in questa nuova alba sacra alla gioventù eroica d’Italia.
A distanza di pochi anni dalla Marcia su Roma, il nostro paese vive la sua vita operosa e ordinata, mentre le giovani generazioni inquadrate sotto le potenti insegne del Littorio marciano con passo deciso e regolare incontro al nostro eterno destino.
I miei ragazzi entusiasti ascoltano con attenzione quanto dico loro. Nei loro occhi si legge la fierezza di appartenere all’Italia di Mussolini. Sono contenti di essere Balilla, perché sanno che i Balilla sono i figli più amati dalla Patria, dal Re e dal Duce ».
4 Novembre 1937
«4 Novembre 1918. Racconto alle mie bambine lo scopo della guerra Italo-Austriaca; racconto le angarie e i soprusi degli Austriaci e la necessità di detta guerra, narro i grandi sacrifici dei nostri, della vittoria riportata sul nemico e faccio loro comprendere che quella vittoria segnò per l’Italia una tappa grandiosa che non si è arrestata e non si arresterà. Quella tappa portò alla rivoluzione fa­scista la quale a sua volta preparò la conquista dell’Impero ».
4 Novembre 1937
« La nuova giovinezza d’Italia, temprata alle più aspre battaglie della vita, saluta oggi la gloria di Vittorio Veneto e la potente grandezza della Patria. Per essa lottano i cuori giovanili dei nostri figli che portano nella scuola quell’atmo­sfera di italianità che il fascismo ha saputo’ sapientemente creare. I miei scolari sanno della nostra partecipazione alla guerra mondiale e dell’incremento portato alla vittoria comune. In questa nuova era di entusiasmo, i loro cuori sono tutti per il nostro Capo e per la nostra santa terra per cui sapranno scattare contro chiunque ».
11 Dicembre 1937
« Ho commemorato la storica giornata delle fedi, quando il popolo intero con ardore offrì alla Patria il caro pegno della sua vita coniugale. Contro le inique sanzioni abbiamo risposto col nostro sacrificio e con la nostra tenace volontà, dinanzi a cui si sono infrante le deboli iniziative delle 52 nazioni colle­gate. L’eroica vittoria italiana segna un passo decisivo nella storia della nostra grandezza e gli scolari lo sanno ».
4. L’Italia della disfatta
A) Dall’Impero alla Grande Guerra
Dal 1935-36, sulla celebrazione della « Marcia su Roma » prevale l’apologia della vittoria d’Etiopia con una quasi contestuale campagna contro le « inique sanzioni » imposte dalla «turpe» Società delle Nazioni manovrata dall’Inghil­terra e dalla plutocrazia internazionale.
La data della «rivoluzione fascista» è sentita con sempre minore intensità e partecipazione emotiva. Poi, a partire dall’esplosione della guerra mondiale, as­sumerà sempre più il valore di uno sbiadito riferimento ad un passato ancora ritualizzato, ma con l’emergente consapevolezza della drammatica precarietà del presente che pone di fronte allo imperativo di vincere una guerra le cui « ragio­ni », per quanto riguarda l’Italia, sono genericamente presentate e riassunte dal tema della lotta all’« ingordigia inglese ». Si noterà tra le righe la difficoltà di inventare altre « ragioni » della guerra se non quelle proposte — e quindi im­poste — dalla propaganda di regime. Nonostante l’accoglimento di tutti gli argo­menti ufficiali, non è dato rilevare alcun reale segno di entusiasmo dei maestri di Terrasini per la guerra. Dalla « Marcia su Roma » all’alleanza con il nazismo si è svolto un itinerario che, per alcuni versi, sembra adesso disorientante e difficile da « giustificare ».
Ci si limita a segnalare, quasi con freddezza burocratica, che la Germania, l’avversario storico dell’Italia, « il nemico di ieri è diventato il migliore alleato di oggi ».
La « didattica della guerra » è estremamente povera e non ha alcuna reale e avvertita « proposta educativa » o « pedagogia » sulla quale fondarsi.
Maggio 1938
« Hitler in Italia. L’Italia che non può e non deve dimenticare che la Ger­mania Hitleriana nell’infausto dì delle sanzioni, favorì ed esaltò la nostra azione politica e militare, tributa oggi la festosa e fastosa accoglienza al Capo della nazione Germanica ».
28 Ottobre 1938
« Oggi si è celebrato il XVI anniversario della Marcia su Roma e III della fondazione dell’Impero Etiopico.
La cerimonia si è svolta in tutta autorità e disciplina.
Con l’intervento delle autorità civili, militari e politiche e degli Organizzati del Fascio e con il concorso del popolo, il corteo ordinatamente sfilò per le vie del paese inneggiando al Re, al Duce, all’Italia, all’esercito vittorioso in Etiopia ».
18 Dicembre 1938
« Nel nostro calendario fascista abbiamo aggiunto stamane questa data 3 volte cara al nostro cuore di italiani: inaugurazione della nuova provincia di Littoria, giornata della fede, e oggi inaugurazione della nuova città di Car­bonia. L’opera del nostro duce non ha tregua e segnerà nella storia il secolo della nostra potenza ” Potenza in tutti i campi da quello della materia a quella dello spirito ” ».
28 Ottobre XVII
« Oggi finisce il XVII Anno dell’Era Fascista: quante opere, quanti lavori, quante innovazioni in questi diciassette anni e quanto cammino ancora da fare! Il Duce al timone, il Duce comanda!
A noi gregari « lavorare e tacere! ».
Così parlo ai miei bambini e mostro loro un album di opere e di cultura fascista. Mi guardano estasiati e con mia grande soddisfazione comprendono e mi guardano con avidità.
Domani è festa: avrà inizio il XVIII anno dell’era Fascista ».
26 Gennaio 1939
« Presa di Barcellona. Stamane in classe abbiamo inneggiato alla vittoria dei nostri legionari in Spagna ».
Febbraio 1939
«È arrivata una circolare del comandante federale della G.I.L. avvertendo che il 6 marzo prossimo verrà per la visita alle organizzazioni della scuola. Sicco­me la visita verterà oltre che sull’addestramento militare e sulla cultura fascista, anche sul canto corale, io mi sono premurata a ritirare la musica dell’Inno Impero. Eccoci alla prova! Si attende il comandante federale. Le nostre sco­laresche sono ben disposte in Piazza del Duomo. Tutto è a posto: le centurie in divisa sembrano un amore. Uno squillo di tromba. Il Comandante Federale è tra noi. Con Lui c’è l’Ispettrice Federale della. G.I.L. femminile. Eccoci all’opera. Tutto riesce bene.
Il R. Provveditore, venuto con il Federale, tiene un elevato discorso facendo rilevare la figura dell’educatore, dell’insegnante che ha sempre dato prova di lavoro e di abnegazione. Il Comandante Federale ha chiuso la cerimonia inneg­giando la scuola fascista».
Marzo 1939
« Grandi e svariati avvenimenti si sono svolti in questi primi mesi del­l’anno ’39, avvenimenti di grande importanza storica e politica, che hanno fatto trepidare gli animi, poiché si è temuto di cascare nella sciagura di una disastrosa guerra mondiale fino oggi evitata.
Nel gennaio la guerra spagnola che ha determinato finalmente il crollo dell’esercito rosso e l’occupazione e la restituzione del territorio alla Spagna na­zionale.
Nel Febbraio la morte di Pio XI che ha colpito la Cristianità e che ha avuto un’eco mondiale e la conseguente elezione del nuovo Papa Pio XII il 2 marzo. Il governo rosso si è trasferito a Madrid.
La Spagna rossa è dilaniata da lotte intestine.
Alcune città insorgono: Cartagena è occupata dai comunisti, Madrid soffre la fame e attende il giorno della liberazione. Gli eventi precipitano, il popolo spagnuolo è stanco del lungo martirio: siamo forse verso la fine del sanguinoso dramma! ».
Marzo 1939
« La vittoria di Franco che è anche vittoria italiana suscita fantasticherie e timori da parte della Francia, la quale intravede che l’Italia debba ora fare delle richieste alla Francia. Per questo la Francia ha fortificato le coste della Tunisia, importandovi truppe e mezzi bellici, e d’altro lato ha intrapreso una vera perse­cuzione agli italiani ivi residenti, tanto che questi sono stati costretti ad abbando­nare tutto e ritornare in Italia, ove sono accolti fraternamente.
Nuovi avvenimenti si svolgono nella Cecoslovacchia e accadono in Praga e le truppe ungheresi occupano l’Ucraina. Tale momento, si credette sulle prime, avesse potuto degenerare una guerra.
Sembra invece, ora, che la cosa non abbia avuto alcun seguito. La Cecoslo­vacchia si è scissa e la Slovacchia ha un governo indipendente sotto il protetto. rato della Germania ».
Marzo 1939
« Ho ascoltato alla radio il discorso della Corona pronunziato dal Re Impe­ratore, alla trentesima legislatura, prima della Camera dei Fasci e delle Corpo­razioni.
I punti trattati, dopo d’aver brevemente detto delle vittorie dell’Italia Fa­scista, avute fino oggi, certamente non contrastate ed avversate della politica estera (Sanzioni della Società delle Nazioni), sono stati quattro: Amicizia tra i due governi Italia e Germania: Asse Berlino — Roma: relazioni con gli altri stati, la lotta per l’autarchia; la scuola e il nuovo Codice che si baserà sulla Carta della Scuola ».
Marzo 1939
« Oggi ha avuto luogo nello Stadio del Foro Mussolini a Roma il Gran Rapporto del Duce agli Squadristi che sfilarono dinanzi al Duce sul nuovo ponte Duca d’Aosta.
Il Duce ha pronunziato un magnifico discorso addimostrando sempre più al mondo la sua dottrina, la sua grandezza, la sua volontà di pace. Il discorso può considerarsi un costruttivo contributo alla pace, una base per potere intavolare rapporti con la Francia. Nel suo eloquente discorso politico il Duce ha principalmente rievocato le grandi lotte e le vittorie sostenute sin dalla vigilia. Ha fatto un consuntivo gigantesco di quello che ha fatto il Fascismo in questo primo ventennale e ha detto che il Fascismo non è che al principio della Rivoluzione.
Ha parlato dell’Asse Roma-Berlino, dichiarando che quanto è avvenuto nell’Europa doveva accadere. Ha detto quali le nostre rivendicazioni. Ha fatto rilevare la necessità di doverci ancora più armare a costo di grandi sacrifici per­ché la vittoria sta nelle parole: credere, obbedire, combattere.
Il suo discorso è stato ascoltato con grande entusiasmo ».
Marzo 1939
«Come è stato previsto dal Duce… fra qualche giorno, fra qualche ora la magnifica Fanteria darà l’ultimo colpo a quella Madrid.., ecc. ecc., oggi la Spagna ritorna al governo nazionale, infatti le truppe nazionali hanno invaso e liberato Madrid e continuano la loro marcia trionfale nella restante zona ancora fino ieri in possesso dei rossi ».
28 Marzo 1939
« Sconfitta dei rossi! Me l’annunziano le mie piccole appena entro in classe e con la più evidente soddisfazione sul volto.
Vorrebbero festeggiare la vittoria con una passeggiata ma sono raffreddata e non si può ».
Aprile 1939
« Durante la settimana santa, un altro avvenimento di grande importanza ha fatto palpitare gli animi degli Italiani. Le nostre truppe occupano l’Albania.
Il popolo albanese cede senza resistenza alcuna e anzi accoglie le nostre truppe benevolmente.
Re Zog e il suo seguito fuggono in Grecia abbandonando il governo, si temette sulle prime che questo poteva essere l’incentivo d’una guerra mondiale.
Pare che questo pericolo sia scampato dopodiché nessuna delle nazioni av­versarie si è mossa e d’altra parte l’intervento dell’Italia appare al popolo alba­nese come azione liberatrice, essendo da tempo in qua quel popolo caduto nella lotta dei partiti interni.
L’Italia con l’occupazione viene a ristabilire l’ordine dando un governo serio e forte ».
10 Aprile 1939
« Stamane le alunne P.P.I.I. della III, IV e V classe hanno svolto il tema: — Credere — Obbedire — Combattere —,. inviato dal comando Federale della Gioventù. Le bimbe secondo la loro età e la loro capacità hanno spiegato il significato del Motto » 14.
11 Aprile 1939
« Ritorno a scuola dopo le vacanze di Pasqua le mie piccole mi vengono incontro festanti.
— Signora! abbiamo preso l’Albania —. Diventiamo sempre più ricchi.
Commentiamo il grande avvenimento, leggo qualche brano del giornale e poi segno sulla carta geografica la Nazione amica ».
13 Aprile 1939
« L’Albania offre la corona al nostro Re: ogni giorno una vittoria — dice la piccola S. La Francia e l’Inghilterra mordono la polvere.
Abbiamo concluso i commenti cantando l’Inno all’Impero e al Duce ».
5 Maggio 1939
« Parlo alle mie scolarette dell’occupazione di Addis Tbeba (5-5-1936) e come meglio posso faccio rilevare alle stesse bambine l’eroica avanzata e il valore delle truppe italiane che portò alla conquista dell’Impero.
Il mio racconto, nella coincidenza della gloriosa data, ha lo scopo di impri­mere nell’animo delle mie piccole ascoltatrici il sentimento di venerazione e di riconoscenza per coloro che si sacrificano per la civiltà nel mondo e per la grandezza dell’Italia, nostra cara ed amata Patria ».
9 Maggio 1939
« L’Impero.
Questa data ci ricorda il giorno 9 maggio 1936, giorno in cui quattro mi­lioni di cittadini aspettavano che il Duce desse al mondo una importante comu­nicazione attraverso l’etere. E la sua voce echeggiava, in tutto il mondo infatti annunziando la grande vittoria italiana e la fondazione dell’Impero d’Etiopia. È tutta una vittoria dell’Italia Fascista che guidata dalla ferrea volontà d’Un Uomo continua imperterrita nella marcia trionfale che non si arresta e non conosce ostacoli. Vane furono le inique sanzioni economiche, vano ogni ostacolo, la fede, il valore, la tenacia italiana hanno trionfato ».
28 Ottobre 1939
« Parlo ai miei alunni della Marcia su Roma, mettendo in confronto i due movimenti politici che hanno interessato la nostra Patria nel Novecento. Vedo che i miei piccoli cominciano ad interessarsi e qualcuno mi domanda come mai gli italiani sapevano vivere in mezzo a quel disordine creato dal partito sovver­sivo, quando ora dimostrano di essere e di avere sentimenti tutti diversi da quelli socialisti.
Dico loro che il popolo italiano come massa ” era sano ” ma erano i capi sovversivi che aizzavano i non italiani di sentimento per trascinare le masse. Termino la scuola facendo cantare Giovinezza e il Piave ».
Ottobre 1939
« Come già prevedevo, quest’anno ho molto da lavorare per ricavare poco frutto.
Gli alunni (IV classe) sono degni di una modestissima II elementare; non sanno leggere, non sanno la tavola Pitagorica, non conoscono niente di gramma­tica ma sono profondi in religione.
Questo è l’errore che si fa in tutte le scuole d’Italia. La classe III maschile deve essere data ad uomini ed uomini insegnanti scelti se si vuole creare l’ita­liano nuovo.
Con ciò non intendo offendere le insegnanti perché nel campo istruttivo possono fare, se vogliono, quanto i maestri, ma non potranno mai, tranne qual­che eccezione, uguagliare gli insegnanti (maschi) nel campo della formazione del nuovo italiano come lo vuole il Duce. Se si continua in questo errore, si creeranno dei probi cittadini ma con sentimenti di preti, non di guerrieri come per adesso ha bisogno ogni Nazione che si vuole far rispettare e temere ».
Dicembre 1939
« Con brevi – parole illustro ai miei Balilla qualche episodio della grande guerra.
Guerra che ha segnato il risorgere dell’Italia e l’inizio dell’Impero creato dal Duce. Entusiasmo i ragazzi con qualche periodo della guerra di Spagna che ho vissuto perché anche in questa tremenda guerra sono stato volontario. Ho preso lo spunto di queste date perché mi ricordo il Natale passato nelle trincee di Spagna prima che si occupasse Barcellona » 21.
B) 1940 – La Guerra
20 Maggio 1940
« Per ordine di sua eccellenza il Ministro Bottai, le scuole di qualsiasi ordi­ne chiuderanno il 31 maggio p.v.; Gli scrutini aventi valore di esame — si faran­no entro detto giorno e ciò per il quasi sicuro intervento dell’Italia nella guerra franco-inglese-tedesco per l’affermazione dei suoi interessi nel Mediterraneo e nel mondo! ».
«È pervenuto l’ordine della chiusura della scuola poiché gli eventi bellici precipitano e la nazione si prepara ad una guerra.
Il 27, 28, 29, di questo mese si farà lo scrutinio ».
30 Maggio 1940
« Il Ministro dell’Educazione Nazionale ha disposto che le lezioni abbiano termine il 31 Maggio.
Terminati i lavori di scrutinio ci accingiamo a ritornare a casa » 24.
1 Ottobre 1940
« Ecco si riaprono le scuole. Si diceva che la scuola non si fosse riaperta a causa del momento che si attraversa. Sarebbe stato un errore poiché nelle città e ovunque regna la calma e l’ordine solito.
Sono da temere le incursioni aeree, le quali sono state frequenti ma di già sono state impartite le disposizioni del modo di comportarsi in caso di allar­me»25.
16 Ottobre 1940
« La Patria è in armi. La guerra è dovunque. Ogni scuola rappresenta una trincea.
L’anno scolastico inizia con semplice e austero rito, la S. Messa ».
28 Ottobre 1940
« Quest’anno a causa della guerra non si è avuta alcuna manifestazione per celebrare l’anniversario della Marcia su Roma. Ma in classe (poiché si è fatto scuo­la) ho spiegato il significato di questa giornata che segna una data memorabile nella storia d’Italia » .
« Il XIX anno si affaccia e la parola d’ordine è una solenne ” Vincere “. Spiego questo ai miei bambini anche se hanno solo 6 anni: il passato non esiste più per ora guardiamo l’avvenire e seguiamo il Duce, Comandante Supremo di tutte le forze del cielo-terra-mare.
Il nemico di ieri è il migliore amico di oggi, la guerra del ’14 segna l’inizio del riscatto di oggi ».
« Il clima storico della marcia su Roma permane nella sua interezza, sopra-tutto oggi che la patria combatte contro l’ingordigia inglese la sua quinta guerra di indipendenza. La certezza nella vittoria è nel cuore di tutti, perché tutti sen­tiamo con la fede del nostro capo, ricostruttore della nuova Italia ».
30 Ottobre 1940
« Per disposizione del Podestà si è avuto una prova d’allarme. Gli alunni della mia classe, per come era predisposto, sono andati nella classe al piano terreno.
Tutto si è svolto col massimo ordine » .
« I Tedeschi e gli Italiani in questi giorni hanno incessantemente bombar­dato Londra e vari centri industriali dell’Inghilterra. Vinta la Francia ora rima­ne l’Inghilterra che non è facile impresa; data la sua posizione non è facilmente espugnabile e forse resisterà a lungo ».
4 Novembre 1940
«La ricorrenza della vittoria passata ci ricorda la vittoria futura. I martiri di ieri rivivono oggi nel nuovo petto della grande Italia, come non mai. In questa atmosfera di devozione e di amore cocente si accomuna in una sola fede l’ieri e l’oggi, mentre il grido possente “Vincere “, infiamma i cuori della giovi­nezza fascista, di quella giovinezza che conosce come ideali santi il sacrificio pieno e l’Obbedienza assoluta ».
« Quest’anno a causa della guerra non si è avuta alcuna celebrazione, anche il 4 Novembre si fa scuola e ho spiegato il significato di questa data ».
18 Novembre 1940
« Il ricordo delle sanzioni inique è incancellabile nel cuore degli Italiani tutti, sopratutto in questo momento di lotta tenace contro la vile affamatrice di popoli, sopratutto in questo momento in cui gli animi di tutti non credono con sicura fede alla vittoria.
Allora il sole della potenza e della grandezza d’Italia netterà il mondo di un mostro così immondo».
26 Novembre 1940
« Siamo in classe, le campane della Madre Chiesa suonano il segnale d’al­larme: le bimbe impallidiscono, vorrebbero scappare, ma io le trattengo avver­tendo di stare buone che la Madonna ci aiuterà.
Le invito a stare buone e faccio intonare l’inno Balilla. Suonano le campane dando il segnale di passato pericolo ».
5 Dicembre 1940
[Mentre in quasi tutti i registri prende corpo lo spettro della guerra e si riportano notizie molto stringate relative alla commemorazione delle date celebra­tive, qualcuno continua con esaltazione la sua missione]:
« Balilla, oggi addita ai figli d’Italia il nuovo dovere che la gioventù del Littorio deve compiere. È l’esempio di questi piccoli che deve parlare ai grandi, la fede dei giovani che deve parlare ai vecchi.
Essi sapranno insegnare ai recalcitanti, agli spauriti, ai tiepidi che il destino eterno di Roma non può morire, poiché è retto con volontà di ferro, con l’eroismo dei santi ».
2 Gennaio 1941
« L’anno 1940 è passato.. Andiamo incontro al ’41. I bambini sanno che la Patria è in armi e sanno che vinceremo. Quest’anno sarà l’anno della vittoria nostra più grande.
Sarà l’anno più bello dell’Italia Fascista ».
6 Marzo 1941
« Davanti a tutti i miei ragazzi consegno al Delegato del Podestà di Terra­sini, addetto al servizio logistico Kg. 294 di ferro, raccolto dai miei ragazzi e offerto alla Patria » 38.
15 Maggio 1941
«Gli scrutini hanno avuto inizio il 9 Maggio 1941 e oggi ha fine l’anno scolastico »
9 Maggio 1941
« L’anniversario dell’Impero suscita ondate di soavi ricordi nel cuore di tutti.
Nelle terre consacrate dal sangue e dal sudore di centinaia di soldati si ricombatte ora per salvarne la civiltà che Roma vi ha portato. La civiltà del Littorio, uscirà dalla presente lotta più pura, più bella, più sfolgorante. Così vogliono il Duce e i nostri cuori di soldati fedeli e devoti ».
15 Maggio 1941
« Chiusura dell’anno scolastico ».
Nell’anno 1941-42, cambia il formato dei registri che si assottigliano e le pagine per la cronaca sono limitate e somigliano al formato di un foglio uso bollo. In qualche registro si parla della raccolta del « Fiocco di Lana ». Niente altro da rilevare dalla maggior parte degli scriventi, tranne uno le cui puntate di cronaca finiscono col verbo « Vincere » scritto in rosso, usato anche a spropo­sito come se nella ripetizione rituale e magica della parola si potesse suggellare un patto d’alleanza con la dea vittoria.
« Oggi si inizia il XX anno della Rivoluzione fascista e possiamo affermare che la profezia del Duce sta quasi per avverarsi in pieno. ” Vincere! ” ».
4 Novembre 1941
« Oggi è un altro impero che deve crollare e un’altra vittoria da conseguire. Sì! ripetono i fanciulli ” Vincere “.
“Anche per mezzo della Dante si deve Vincere “.
” Oggi ho avuto le pagelle. Vincere! “».
Alla fine dell’anno scolastico il maestro si concede un attimo di debolezza e di commozione e scrive così:
« Oggi ha fine l’anno scolastico. Commosso saluto i miei ragazzi e penso che forse potrei non rivederli più: la guerra infatti contro il nemico n. 1, l’In­ghilterra continua e sarà continuata sino alla sua completa distruzione. ” Vin­cere ” » .
Negli anni che vanno dal 1941 al 1943 le vacanze di Natale si allungano e durano fino al 19 Gennaio. Le scuole continuano a funzionare più o meno effi­cientemente, iniziando il 15 Novembre e terminando nella prima quindicina di Maggio. Non esistono, come abbiamo letto, prove di esami e gli scrutini hanno lo stesso valore anche per le licenze di V elementare.
Nell’anno 1942-43 una cronaca inizia e si ferma alla data del 30 Novembre 1942. L’insegnante, di cui non ho rilevato il nome, la classe, il numero degli alunni, si presenta con una nota di personale disperazione:
30 Novembre 1942
« Si sperava che le condizioni delle povere insegnanti che viaggiano da Palermo migliorassero col 1° Dicembre. Ma tutto tace, nessuno pare si ricordi delle vittime del dovere. Si sente però il bisogno di un po’ di tregua! Arrivare a casa alle 2 per poi ripartire alle 6, è una vita impossibile. Perché le autorità non ci vengono incontro? Nessuno ci affitta una stanza. I treni sono stati sop­pressi. Si deve proprio morire sulla breccia? ».
Nel 1943-44 i registri cambiano ancora una volta formato, non esiste più la puntata di cronaca: ai maestri non è più concesso parlare. Il mandato, affidato loro dal «Duce » che, poco per volta, con la sua onnipotenza da grande attore, ha preso il posto di Dio — non è più valido; è finalmente scaduto.
È impossibile, in tal modo, leggere gli epigoni della tragedia bellica.
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BIBLIOGRAFIA
Per la realizzazione di questo lavoro si sono utilizzate, prevalentemente, fonti documentarie di difficile consultazione che si trovano attualmente nell’Ar­chivio della «Scuola Elementare di Terrasini, Circolo Didattico Don Milani».
I materiali documentari suddetti sono ordinati in registri, quasi sempre rilegati, che vengono citati secondo la numerazione che li contrassegna nell’attuale provvi­soria collocazione archivistica. Si è fatto uso, ovviamente, anche di necessari e costanti riferimenti alla bibliografia sul Fascismo e sulle vicende scolastiche e sociali del periodo. Si citano qui di seguito, sia le opere che sono state diretta­mente utili all’analisi delle questioni specifiche affrontate nel lavoro, sia quelle che hanno, comunque, offerto un contributo generale alla acquisizione di cono­scenze necessarie per l’inquadramento dei particolari avvenimenti studiati.
A. AsoR ROSA, La Cultura, in «Storia d’Italia », Vol. IV, Torino, 1975.
M. BARBAGLI, La Formazione del sistema Scolastico Italiano, in « Rassegna Ita­liana di Sociologia », n. 3, 1972.
M. BERTONI JOVINE, La Scuola Italiana dal 1870 ai nostri giorni, Roma, 1970. M. BERTONI JOVINE, Storia della Scuola Popolare in Italia, Torino, 1954.
F. BETTINI, I Programmi di Studio per le Scuole elementari dal 1860 al 1945, Brescia, 1953.
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A. N. FADIGA ZANATTA, Il Sistema Scolastico Italiano, Bologna, 1971.
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G. RICUPERATI, La Scuola nell’Italia ‘Unita, in « Storia d’Italia », Voi. V, Torino, 1973.
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Finito di stampare a Palermo dalla tipografia Luxograph nel mese di gennaio 1994
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